L’Italia è già spaccata a metà su tutto. Con la nuova legge si potrà rimediare
Giorgia Meloni (Getty Images)
Le proteste dell’opposizione non possono nascondere la realtà: Mezzogiorno indietro su lavoro, scuola e sanità. La riforma impedirà ai ras locali, come Emiliano e De Luca, di scaricare le loro colpe.

La nuova legge sull’autonomia regionale è stata ribattezzata dalla sinistra con il nome di «Spacca Italia». Immagino che questo sarà lo slogan che Pd e 5 stelle ripeteranno all’infinito nei prossimi mesi, quando batteranno in lungo e in largo la penisola per raccogliere le firme necessarie a ottenere il referendum con cui intendono abrogare la riforma del centrodestra. Chiamarla «Spacca Italia» è sicuramente un modo efficace per contestare la legge, perché si fa leva sul sentimento nazionale, soprattutto al Sud, dove partiti come Fratelli d’Italia e Forza Italia -gli unici che nel simbolo hanno il nome del Paese – raccolgono il maggior numero di voti e dove dunque è possibile scalfire il loro consenso. Però il problema è che non serve una legge che dia più autonomia alle Regioni per spaccare l’Italia, in quanto è già divisa a metà. E per rendersene conto è sufficiente dare un’occhiata a qualche numero. Comincio dai dati sull’occupazione. La media nazionale dei senza lavoro l’anno scorso si è attestata intorno al 7,8 per cento, ma la percentuale che mette insieme Nord, Centro e Sud non vuol dire nulla, perché fa di tutta l’erba un fascio. Se si divide il dato per macro aree, si scopre invece che nel Settentrione i disoccupati oscillano tra il 4,8 e il 4,5, a seconda che si guardi a Ovest o a Est, e nel Meridione si attestano al 14,3 per cento, con punte del 17 per cento in Campania e Calabria.

Ma la mancanza di lavoro, si sa, è da sempre il male principale che affligge il Mezzogiorno. Guardiamo dunque il resto, ovvero la scuola. Anche qui, a 150 anni dall’unità d’Italia, il Paese resta diviso. Secondo uno studio, 650.000 alunni nel Sud non possono usufruire della mensa e molti di questi neppure della palestra, perché entrambi i servizi non sono garantiti. La qualità dell’istruzione tuttavia non si misura sulla base dei pasti caldi serviti. Vero, le ore di lezione però fanno la differenza e qui si scopre che a Firenze se ne fanno 1.226, mentre a Napoli e dintorni si riducono a 1.000. Cosa provochi la riduzione di 200 ore è un mistero, anche perché non risulta una carenza di personale. Anzi. Ma se a scuola si tocca con mano la disunità d’Italia, va anche peggio con la sanità, dove il 22 per cento dei malati oncologici si fa curare al Nord e in un anno si registrano 629.000 migranti sanitari, ovvero persone che scelgono di farsi ricoverare fuori dalla loro regione e quasi sempre al Nord.

Attualmente potrei continuare, elencando altre differenze fra Settentrione e Meridione in termini di qualità di servizi, ma credo che parlare di lavoro, scuola e salute basti a capire che l’Italia è già spaccata in due e non serve una legge che lo certifichi, semmai è necessaria una riforma che metta gli amministratori di alcune Regioni con le spalle al muro, senza più alibi per continuare a sprecare i quattrini dei propri cittadini.

Tempo fa, Panorama dedicò una copertina a Vincenzo De Luca. Era il periodo in cui il governatore della Campania protestò in piazza, davanti alla sede del Parlamento e del governo contro l’autonomia regionale e in difesa dello status quo. Tanto per intenderci, era il periodo in cui al presidente della Regione scappò la famosa frase contro il premier («Quella stronza»). Al settimanale venne voglia di andare a toccare con mano quale fosse la situazione della Campania dal punto di vista dell’assistenza sanitaria. Se De Luca protesta e respinge una legge che punta a cambiare la situazione, fu il ragionamento, vorrà dire che dalle sue parti gli ospedali funzionano a meraviglia. Purtroppo, per lui e per i campani, l’inchiesta dimostrò il contrario e cioè che la sanità difesa dal governatore era un disastro, sia per gli operatori che per i malati.

Dal che discendono due considerazioni. La prima è ovvia: l’Italia è già divisa, non serve una legge che lo certifichi. La seconda è altrettanto ovvia: ma se in ottant’anni o quasi le cose sono andate di male in peggio, perché non provare a cambiare, varando nuove regole?

Ma se le riflessioni sono scontate, un po’ meno risaputo è l’effetto che l’autonomia regionale provocherebbe su certe amministrazioni. Là dove i livelli di assistenza minimi fossero garantiti e uguali per tutti, per i politici abituati a dare la colpa ad altri della propria inefficienza e a usare la cosa pubblica a scopo clientelistico sarebbe la fine, perché non avrebbero altri alibi dietro cui nascondersi. Sarà per questo che i governatori della sinistra, in particolare De Luca ed Emiliano, si agitano tanto? Se fossero «autonomi» di certo non potrebbero dare la colpa ad altri.

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