L’Ue aumenta i fondi per le aziende. Però l’Italia si taglia fuori da sola
  • Risarcimento fino al 90% dei costi fissi con un tetto di 3 milioni a impresa. Però Roberto Gualtieri prima si perde nei Ristori, poi blocca tutto in attesa della chiusura dei bilanci ad aprile. Ma non basta la fattura elettronica?
  • Per «Repubblica» 1,2 milioni di persone sono ancora senza assegno. L’Inps nega senza dare numeri ufficiali. E l’istituto ha un «buco» da 16 miliardi legato alla cassa Covid.

Lo speciale contiene due articoli.

Mi chiudi? Allora mi paghi. Questo semplice principio di equità, di tutela dell’economia, e, aspetto non secondario, dell’ordine pubblico, pare che valga in quasi tutti i Paesi della Ue, tranne che in Italia.

Da ormai quattro mesi la seconda ondata dell’epidemia da Covid sta arrestando, a causa delle misure di contenimento, l’attività di negozi, bar, ristoranti, alberghi, attività culturali, sportive e ricreative in tutti i 27 Stati membri dell’Unione, ma le risposte dei rispettivi governi nazionali sono totalmente asimmetriche: maggiori sono i danni e minori sono gli aiuti. E in questa particolare classifica rovesciata purtroppo l’Italia primeggia. All’altro capo spicca la Germania, il cui governo appena giovedì scorso ha ricevuto l’approvazione da parte della Commissione di un pacchetto di aiuti per 12 miliardi alle imprese che hanno subito un calo di fatturato a causa delle chiusure.

Quest’ultimo pacchetto fa seguito a un altro, ben più consistente, approvato dalla Commissione lo scorso 20 novembre, per un importo di ben 30 miliardi. In Germania hanno pensato bene di chiamarli «Novemberhilfe» (l’aiuto di novembre). Ma anche l’Austria non scherza. Proprio nello stesso giorno, la Commissione ha autorizzato il governo di Vienna a concedere sussidi alle proprie imprese pari a 12 miliardi. Una somma enorme, considerato che il Pil austriaco è pari al 20% di quello italiano. Stessa strada hanno seguito Paesi più piccoli come Lussemburgo, Slovenia, Slovacchia e Danimarca.

Poiché gli aiuti stanziati dai governi devono essere preventivamente approvati dalla Commissione, per verificare che non si tratti di aiuti di Stato lesivi della concorrenza, la direzione guidata da Margrethe Vestager, ha velocizzato i tempi, adottando, sin da marzo, un «quadro temporaneo» (temporary framework).

In tale documento sono identificate le diverse tipologie di aiuti (sussidi, garanzie, prestiti, eccetera) che gli Stati membri possono adottare con apposite norme nazionali, senza incorrere nella violazione del divieto di aiuto di Stato. Questo quadro normativo è stato emendato più volte da allora, da ultimo il 13 ottobre proprio con l’intensificarsi dei contagi.

In quell’occasione è stato introdotto il paragrafo 3.12 («Aiuti sotto forma di sostegno a costi fissi non coperti») che consente di erogare contributi alle imprese che, tra il 1° marzo 2020 e il 30 giugno 2021, hanno subito un calo del fatturato pari ad almeno il 30%. L’aiuto è pari al 70% (90% per le piccole e medie imprese) dei costi fissi non coperti. Per intenderci: poiché i costi fissi sono quelli che non variano in conseguenza dei ricavi, chi non ha fatturato nulla e continua a sostenere dei costi (affitti, personale, manutenzioni periodiche, rate di leasing…) che si traducono così per intero in una perdita di bilancio, riceve un indennizzo fino al 90% di tale perdita. Entro il limite di 3 milioni di euro per impresa.

In sostanza, è vero che le imprese rinunciano all’eventuale profitto ma, grazie a questo aiuto, riescono a chiudere il bilancio con una lieve perdita. La portata di questa misura è significativa anche alla luce del tetto massimo introdotto a ottobre, pari appunto a 3 milioni. Ben superiore al tetto di 800.000 euro per impresa inizialmente stabilito a marzo, e valevole per un’ampia serie di sussidi, al punto che la relativa somma facilmente raggiungeva e superava quel limite. Si era implicitamente introdotto un serio limite alla effettiva fruizione del beneficio, come avevamo puntualmente dettagliato su queste colonne lo scorso novembre, e proprio in questi giorni la Commissione ne ha annunciato l’imminente adeguamento.

Mentre gli altri Paesi, Germania in testa, si precipitavano immediatamente già a novembre a sfruttare l’opportunità concessa dalla Commissione, in Italia cosa è accaduto? Abbiamo avuto la «saga dei Ristori». Una sequenza di quattro decreti legge emessi a breve distanza l’uno dall’altro in cui si riprendeva lo schema dei contributi a fondo perduto già concessi col decreto Rilancio, dimostratisi davvero esigui e, come se non bastasse, complicati dall’indecoroso balletto dei codici Ateco per identificare le imprese beneficiarie, che cambiavano ogni settimana con il cambiare dei famigerati colori delle Regioni. Un ginepraio, come se a ottobre la Commissione non avesse scritto nulla. A onor del vero, al ministro Roberto Gualtieri quella possibilità non era del tutto sfuggita. Infatti il comma 627 della legge di bilancio consente a Regioni, Province e Camere di commercio di erogare questi ultimi aiuti più generosi, ampliando la portata del «regime quadro» varato a maggio (con uno stanziamento di 9 miliardi di euro). Peccato che la spesa aggiuntiva – autorizzata dalla Commissione lo scorso 15 dicembre – sia pari alla mirabolante cifra di… appena 1 miliardo.

Ma oltre al danno, c’è la beffa. Infatti, apprendiamo dal Sole 24 Ore di domenica che il governo sta pensando di varare aiuti parametrati ai costi (proprio la misura sopra descritta) ma c’è il problema «che i dati puntuali di tutte le imprese coinvolte arriverebbero solo con i bilanci a fine aprile e non è facile ipotizzare un sistema di autocertificazioni asseverate dai professionisti e verificate ex post».

Gualtieri vorrebbe farci credere che dopo due anni di fattura elettronica e di comunicazione dati Iva, al Mef non conoscano ad horas i dati delle imprese italiane, e quindi non sia possibile determinare con chirurgica precisione il sussidio a esse spettante, calcolando la perdita di fatturato del 2020 rispetto al 2019?

«Cede la memoria a tanto oltraggio», disse il poeta.


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