- Ieri Ursula von der Leyen ha annunciato un rapporto della Commissione «sullo stato di diritto dei Paesi membri»: le decisioni interne saranno sottoposte a un giudizio politico e i ribelli di fatto commissariati. Chi non seguirà l’agenda di sinistra verrà punito.
- Le Raccomandazioni europee sui tagli alla spesa incluse nelle nostre linee guida.
Lo speciale contiene due articoli.
Ursula von der Leyen ha gettato la maschera. Nel suo speech all’Europarlamento (pomposamente ribattezzato, sul modello Usa, discorso sullo stato dell’Unione), la presidente della Commissione Ue ha adottato un’agenda fortemente spostata a sinistra, provocatoria per tutti i gruppi a destra del Ppe, e apertamente ostile verso i governi sgraditi. Al contrario, non sono mancati assist e carezze per gli esecutivi allineati a Bruxelles (a partire dall’attuale maggioranza italiana), ma a un prezzo sempre più chiaro: il progressivo commissariamento politico di molti Paesi, ben al di là delle condizionalità economiche previste dal Recovery fund.
Ecco il passaggio cruciale, quello in cui la von der Leyen ha preannunciato la prossima arma di Bruxelles: «Prima di fine mese, la Commissione presenterà un rapporto sullo stato di diritto per tutti gli Stati membri». E il primo a capire dove la tedesca intendesse andare a parere è stato -non a caso – un polacco, espressione di uno dei governi sotto tiro, e cioè Ryszard Legutko, presidente del gruppo conservatore.
Il tema aveva già fatto capolino nelle discussioni sul nuovo bilancio Ue, anche in quel caso attraverso una sottolineatura del rapporto tra finanziamenti Ue e stato di diritto. A prima vista, si tratta di un richiamo nobile e di principio: chi potrebbe essere contrario? Ma, a un esame meno ingenuo, il punto è che non esistono atti normativi inequivoci che possano fungere da parametro di riferimento. Morale: è fortissimo il rischio di valutazioni politiche, arbitrarie e discrezionali. Di recente, ad esempio, proprio la Polonia è stata sottoposta a misure punitive (addirittura fino alla minaccia di privarla del diritto di voto) per una riforma giudiziaria nazionale che subordina per alcuni profili la magistratura all’esecutivo. È evidente che su un tema del genere – comunque la si pensi – le valutazioni tenderanno a essere sempre più opinabili e politiche che non freddamente giuridiche o ancorate a benchmark oggettivi. Dunque, ha molte ragioni chi teme che il richiamo allo stato di diritto possa trasformarsi in una frusta per colpire i governi riluttanti ad allinearsi al mainstream Ue.
Ma la von der Leyen non si è fermata qui, anzi. Ci sono stati almeno altri cinque passaggi del suo discorso che vanno interpretati.
Il primo è stato il preannuncio della volontà di costruire «un’unione della sanità»: «Con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte organizzeremo un vertice globale sulla sanità, in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è». Ed è abbastanza intuitivo che su questa base il pressing per spingere l’Italia nel Mes si farà di nuovo martellante.
Il secondo è stato il passaggio sull’ambiente, ad altissima densità «gretina», con obiettivi sempre più impegnativi: adesso la von der Leyen vorrebbe un «taglio delle emissioni del 55% entro il 2030», e non solo del 40%. Il che rischia di creare una bomba fiscale e regolatoria a danno delle imprese europee, con relativa perdita di competitività.
Il terzo passaggio è stato quello sull’immigrazione: «Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l’asilo e i rimpatri», insieme a «un forte meccanismo di solidarietà». Ma qui la tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che in sostanza, fino a oggi, ha consentito a molti Paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell’Italia.
Qui la von der Leyen ha colto l’occasione per aggredire Nicolas Bay (francese del gruppo sovranista Identità e democrazia) e Joerg Meuthen (tedesco di Afd, del medesimo gruppo). Per Bay «l’asilo è diventato una filiera per l’immigrazione clandestina» e i richiedenti asilo «non vengono qui per sfuggire alle guerre», ma «per ragioni economiche e sanno che potranno rimanere qui a causa del vostro lassismo». La von der Leyen ha dato fondo al repertorio più classico dei pregiudizi anti destra: «Noi siamo convinti che ogni essere umano abbia una dignità. L’estrema destra ha un’altra visione: quella per cui ci sono diversi tipi di esseri umani, e gli altri devono essere affrontati con l’odio».
Il quarto passaggio delicato è stato quello sui temi etici: «Chiederò il riconoscimento mutuo dello status familiare in tutta Europa. Se si è genitore in un Paese, lo si è in tutti». A questo proposito, il deputato della Lega Vincenzo Sofo ieri ha presentato un’interrogazione al Parlamento europeo chiedendo se la Commissione vuole «vincolare l’uso dei fondi del Next generation Eu da parte degli Stati all’attuazione di politiche pro immigrazione e Lgbt».
Il quinto passaggio significativo della tedesca è stato infine quello per preannunciare «una proposta per sostenere gli Stati nel creare uno schema per i salari minimi». Progetto che è un obiettivo esplicito del ministro Nunzia Catalfo.
Ce n’è abbastanza affinché la sinistra tenti di usare tutto questo armamentario per blindarsi al governo, a partire dall’Italia. E infatti il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha subito chiosato: «Serve stabilità per tutti i governi europei per concretizzare il Recovery fund».
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