Entro il 2030 le abitazioni dovranno ridurre le emissioni, raggiungendo la classe energetica E. Nei prossimi dieci anni l’80% degli immobili dovrà cambiare finestre.

Lo chiede l’Europa, ancora una volta. In questo caso a dover obbedire sono i proprietari degli edifici residenziali: entro il 2030 le abitazioni dovranno necessariamente ridurre le emissioni raggiungendo almeno la classe energetica E. Nel 2033 sarà la volta della classe D con l’obiettivo di arrivare ad emissioni zero entro il 2040 o 2050. Secondo quanto riportato dal Messaggero, infatti, il prossimo 24 gennaio la commissione Energia del Parlamento europeo dovrebbe approvare la direttiva sull’efficienza energetica delle case che gira nelle stanze di Bruxelles ormai da circa un anno.

Il testo è stato frutto di grande dibattito fin dal principio che anche adesso potrebbe non essere finito. Inizialmente le misure proposte erano decisamente restrittive e sostanzialmente irrealizzabili. Si chiedeva di portare le case ad una classe energetica almeno di tipo D, entro il 2027. La pena prevista per chi non si sarebbe adeguato era l’impossibilità di poter vendere o affittare il proprio immobile. Per esser chiari, rientrano nella classe D quegli immobili che abbiano infissi nuovi con doppi vetri. Secondo la vecchia bozza insomma, almeno per quanto riguarda l’Italia, il 77,6% delle abitazioni avrebbe dovuto cambiare le finestre nel giro di appena tre anni. Le classi energetiche sono sette: vanno dalla A (la più efficiente) alla G (la meno efficiente). Le classi sono stabilite attraverso l’indice di prestazione energetica globale (EPgl) che si traduce in soluzioni che rendano le case a maggiore o minore impatto. L’unico modo per crescere di classe è quello di fare lavori di ristrutturazione molto costosi. La nuova bozza della direttiva adesso prevede tempi più dilatati, ma il problema in ogni caso c’è ed è solo rimandato di qualche anno. Si tratta di una rivoluzione di portata enorme per cui non è chiaro chi debba pagare.

A metà dicembre le istituzioni europee hanno raggiunto un accordo che prevede l’istituzione di un fondo per coprire gli investimenti strutturali di lungo periodo tra cui il risanamento degli edifici, le soluzioni di decarbonizzazione, la promozione delle energie rinnovabili, le infrastrutture per i veicoli a zero e basse emissioni, nonché l’uso del trasporto pubblico e dei servizi di mobilità condivisa. Il fondo inizialmente sarà finanziato con le entrate ottenute dalla vendita all’asta di 50 milioni di certificati ETS (stimate in circa 4 miliardi di euro). Per poi essere finanziato dalle entrate del sistema ETS-2 un nuovo strumento che prevede l’emissione di nuovi certificati verdi dedicati all’edilizia e ai trasporti, così come ai combustibili per settori quali quello manifatturiero. Insomma anche se non dovessero essere direttamente i privati a dover intervenire sulle ristrutturazioni delle case, questi stessi potranno contare su fondi che arrivano da nuove tasse sul green.

Nella nuova bozza della direttiva, ad ogni modo, le sanzioni da applicare verranno scelte direttamente dagli Stati membri che potranno anche decidere di non porle affatto. Gli effetti di questa norma però si avranno lo stesso: non appena verrà varata infatti sarà automatica la perdita di valore delle case a bassa efficienza energetica. Anche i mutui potrebbero subire delle variazioni, poiché sono gli immobili stessi a fungere da garanzia per il finanziamento, ma se perdono valore, anche queste valutazioni potrebbero variare. Gli edifici storici potrebbero essere esentati da questo obbligo, ma solo per quanto riguarda quelli “ufficialmente protetti” e in Italia sono molte le abitazioni storiche non tutelate in via ufficiale. La direttiva poi non si applicherà agli edifici di culto e alle seconde case abitate per meno di quattro mesi l’anno, così come per le abitazioni con una metratura inferiore ai 50 metri quadrati. Piccole consolazioni che però non levano forza ad una notizia che potrebbe divenire la miccia di una delle più grandi crisi del mattone di sempre.

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