Ursula si fa scudo con la faccia di Draghi e la usa contro Letta
Mario Draghi (Getty Images)
  • La Von der Leyen gli chiede un report sulla competitività: il Consiglio aveva scomodato l’ex Pd. Giorgia Meloni: Mario può aiutarci.
  • Dopo le polemiche, il leader del Ppe Manfred Weber loda gli alleati per il lavoro fatto. Il premier: no ad intese con la sinistra.

Lo speciale contiene due articoli.

Più che l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, quello di ieri da parte di Ursula von der Leyen è sembrato il primo di un nuovo mandato. Non solo per la speranza che l’ex ministro tedesco palesemente serba di fare il bis, ma anche per le carte che ha calato di fronte ai parlamentari. Il tentativo di tenere uniti i popolari e i socialisti, di strizzare gli occhi ai deputati più vicini a Emmanuel Macron, con l’obiettivo di mantenere gli stessi diktat dell’attuale commissione ma senza quella connotazione politica socialdemocratica che ha contraddistinto la maggioranza Ursula uscente. La carta del mazzo più pesante si chiama però Mario Draghi.

La Von der Leyen ha annunciato a sorpresa la decisione di affidare all’ex premier e presidente della Bce il compito di stilare un report «sul futuro della competitività europea». Il presidente della commissione ha sottolineato che per l’Europa sono tre le sfide fondamentali nel prossimo futuro: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Sfide che arrivano «in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare più avanti e definire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi – una delle più grandi menti economiche europee – di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea». Perché l’Europa farà «whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo». Ovviamente il riferimento è alla celebre frase con cui Draghi ha segnato il mandato in Bce e la sua fama di risolutore. Al di là dei contenuti di questo incarico non si può però non notarne la valenza politica. Una in totale antitesi con il consiglio Ue e con il semestre spagnolo in corso. L’altra, invece, di proiezione verso un’Ursula bis con il sostegno di un commissario tecnico primus inter pares. Appunto Draghi. È altrettanto interessante che il primo aspetto dell’analisi, quello che vede il braccio di ferro tra commissione e singoli Stati rappresentati nel consiglio, passa attraverso due figure italiane. Lo scorso 22 luglio Enrico Letta dopo aver lasciato un Pd smembrato nelle mani di Elly Schlein ha ricevuto dalla presidenza di turno spagnola (a guida socialista) l’incarico di redigere un rapporto «strategico» per rilanciare la competitività del mercato unico.

La notizia era stata diffusa dal quotidiano belga Le Soir in un’intervista allo stesso Letta sulla «delicata missione» conferita. Il giornale sottolineava come, «in un momento di cambiamenti decisivi», sulla scia della Brexit e in vista di un altro possibile allargamento (all’Ucraina), il compito di dare una spinta alla competitività della Ue sia «fondamentale».

Rispondendo alle domande del cronista, l’ex segretario dem, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, ha detto che sta «cercando la formula magica per rilanciare il mercato unico europeo». La mirabolante missione lo vedrà in prima linea con il ministro belga all’Economia, il socialista Pierre-Yves Dermagne (Ps), con l’obiettivo di stendere un rapporto da pubblicare a marzo 2024, poco prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Un frangente in cui, avvertiva Letta tramite Le Soir, «ci sarà il rischio che i Paesi di dividano» e invece, «l’unità tra di noi è ciò che è importante, ciò che deve venire prima, molto più che marcare le nostre differenze». Pazienza per la frasi di circostanza in cui probabilmente nemmeno Letta crede. A far drizzare le antenne è il termine «competitività». Pilastro dello studio assegnato sia a Letta sia a Draghi. Non è da escludere che i due lavori saranno presentati in contemporanea. Il peso internazionale di Draghi dovrebbe schiacciare l’avversario. Tant’è che ieri anche la Meloni ha salutato l’incarico come una buona notizia: «Spero che in un ruolo del genere possa avere un occhio di riguardo». In contrapposizione alle critiche rivolte a Gentiloni. Il che ci riporta al secondo corno dell’analisi politica.

L’impressione è che la Von der Leyen puntando sull’asso di mister Bce voglia non solo consolidare il primato della commissione, che negli ultimi mesi è stata penalizzata dalle mosse troppo fuori le righe di Frans Timmermans, ma anche aprirsi le strade a nuove e più larghe alleanze. L’uscita di Manfred Weber di ieri riporta l’asse con i socialisti in linea di marcia. D’altra parte serviranno anche i macroniani, ma soprattutto è chiaro che l’intento di un’Ursula bis è quello di mantenere i binari su cui l’attuale commissione ha messo l’Europa. Cambiando il colore della locomotiva e al massimo qualche vagone. Avere dalla propria l’immagine di Draghi fornirà il vantaggio alla Von der Leyen di diluire il colore socialista che ormai anche agli alleati reca più danni che benefici e al tempo stesso raddoppiare gli sforzi sulla transizione green, sul rinnovamento degli schemi di approvvigionamento energetico e soprattutto sulla riforma del Patto di stabilità. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha spiegato che non si può tornare ai vecchi schemi e che ne servono di nuovi. È certo che il lavoro affidato ieri servirà anche a questo. Difficile che il governo Meloni provi a opporsi alle risultanze, visto i rapporti e lo stesso varrà per i tedeschi. Vedremo Macron che cosa chiederà in cambio. La partita è aperta.

E il povero Letta? Il Pd fuori dai palazzi non serve più a nulla, così devono pensarla a Bruxelles. E il predecessore della Schlein è più che mai oggi sacrificabile, una volta per tutte.

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