L’Europa si prende ancora tempo. Resta il dubbio: chi applica le misure?
  • Le decisioni sui prezzi dell’energia slittano a dopo il vertice di Praga di venerdì. Ma già i tre interventi d’urgenza (riduzione dei consumi, tetto ai ricavi e tasse) necessitano a livello nazionale di passaggi tecnopolitici complessi.
  • Il ministro Roberto Cingolani: «Ecco il mio piano anti rincari: indicizzare il prezzo agganciandolo a Borse un po’ più stabili del Ttf». E ha informato delle idee del governo pure Giorgia Meloni.

Lo speciale contiene due articoli.

Il nuovo piano della Commissione europea sulla questione energetica sarà esaminato solo dopo il vertice informale dei leader europei del prossimo 7 ottobre e nella riunione dei commissari europei di oggi non se ne discuterà. L’annuncio dato ieri da una portavoce di Bruxelles sancisce l’ennesimo rinvio di un confronto infinito su cui si sta l’Unione si sta avvitando mentre la situazione precipita, tra gasdotti che saltano per aria e import di gas dalla Russia azzerato. Nell’attesa di sviluppi su questo fronte, il Consiglio europeo dei ministri dell’energia di venerdì scorso ha però trovato un accordo su un nuovo regolamento per tre interventi di emergenza (sic) nei mercati energetici.

La prima misura prevede una riduzione volontaria del 10% dei consumi di energia elettrica in riferimento alla media degli ultimi 5 anni nel periodo novembre-marzo compresi. In più, questa disposizione aggiunge un risparmio obbligatorio del 5% dell’energia consumata tra dicembre e marzo nelle ore cosiddette di picco, cioè quelle con i prezzi più alti. In questo caso la riduzione del consumo deve avvenire rispetto alla normale previsione elaborata dal gestore della rete elettrica. Il regolamento, una volta approvato formalmente dal Consiglio europeo, deve essere applicato in Italia e per questo servirà un decreto del nostro ministero della Transizione ecologica, a seguire una o più delibere Arera. Queste dovranno stabilire chi si occuperà di attuare le misure, sia quella volontaria che quella obbligatoria. Sulle misure volontarie, è opportuno che il decreto del Mite stabilisca in partenza l’obiettivo e soprattutto eviti che si diffondano eccessi a livello locale. Già in tema di risparmi di gas siamo di fronte a un paradosso: l’Italia ridurrà volontariamente i consumi di gas di 8,2 miliardi di metri cubi, ma la volontarietà nazionale si è tradotta in un obbligo per i cittadini sull’accensione e spegnimento dei riscaldamenti e sulle temperature. Sulle nuove riduzioni di energia elettrica, sarebbe bene evitare, almeno, che qualche amministratore locale particolarmente zelante emetta ordinanze bislacche costringendo i cittadini a sacrifici non necessari. Abbiamo già visto troppe ordinanze locali «creative» durante il periodo Covid. L’idea di spegnere la pubblica illuminazione notturna è un esempio, considerato che già in troppe città la sicurezza è un optional.

La riduzione del 5% dei consumi nelle ore di picco presenta, dal canto suo, difficoltà tecniche non banali, di cui abbiamo già parlato. Il decreto del Mite e le delibere dell’Autorità di settore dovranno circostanziare come sarà possibile imporre un minore consumo, rispetto a una previsione che viene fatta giornalmente, proprio nelle ore di maggiore carico. Terna è la responsabile del dispacciamento e ad essa toccherà attuare le disposizioni, che però sono tutte da scrivere.

La seconda misura adottata dal Consiglio energia venerdì scorso riguarda invece un tetto obbligatorio ai ricavi per i produttori di energia elettrica da fonti che non siano il gas, punto su cui si è molto spesa il Commissario europeo all’energia Kadri Simson. Il regolamento impone un prezzo massimo al quale i produttori potranno vendere, pari a 180 euro/MWh, ma gli Stati membri potranno imporre anche tetti più bassi, differenziando per fonte di energia (rinnovabili, lignite, nucleare ed altre). Il ricavato dalla differenza tra il prezzo di mercato e quello imposto dovrà essere destinato dagli Stati ad abbassare i costi dell’energia per i clienti finali. Anche in questo caso, l’applicazione pratica del regolamento potrebbe essere più complessa e politicamente sensibile di quanto sembri. In Italia, ancora il Mite e l’Arera dovranno stabilire come si concretizzerà questo tetto massimo. Non risulta siano state fatte analisi di impatto su tutti i mercati elettrici europei, ma se i provvedimenti nazionali non dovessero essere armonizzati tra loro, è possibile che tra i Paesi si possano creare differenziali di prezzo ulteriori e diversi rispetto a quelli cui siamo abituati. Inoltre, la decisione di applicare tetti più bassi per alcune fonti è anche politica, potendo incentivare o disincentivare alcune categorie di produttori piuttosto che altre, così come la decisione sull’utilizzo degli introiti.

Infine, il terzo punto è una tassa straordinaria sul surplus generato dalle aziende che commercializzano o raffinano idrocarburi. Si applicherà una aliquota aggiuntiva di almeno il 33% sugli utili se questi superano di più del 20% la media degli ultimi quattro esercizi. Anche in questo caso, il regolamento impone che le entrate debbano essere utilizzate per abbassare i costi energetici. Per la trasposizione nell’ordinamento italiano del regolamento servirà una legge, che dovrà anche chiarire il coordinamento con l’imposizione già esistente in Italia sui cosiddetti extraprofitti. La norma, che ha dato vita a vivaci discussioni, dovrebbe essere in qualche modo assorbita in questa nuova misura, che certamente dà adito a minore incertezza in fase di applicazione.

Come si intuisce, la discesa della normativa dal livello europeo a quello nazionale necessita di passaggi sia tecnici che politici complessi e articolati. Un governo uscente non può vincolare quello successivo su temi politici che impegnano il Paese a livello internazionale e per tempi lunghi. Il momento di transizione in corso, con un governo uscente e uno ancora da definire, richiede un coordinamento difficile ma quantomai necessario, per evitare sgradevoli sorprese domani.


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