L’allargamento del conflitto con l’Iran e la guerra tra Russia e Ucraina infiammano i mercati energetici. Con il greggio oltre i 100 dollari al barile, i titoli petroliferi tornano protagonisti delle Borse.

«Per anni il settore dell’energia è stato trattato come il parente scomodo dei listini, considerato troppo inquinante e ridotto a pesare appena il 3% della capitalizzazione mondiale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf.

«Oggi la geopolitica ha ricordato al mercato che la transizione richiede tempo e che senza idrocarburi l’economia si ferma. Le società del comparto, che nel frattempo avevano tagliato il debito e adottato una rigida disciplina di bilancio, si sono trovate nella condizione ideale per trasformare i rincari in cassa reale».

Le esportazioni dal Golfo Persico hanno persino superato i livelli prebellici grazie a rotte alternative allo Stretto di Hormuz, ma trasporti e raffinazione restano critici.

Gli investimenti europei sugli idrocarburi

«Il paradosso di questa fase è che il greggio continua a fluire, ma trasportarlo e raffinarlo costa una fortuna», osserva sempre l’esperto. «I veri colli di bottiglia sono i noli delle superpetroliere alle stelle per i rischi di navigazione e gli impianti di raffinazione fuori uso tra Medio Oriente e Russia. A mancare sono soprattutto i prodotti finiti come il diesel, con scorte strategiche ormai ai minimi».

I rialzi sono imponenti: Xtrackers Msci World Energy guadagna il 52,51% da inizio anno e il 58,83% a dodici mesi, mentre iShares MSCI Europe Energy Sector avanza del 56,35% nel 2026 e del 65,65% a un anno. L’Etc WisdomTree Brent Crude Oil registra +138,57% da gennaio.

«La divergenza tra le singole storie societarie resta tuttavia marcata», rileva Gaziano. «I colossi americani come ExxonMobil (+50,35% nel 2026) e Chevron (+51,95%) confermano una solida redditività, ma la spinta maggiore arriva dall’Europa. Gruppi integrati come Eni, che sale del 62,86% da inizio anno e del 78,69% a un anno, o la spagnola Repsol (+91,84% nel 2026 e +110,91% a dodici mesi), beneficiano dei forti margini di raffinazione e di valutazioni storicamente compresse. Più graduale invece la corsa di colossi come TotalEnergies (+41,76% nel 2026) e BP (+42,17% da inizio anno, ma solo +12,13% a tre anni)».

Di cosa beneficiano le società europee

Tra i servizi petroliferi Saipem, impegnata nella fusione con Subsea7, guadagna il 98,72% nel 2026 e il 246,17% a tre anni. Tenaris sale del 60,90% da gennaio e dell’83,77% a dodici mesi, mentre l’ETF iShares Oil & Gas Exploration & Production avanza del 42,11%.

«Le società del Vecchio Continente beneficiano non solo degli ottimi margini industriali, ma anche di valutazioni di partenza storicamente compresse rispetto alle rivali americane», nota Gaziano. «Non è un caso che colossi europei come TotalEnergies, oggi in rialzo del 41,76% da inizio anno, stiano valutando di spostare la propria quotazione principale a Wall Street proprio per cercare di colmare questo divario nei prezzi e attrarre maggiori capitali».

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