Voragine nei dati. L’Iss e il ministero non sanno dove si muore per Covid
  • Il dicastero non è in grado di rispondere. Il Piemonte conferma: «Roma non l’ha mai chiesto». Solo sei Regioni hanno indagato.
  • Lieve calo nei contagi (23.832), ma salgono i ricoveri. Stretta sulle seconde case in Toscana e Valle d’Aosta.

Lo speciale contiene due articoli.

Oltre un secolo fa, il matematico francese Jules Henry Poincaré affermò che «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre». Una grande verità in tempo di pandemia: se i dati mancano, oppure sono errati o parziali, vengono meno i presupposti che giustificano le chiusure e le altre misure di contrasto al Covid. Negli ultimi tempi, a tal riguardo un certo malumore serpeggia all’interno della comunità scientifica italiana. Un mese fa, il think tank fondato da un gruppo di professori universitari «Lettera 150» ha indirizzato una missiva al premier, Mario Draghi, lamentando la mancata risposta da parte del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità a un’istanza di accesso agli atti nella quale si chiedeva di rendere accessibili gli indicatori in base ai quali vengono assegnati i colori delle Regioni.

Un caso simile a quello capitato alla Verità: lo scorso novembre, infatti, il nostro quotidiano ha presentato a Lungotevere Ripa una richiesta di accesso civico generalizzato (cosiddetta «Foia») nella quale si chiedeva di conoscere il numero di italiani morti per Covid divisi per luogo del decesso (reparto ordinario, terapia intensiva, Rsa e domicilio). Ci sono voluti tre mesi per ottenere una non risposta. Era il 5 febbraio, infatti, quando il direttore generale della direzione Prevenzione sanitaria del ministero, Gianni Rezza, ci informava che «l’Istituto superiore di sanità, cui era stata indirizzata la predetta istanza in qualità di organo tecnico scientifico ha reso noto di non possedere dei dati relativi al luogo del decesso per Covid-19». Tradotto, le autorità sanitarie e, di conseguenza, lo stesso ministro Roberto Speranza, non hanno di fatto la più pallida idea di dove muoiano le persone che hanno contratto il coronavirus.

Non paghi del diniego ricevuto, abbiamo deciso di battere un’altra strada, inviando a metà gennaio la medesima richiesta singolarmente alle Regioni italiane. Trascorsi più di due mesi, solo sei hanno risposto positivamente: Emilia Romagna, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Veneto. Altre sette non hanno risposto, e per tre di queste (Campania, Lombardia, Puglia) abbiamo presentato una richiesta di riesame, per la quale scadono i termini a fine mese. Quattro i rifiuti ricevuti: seppure adducendo motivazioni diverse, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte e Sicilia si sono rifiutate di fornire le informazioni richieste.

A conti fatti, il campione raccolto rappresenta più di un quarto dei decessi totali per Covid nell’anno appena trascorso. E il quadro che emerge è abbastanza chiaro: circa 7 italiani su 10 sono morti in ospedale, con un rapporto di un decesso in terapia intensiva ogni 5 in reparto ordinario. Un quinto del totale risulta deceduto in Rsa o similari, mentre quasi il 5% al proprio domicilio. Sebbene i dati ricevuti non siano perfettamente allineati (la cifra relativa ai morti in Rsa e al domicilio in Emilia Romagna è ferma al primo semestre 2020), permettono comunque di giungere a conclusioni importanti. L’attenzione maggiore va riposta alle realtà ospedaliere, specie ai reparti ordinari nei quali è morto il 60% delle persone del nostro campione. E ritornano alla mente le parole pronunciate a novembre dal direttore dell’Istituto Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi: «Dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid».

Conoscere il luogo del decesso riveste senz’altro un’importanza primaria nella lotta al coronavirus, dal momento che avere accesso a questa informazione permetterebbe di concentrare gli sforzi verso azioni sanitarie mirate a ridurre le perdite in termini di vite umane. E invece, nonostante il nostro Paese sia uno dei primi al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, sembra che con le autorità sanitarie italiane questo discorso proprio non attacchi. La prova di questa profonda e colpevole trascuratezza l’abbiamo avuta leggendo la risposta ricevuta dalla direzione Sanità e welfare della Regione Piemonte. «Facendo seguito all’istanza di riesame di accesso generalizzato Foia in oggetto», si legge nel riscontro pervenuto giovedì, «si rileva che il dato riguardante il luogo fisico (inteso come reparto ospedaliero/abitazione/altra struttura socio assistenziale) in cui è avvenuto l’evento «decesso dei pazienti positivi a Sars-CoV-2» non risulta tra le informazioni che costituiscono il debito informativo della Regione nei confronti del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità». E, si badi bene, non si tratta di una mancanza da parte dei dirigenti piemontesi. «La specifica informazione», spiegano dalla Regione Piemonte, «non è infatti prevista nell’ambito della scheda della Sorveglianza integrata casi di coronavirus Covid-19 in Italia e, di conseguenza, non rientra nei flussi informativi regionali».

Ecco svelato l’arcano: le Regioni non raccolgono il dato sul luogo dei decessi per un semplice motivo, e cioè perché il ministero e l’Iss non glieli chiedono. In assenza di direttive precise, i territori procedono in ordine sparso, come dimostra l’esiguo numero di riscontri positivi ricevuti. Due Regioni, Liguria e Friuli Venezia Giulia, hanno giustificato il rifiuto facendo appello alle linee guida dell’Anac, secondo le quali le amministrazioni che si trovano a dover rispondere alle richieste di accesso civico generalizzato non sono tenute a «raccogliere informazioni ulteriori», né a «rielaborare o aggregare diversamente informazioni» già in loro possesso, specie «qualora questo comporti un onere organizzativo e lavoro aggiuntivo». E anche quando il dato sul luogo di morte viene raccolto, sembra che nessuno sappia con precisione cosa farsene. Parafrasando Henry Poincaré, più che a una casa di pietra, in Italia la gestione della pandemia sul piano informativo somiglia a una capanna di fango.


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