In arrivo per l’Africa 5,5 miliardi. Lo sviluppo con energia e agricoltura
Giorgia Meloni e Moussa Faki (Ansa)
Le risorse finanziarie del programma provengono dal fondo per il clima e da quello per la Cooperazione. Spazio pure agli investimenti da parte delle holding di Stato: presenti al summit Eni, Enel e Fincantieri.

«L’immigrazione illegale di massa non sarà mai fermata, i trafficanti di vite umane non saranno mai sconfitti se non si affrontano a monte le cause che spingono una persona ad abbandonare la propria casa». È in questa frase del presidente del Consiglio Giorgia Meloni il senso di una delle iniziative di politica estera più ambiziose mai messe in piedi dall’Italia nel suo recente passato. Palazzo Madama ieri ha accolto, per tutta la giornata, 25 capi di Stato e di governo e 57 delegazioni ufficiali, dando vita alla Conferenza Italia-Africa, primo passo per avviare il Piano Mattei. L’importanza dell’appuntamento e la centralità guadagnata dal nostro Paese con la conferenza (non a caso in concomitanza con la presidenza del G7) è stata testimoniata dalla presenza dai vertici delle istituzioni europee: non hanno fatto mancare il proprio sostegno e i propri interventi, infatti, il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, quello del Parlamento europeo Roberta Metsola e del Consiglio europeo Charles Michel. Accanto alle delegazioni nazionali, per l’Africa erano presenti il presidente di turno dell’Unione Africana Azali Assoumani, il presidente della Commissione dell’Ua Moussa Faki, oltre al vicesegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammed. Ma non c’erano solo i leader politici, perché ai lavori dei vari panel hanno fornito il proprio contributo i manager di tutte le principali partecipate, a partire ovviamente dal numero uno di Eni, Claudio Descalzi, che occupa la poltrona di Enrico Mattei, intestatario del piano di sviluppo messo a punto dal governo.

Un piano, come ha spiegato il presidente del Consiglio, che «può contare su 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie: circa 3 miliardi dal fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi e mezzo dal fondo per la Cooperazione allo sviluppo». Si partirà da alcuni progetti pilota, come quelli sull’energia rinnovabile in Marocco, sull’istruzione in Tunisia o ancora quello per l’accessibilità alla sanità in Costa d’Avorio, ma ce ne saranno altri in Algeria, Mozambico, Egitto, Repubblica del Congo, Etiopia e Kenya.

«L’Europa e il mondo intero», ha spiegato il premier nel suo intervento d’apertura», non possono ragionare di futuro senza tenere in considerazione l’Africa, perché il nostro futuro dipende inevitabilmente anche dal continente africano. Consapevoli di questo», ha aggiunto, «vogliamo fare la nostra parte». «Siamo consapevoli», ha detto ancora Meloni, «di quanto il destino dei nostri continenti sia interconnesso e che è possibile immaginare e scrivere una pagina nuova nelle nostre relazioni, una cooperazione da pari a pari, lontana da ogni tentazione predatoria e approccio caritatevole. Italia, Europa e il mondo intero non possono ragionare sul futuro senza tenere conto dell’Africa». Quindi quella italiana non può essere una voce nel deserto: «Non ho la pretesa come Stato italiano di affrontare da sola la questione africana. Serve l’Unione europea».

Il presidente del Consiglio è entrato nel merito del piano, spiegando che è «concentrato su poche priorità di medio lungo periodo: istruzione e formazione, salute e agricoltura, acqua ed energia e non è calato dall’alto come in passato». Anche l’organizzazione dei lavori è stata modellata su questo principio, con cinque sessioni di lavoro divise per argomenti: la prima sulla cooperazione economica, la seconda sulla sicurezza alimentare, la terza sulla transizione energetica, la quarta sulla formazione professionale e culturale e la quinta, infine, su migrazioni e sicurezza. Diversi gli esponenti del governo intervenuti, a partire dal ministro per le Infrastrutture Matteo Salvini, il quale ha ricordato che «le imprese italiane nel settore costruzioni e infrastrutture sono presenti in Africa da anni e oggi sono impegnate con cantieri attivi per oltre 12 miliardi di euro», mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha sottolineato la necessità di «un nuovo modello di partnership con investitori e Paesi stranieri». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non ha eluso uno dei temi più scottanti: «È emersa la volontà», ha detto, «di proseguire la collaborazione tra i nostri Paesi in tema di contrasto all’immigrazione irregolare, cooperazione sul piano dei rimpatri volontari assistiti, e per lo sviluppo di percorsi di formazione-lavoro che garantiscano la migrazione regolare». In apertura, anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani si era soffermato sul dossier migranti: «Favorendo la creazione di lavoro», aveva osservato, «daremo un colpo decisivo ai trafficanti di esseri umani, che sono i nostri comuni nemici. Insieme li sconfiggeremo».

Sul piano della collaborazione industriale, infine, il titolare del Mimit Adolfo Urso ha ricordato che «le relazioni italiane con l’Africa sono oggi prevalentemente nel campo dell’energia, e in questa fase in cui all’Europa è preclusa la frontiera orientale diventa sempre più necessaria la partnership tra Europa ed Africa che passa anzitutto dal Mediterraneo». Come detto, il sistema-Paese ha risposto in massa: 12 le partecipate presenti per illustrare progetti e investimenti. Tra i più importanti, quelli di Fincantieri (presente con l’Ad Pierroberto Folgiero), impegnata nella formazione professionale di nuove risorse in diversi paesi africani, e quelli di Enel, che ha impegnato più di 400 milioni per impianti eolici in Sudafrica. Da registrare anche l’impegno di Acea per la captazione e la depurazione delle acque, visto che l’approvvigionamento idrico resta uno dei problemi principali del continente africano.

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