mieli ranucci lavitola
Paolo Mieli (Ansa)

Caro Paolo Mieli, caro ex direttore del Corriere della Sera, nonché editorialista del medesimo,nonché saggista, storico ed ex presidente Rcs libri, le scrivo questa cartolina per ringraziarla perché ancora una volta, come accade da decenni, lei ci ha impartito una grande lezione di giornalismo. Dopo giorni di silenzio, infatti, ha finalmente spiegato la sua partecipazione al progetto con cui Valter Lavitola voleva lanciare Sigfrido Ranucci in politica.

Il sondaggio di Lavitola? «Non l’ho aperto»

E ha detto che sì, in effetti il faccendiere le mandò un sondaggio, ma lei «non lo aprì né chiese per chi fosse». Ottimo. Non è forse così che fanno i cronisti di razza? Perché farsi travolgere dalla curiosità? O, peggio, dalla voglia di indagare? E poi cos’è quest’abitudine di leggere le cose prima di concedere la propria approvazione? Lei «appena ricevuto il documento» ha risposto: «È perfetto, meraviglioso, va benissimo così». Subito. «Senza neanche averlo letto». Un parere autorevole e motivato, perbacco. Come da par suo, caro Mieli.

Alla Verità il direttore gli articoli li legge

Pensi che qui alla Verità abbiamo un direttore che pretende di leggere gli articoli prima di pubblicarli. Ma le pare? Ho provato a dirgli: prendili a scatola chiusa e dimmi «è perfetto, meraviglioso, va benissimo così», ma niente, non si lascia convincere. Vuole sempre sapere cosa c’è scritto. Glielo spiega lei, per favore, che non si fa così? Delle persone ci si fida, soprattutto se si chiamano Lavitola e servono gli spaghetti con le vongole «già sgusciate, senz’aglio e senza spezie». Lei ha spiegato infatti che il suo rapporto con Lavitola è nato così. E quando si costruiscono rapporti sulle vongole è ovvio che poi ci si fida ciecamente. Non viene nemmeno il sospetto che, insieme alle vongole, si possa anche prendere un granchio.

Il rapporto nato davanti a un piatto di vongole

Lei ha raccontato al Corriere della Sera che da quel giorno delle vongole è andato sempre più spesso al ristorante di Lavitola. E poi si faceva quasi sempre riaccompagnare a casa da lui. Era diventato «una specie di rito». Durante quei viaggi lei «ascoltava con attenzione» Lavitola quando parlava del passato, di Dell’Utri e del berlusconismo. Poi però quando passava a parlare dei suoi progetti attuali «spegneva l’interruttore dell’attenzione».

La vongola sgusciata e la curiosa lezione di giornalismo

Ovvio, no? Perché un giornalista deve essere interessato all’attualità? Ad un certo punto il ristoratore-faccendiere le ha parlato di un progetto politico per il centrosinistra con un nome eccezionale in grado di battere tutti, ma lei non ha voluto sapere chi fosse. Perché, si sa, per essere buoni giornalisti è importante tenere gli occhi chiusi. Quello che conta è che siano aperte le vongole.

Quando i contenuti del piatto contano più di quelli del documento

Romano, 77 anni, pluripremiato, sempre riverito, conteso dai salotti chic, ci chiedevano, caro Mieli, come facesse lei a essere protagonista di questa storia assurda. E lei, dopo qualche settimana di imbarazzato silenzio, ce l’ha spiegato: galeotta fu la vongola sgusciata. È bastata quella per trasformare un documento mai letto in qualcosa di «perfetto», anzi «meraviglioso». E perciò le siamo grati per la sua lezione: abbiamo finalmente capito che per un vero cronista gli unici contenuti che contano sono i contenuti del piatto. Specie se sono molluschi, che per altro hanno la schiena più dritta di certi re del giornalismo.

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