Abbiamo un ministro clandestino
Sbarchi in aumento esponenziale, immigrati allo sbando nelle città. Eppure Luciana Lamorgese rifiuta le ricette dei predecessori, da Matteo Salvini a Marco Minniti, e propone il suo metodo: porte aperte e ius soli. Intanto il Garante la smentisce sui controlli nei locali.

Sono trascorsi quasi due anni da quando Luciana Lamorgese si è insediata al Viminale al posto di Matteo Salvini. Si dice che a sceglierla non siano stati il Movimento 5 stelle o il Pd, azionisti principali del Conte bis, ma nientepopodimeno che Sergio Mattarella, il quale avrebbe avuto modo di apprezzarne le qualità quando la signora era prefetto di Milano. Il suo metodo avrebbe consentito di gestire situazioni delicate, in particolare sul fronte dell’ordine pubblico e dell’immigrazione.

Ricordo che, per l’occasione, Panorama dedicò al neo ministro una copertina con una fotografia della stazione centrale del capoluogo lombardo trasformata in dormitorio. Il titolo mi pare fosse «Ecco il metodo Milano». A distanza di due anni, posso dire che la situazione non è migliorata, ma se possibile peggiorata. La stazione è diventata il bivacco prediletto di qualsiasi sbandato e ogni giorno si registra un assembramento di senzatetto, scippatori, spacciatori e così via. Della città lombarda, ovviamente posso dare atto di persona, in quanto le finestre della redazione si affacciano sulla piazza antistante lo scalo ferroviario. Di quel che accade nel resto d’Italia, invece, basta rifarsi alle cronache quotidiane. Tuttavia, nonostante la situazione sia in rapido degrado e la gestione delle centinaia di migliaia di clandestini che si aggirano lungo la penisola sia ormai fuori controllo, il ministro dell’Interno si dice tranquilla e, nonostante non sia affar suo, si proclama addirittura favorevole all’introduzione dello ius soli. In pratica, invece di tenere a bada i clandestini e rispedirli a casa loro, come dovrebbe fare il responsabile dell’ordine pubblico di un paese normale, la responsabile del Viminale se ne fa portavoce, dichiarandosi a favore di una legge che conceda la cittadinanza agli extracomunitari, a prescindere dagli anni in cui risiedono in Italia, dalla loro integrazione e dalle loro capacità di mantenimento.

Non solo: al posto di preoccuparsi dello straordinario aumento di sbarchi lungo le nostre coste, la Lamorgese impartisce lezioni, spiegando a Salvini, che in quel ministero l’ha preceduta e per aver bloccato gli arrivi oggi è sotto processo, che il problema dell’immigrazione è complesso. Eh sì, tanto complesso che oggi, rispetto a due anni fa, gli immigrati entrati in Italia senza permesso sono di dieci volte superiori a prima. Ma al capo della Lega che le rimprovera di non fare nulla per fermare l’invasione, l’ex prefetto replica dicendo che non c’è alcuna invasione: semplicemente «i numeri sono in crescita». Di questo si erano accorti tutti quanti, ma anziché offrire una risposta, con l’avvicinarsi del terzo anno alla guida del Viminale, la Lamorgese replica che «è facile parlare, poi bisogna fare un bagno di realtà». Quale sia questa immersione non è chiaro, ma al contrario risulta di tutta evidenza che al ministro non va bene nessuna delle soluzioni prospettate. Quelle proposte da Salvini, di chiudere i porti ma anche le frontiere, imitando ciò che fanno altri Paesi europei, non va bene, perché si rischia di beccarsi la denuncia di qualche procuratore più sensibile al diritto internazionale che a quello nazionale, come è accaduto al leader leghista. Del blocco navale proposto da Giorgia Meloni meglio non parlare, in quanto si tratterebbe di «un atto di guerra». Perfino la dottrina introdotta da Marco Minniti, cioè pagare la Guardia costiera libica per evitare le partenze, la trova scettica, tanto che preferisce parlare di corridoi umanitari per far arrivare i migranti non più sui barconi ma con regolari voli di linea. In pratica, a leggere l’intervista alla Stampa, si capisce che il metodo Lamorgese, tanto apprezzato dal capo dello Stato al punto da indurlo a imporla sia a Giuseppe Conte che a Mario Draghi, consiste nel lasciar fare. O meglio: nel lasciar arrivare chiunque. Niente porti chiusi, nessun pattugliamento dei nostri confini e nemmeno un patteggiamento con i libici perché facciano in nostra vece il lavoro sporco. Il metodo Milano è porte aperte a chiunque e, per abolire definitivamente i clandestini, ius soli per tutti. Così, avendo trasformato gli extracomunitari in italiani, non c’è più neppure il problema di espellerli. Furba la Lamorgese. Più che un ministro, una volpe.

Ps. L’altro ieri il ministro si era resa conto che i camerieri non sono carabinieri e dunque a proposito di green pass li aveva esentati dal richiedere al cliente oltre al certificato vaccinale anche la carta d’identità. Giusto il tempo di ufficializzare la retromarcia che ci ha pensato il Garante della privacy a innestare la quinta: anche i baristi possono essere trasformati per l’occasione in vigili urbani. In pratica una smentita al ministro e, come avevamo previsto, più che un green pass è un bel caos.

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