L’azienda sanitaria dell’Alto Adige dovrà risarcire con 200.000 euro una dirigente dell’ospedale di Bressanone, sospesa dal servizio durante la pandemia perché non vaccinata. La sentenza, del 3 maggio, è stata resa nota da Andrea Zambrano della Nuova Bussola quotidiana in un articolo dove si sottolinea che si tratta del «risarcimento più alto mai ottenuto». Il giudice del lavoro del Tribunale di Bolzano, Eliana Marchesini, ha stabilito «l’illegittimità del provvedimento di sospensione» non retribuita, dal 1 gennaio 2022 al 31 ottobre 2022, dell’allora primario della farmacia interna dell’ospedale, Anna Avi, perché un decreto legge aveva poi stabilito che dal novembre 2021 la sospensione spettava agli Ordini professionali, non alle aziende. Inoltre, la dottoressa aveva presentato un certificato di esonero da patologia rilasciato da un medico di medicina generale, aveva fatto domanda di essere riammessa e nuovamente se l’era vista respingere per mesi nel 2022 malgrado si fosse ammalata di Covid e avesse quindi diritto al green pass a seguito di guarigione. La dirigente era già stata sospesa dal 4 settembre 2021 al 31 dicembre dello stesso anno, per non aver adempiuto all’obbligo vaccinale, e l’azienda sanitaria non l’aveva destinata ad altra mansione. Il giudice, però, non ha accolto questa parte del ricorso, ricordando che per decreto legge il datore adibiva «il lavoratore, ove possibile, a mansioni anche inferiori. «È un grande successo quello ottenuto, soprattutto perché il Tribunale di Bolzano è uno dei più allineati al potere politico e speriamo che la sentenza sia un segnale per altri giudici», commenta l’avvocato Mauro Sandri, legale della dottoressa assieme a Olav Gianmaria Taraldsen. Oltre agli stipendi non versati, l’azienda sanitaria deve pagare gli interessi, la rivalutazione dal dovuto al saldo e 33.633 euro di danno indiretto perché la dottoressa non ha potuto ottenere le detrazioni fiscali possibili. «Andremo in appello, perché voglio che mi venga riconosciuto il risarcimento anche per i primi tre mesi di sospensione dal lavoro, nel 2021. E chiederò i danni morali, gravissimi», dichiara alla Verità l’ex dirigente, penalizzata per lungo tempo come tanti altri lavoratori, vittime di misure anticostituzionali.
Anna Avi, 56 anni, era primario della farmacia dell’ospedale di Bressanone. Un incarico ottenuto nel 2012, svolto con professionalità e competenza sia sul piano del controllo delle prescrizioni, dei protocolli, sia sulla produzione dei preparati richiesti. «Non mi limitavo a fare il dirigente», spiega, «da anni eravamo sotto organico e con un solo tecnico di laboratorio a disposizione preparavo io stesso molte delle sostanze richieste per le terapie farmacologiche. Almeno per l’80% si trattava di chemioterapici, che sono i più urgenti». Quando nel settembre 2021 viene esteso l’obbligo vaccinale, la dottoressa rifiuta l’inoculo. «Ero in ottima salute, mai fatto un giorno di malattia. Di farmaci me ne intendo, quello che leggevo nei foglietti illustrativi o meglio quello che non trovavo scritto, mi preoccupava».
La scelta del primario venne subito stigmatizzata «dissero che non seguivo la politica aziendale e davo un cattivo esempio». La dottoressa Avi si disse disponibile a coordinare la farmacia dall’ufficio o da casa, senza fare più preparazioni «che non è il lavoro di un primario, ma fino al giorno prima tornava comodo che mi occupassi di tutto», eppure trova il rifiuto ostinato da parte della direzione sanitaria.
La lasciano a casa, creando un danno all’azienda stessa e agli utenti. La farmacia sprofonda nel caos, i primi a rimetterci sono i pazienti oncologici. «C’è stato un danno anche erariale», sottolinea l’avvocato Sandri, «faremo una segnalazione alla Corte dei Conti perché come conseguenza di scelte sbagliate di funzionari i contribuenti dovranno pagare spese aggiuntive, quali interessi e spese legali».
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