Quando ci invia il materiale, Peppino Zarrilli, detto «Pino», 76 anni, è parecchio scrupoloso. «Sigfrido Ranucci, tramite il suo avvocato Edno Gargano, di Pescara, mi chiede 4.000 euro di danni e formali scuse perché si ritiene “diffamato” da un mio commento su un suo post».
E giù la sequela di parole, per la verità poco delicate, indirizzate all’ex conduttore di Report. Parole che comunque il settantaseienne rivendica, anche perché non ha alcuna intenzione di pagare. Anzi, rilancia: «Le motivazioni le espliciterò qualora ci troveremo in tribunale». Ed è a questo punto che ci invia tutta la documentazione ricevuta, busta compresa.
Ranucci se la prendeva con i poveri pensionati
Il lessico della missiva è quello dell’azzeccagarbugli, pensato per intimidire chi lo riceve: «La presente in nome e per conto del signor Sigfrido Ranucci, il quale ha conferito mandato al sottoscritto procuratore al fine di richiederle il risarcimento dei danni subiti e subendi a causa della condotta sul social diffamante nei suoi confronti».
Perché, scrive l’avvocato Gargano, quando scrive sui social, il suo assistito lo fa tenendo conto dell’articolo 21 della Costituzione. Quello, per intenderci, che tutela la libertà di parola e di espressione.
Pino, però, sarebbe uscito da questo perimetro perché, sotto un post della pagina Siete dei poveri comunisti, avrebbe denigrato Ranucci, andando ben oltre il diritto di critica, declinando il proprio pensiero in veri e propri insulti, che Gargano ripropone.
«Certamente si possono non condividere molti contenuti che si trovano sulle piattaforme social e manifestare liberamente il proprio dissenso, come d’altronde garantito dall’Art. 21 Cost., ma soprattutto in un’epoca come questa, dove la lotta alle varie forme d’odio è portata avanti in ogni campo e in ogni sede, leggere ancora commenti così offensivi e gratuiti non trovano alcuna giustificazione che possa reggere le parole riferite».
Chi è l’avvocato Edno Gargano
Per questo, Gargano chiede di essere ricontattato entro sette giorni, altrimenti, si legge nella missiva, «si adiranno le vie legali per meglio tutelare la posizione del mio assistito innanzi gli organi giudiziari competenti, anche in via d’urgenza ex Art. 700 c.p.c., per ottenere l’immediata rimozione del contenuto e il risarcimento del danno, senza ulteriore avviso in ossequio al mandato ricevuto». Che è lo scenario che si verificherà, visto che Pino è parecchio combattivo e, ci dice, ha solo la pensione con cui campare.
Ma chi è Gargano? È il legale di riferimento di Antihater Srl, che offre servizi per coloro che vogliono agire contro chi li ha diffamati online. Il sistema è semplice: si raccoglie la documentazione, si fa una prima valutazione del caso, si individuano i professionisti e, infine, si procede con richieste di rimozione dei contenuti, di risarcimento, oppure con denunce e querele.
Chi si affida ad Antihater deve fare poco o nulla. È il motivo per cui molti vip hanno deciso di affidarsi ad esso. Pensa infatti a tutto Gargano, che si premurerebbe di trattenere il 60% del risarcimento in caso di successo. Non male come modello. Non costa nulla a chi ne usufruisce e il risultato è comunque assicurato. Chiunque, vedendosi recapitare a casa una lettera di uno studio legale, comincia infatti a tremare. Quattromila euro non sono pochi per molte persone, Pino compreso. Per cui, spesso, è meglio mediare. E pagare.
L’ipocrisia di Sigfrido Ranucci
Resta però singolare il fatto che a far piovere questo tipo di lettere su un povero pensionato (e insieme a lui a quanto ci risulta ad altre centinaia di persone) sia Ranucci. Un uomo che ha fatto della libertà di espressione e dell’odio nei confronti delle querele il proprio mantra. Proprio all’indomani dell’attentato contro l’ex conduttore di Report, Marco Travaglio propose una legge contro le querele temerarie. Del resto, Sigfrido era vittima di esse, almeno secondo una certa stampa. E allora si faccia una legge, si tuteli Ranucci. Anzi: si ritirino le querele contro di lui.
Poi però si è scoperto che l’attentato intimidatorio contro Sigfrido lo aveva fatto Valter Lavitola (forse, a questo punto, sarebbe stato meglio pensare a una legge intitolata all’ex conduttore di Report contro le pessime amicizie) e che ora lo stesso Ranucci sta mandando lettere che, agli occhi di chi le riceve, appaiono intimidatorie: o paghi o ti porto in tribunale.
È l’ennesimo capitolo di una storia che è partita come tragedia (l’attentato) e che, poco alla volta, si è tramutata in una commedia dai tratti della farsa. Ranucci che in tv denuncia i pregiudicati, ma poi ne frequenta con costanza uno e che difende anche dopo aver scoperto che era stato proprio lui, il suo «amico fraterno», ad aver piazzato la bomba. Ranucci che tuona contro le querele temerarie ma poi affida a uno studio legale il compito di andare a cercare chiunque lo abbia insultato in rete. Da paladino della libertà a quello del quattrino il passo è stato breve. Il tempo di un giro di valzer. Anzi: di Valter.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >