- Disco verde alla manovra. Aiuti alle famiglie e taglio del cuneo. La riforma delle tax expenditures impone lo stop ai diktat verdi.
- I sacrifici saranno distribuiti su tre anni, ma sarà possibile modularli in modo flessibile.
- Aumenti per medici, infermieri e specializzandi, soprattutto per chi sceglie branche meno gettonate. Premi alle Regioni che tagliano le liste di attesa. I camici bianchi chiedono più risorse: sciopero il 20 novembre.
Lo speciale contiene tre articoli.
Alla fine il testo della manovra è arrivato in Aula. Ha ricevuto la bollinatura e sebbene con un giorno di ritardo si piazza tra i record delle tempistiche di un governo. Almeno negli ultimi 15 anni. Si tratta di un perimetro di 30 miliardi con un importante taglio al deficit e due grandi focus. L’attenzione ai lavoratori con un taglio del cuneo che agevola chi incassa meno di 40.000 euro lordi all’anno e coinvolge circa 1,3 milioni di dipendenti in più rispetto agli anni scorsi. Altro pilastro sono la famiglia e la natalità. Qui l’esecutivo ha messo 1,5 miliardi di euro. C’è il bonus bebè confermato e una serie di agevolazioni, ovviamente correlate all’Isee del contribuente. Le pensioni minime anche se solo del 2,2% sono state alzate e ci sono fondi per agevolare chi si ferma al lavoro e non va in pensione.
Questa manovra ha dunque due aspetti molto positivi e uno che ci porta a una prece per quella che un tempo si chiamava borghesia. Il primo elemento positivo è l’attenzione alla famiglia e al lavoro. L’Italia ne ha certo bisogno nella speranza di scongiurare un poco la tremenda deriva della denatalità. Il secondo elemento tocca la componente tecnica della finanza pubblica. L’approccio draghiano che Giancarlo Giorgetti sta portando avanti sembra essere molto apprezzato dai mercati. E c’è da scommettere che lo sarà pure da Bruxelles. Meno debito, meno deficit, rating in miglioramento e grande attenzione ai nostri titoli di Stato. Quanto è successo ieri, ad esempio, è una rarità per l’Italia.
A fronte di una offerta di 13 miliardi di Btp, la domanda è arrivata a 200. Ben 15 volte tanto. La corsa? Dovuto all’immagine che i fondi e le agenzie Usa stanno dipingendo del nostro Paese. Certo, alla finanza internazionale interessa il ritorno sugli investimenti e sapere che il governo è stabile. Un discorso diverso è invece la discrasia del mercato interno. I consumi che non salgono e gli stipendi al palo alla pari della produttività. L’export che traina il Pil e l’avanzo di bilancio compensano però in modo disarticolato il settore industriale che soffre. Non è un caso se il Paese sta assistendo a una apparente schizofrenia giuslavoristica. Mentre sale il numero degli occupati, aumenta anche il numero delle ore di cassa integrazione. Il manifatturiero ne fa ampio uso. Investe meno in nuove tecnologie e usa la forza lavoro come ammortizzatore. Qui ci si riallaccia alla questione del cuneo fiscale. Mentre resta aperta un’altra questione quella dei consumi interni. La manovra appena bollinata infatti colpisce tagliando le detrazioni e le deduzioni chi guadagna più di 75.000 euro all’anno.
Nel dettaglio il testo recita: «Per i soggetti con reddito complessivo superiore a 75.000 euro gli oneri e le spese per i quali è prevista una detrazione dall’imposta lorda, dal presente testo unico o da altre disposizioni normative, considerati complessivamente, sono ammessi in detrazione fino a un ammontare calcolato moltiplicando l’importo base determinato ai sensi del comma 2 in corrispondenza del reddito complessivo del contribuente per il coefficiente indicato nel comma 3 in corrispondenza del numero di figli, compresi i figli nati fuori del matrimonio riconosciuti, adottivi, affidati o affiliati, presenti nel nucleo familiare del contribuente». Tradotto, la cifra più alta ammessa in detrazione sarà 14.000 euro. Solo 8.000 per chi ha un reddito superiore ai 100.000 euro. «Sono escluse dal computo dell’ammontare complessivo: le spese sanitarie detraibili; gli oneri detraibili sostenuti in dipendenza di prestiti o mutui contratti fino al 31 dicembre 2024, nonché le rate delle spese detraibili sostenute fino al 31 dicembre 2024», prosegue l’articolo appena approdato in Aula. Ma a stupire (anche se le parole di Giorgetti sulla casa sono state sempre critiche) è l’altra fetta di detrazioni che man mano si vanno riducendo colpendo il bene primario degli italiani: la casa. L’articolo 8 della manovra insiste infatti sulle detrazioni innalzando alcune voci al 50% ma solo per il 2025 e abbassando altre voci al 36% per gli anni successivi. Si introduce un tetto a 96.000 euro di lavori e alcune valutazioni saranno da ricalcolare rispetto alle spese del 2023. Insomma, si scivola sulla solita mania della retroattività. A farne le spese sono anche i lavori riguardanti l’efficientamento energetico e il miglioramento sismico degli edifici.
Il quadro che emerge è quello di un marcato ridimensionamento di un sistema di incentivi, in atto da più di un quarto di secolo, che ha visto negli anni il sostegno trasversale di tutte le forze politiche in risposta a esigenze di interesse generale: contrasto al sommerso, maggiore sicurezza, tutela dell’ambiente. Sembra che siamo di fronte a una svolta fiscale importante. Apre a un ultimo interrogativo. Il governo ha due anni di tempo per ottemperare alle normative Ue sulla casa green. Pensare di andare dietro a Bruxelles e tagliare gli incentivi sarebbe un doppio salasso. Mortale.
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