- Il governo pensa a uno strumento che dia libertà di movimento a immunizzati, guariti e negativi al test. Ma i dubbi sono molti, a cominciare dall’impossibilità di dimostrare che non si è portatori di infezione.
- Gli chef protestano a Città della Pieve, dove risiede il premier. Lavoratori dello spettacolo in piazza a Roma con mille bauli.
Lo speciale contiene due articoli.
Un lasciapassare per muoversi al di fuori della propria Regione, che certifichi di aver fatto il vaccino (entrambe le dosi) o di esser guarito dal Covid. Altrimenti, bisogna portarsi appresso l’esito negativo di un tampone eseguito nelle 48 ore precedenti. Altro non è dato sapere, del pass anticipato da Mario Draghi e che è oggetto di studio da parte del Cts. Il premier ha parlato di un tesserino, che permetterà anche l’accesso a eventi culturali e sportivi. Da venerdì, quando è stato annunciato l’arrivo di questo pubblico salvacondotto, le ipotesi si stanno sprecando. Sarà un’app o un documento cartaceo? Verrà rilasciato dall’Asl o dalla Regione? Basterà il certificato medico in caso di guarigione dal coronavirus? E ancora, non sarà sufficiente l’attestato di avvenuta la vaccinazione, inserito anche nel nostro fascicolo sanitario elettronico? Risposte non si hanno. Per la digitalizzazione del pass sicuramente si dovrà attendere, nessuno dimentica il flop di Immuni, l’applicazione lanciata dal governo Conte per conoscere se si è stati a contatto con una persona ammalata di Covid, e che doveva consentire il tracciamento digitale dei contagi. Con risultati disastrosi.
Intanto non poche perplessità sorgono su un pass per muoversi all’interno del proprio Paese, che di fatto limita la libertà di circolazione e che rappresenta una grave violazione della privacy. Consideriamo il primo aspetto. Potrà uscire da una Regione chi si è vaccinato, chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi o chi è disposto a fare il tampone (a proprie spese) prima di ogni spostamento. Peggio per lui se deve viaggiare per un’urgenza, una necessità familiare: il certificato, che sarà coordinato dal ministero dell’Interno o da quello della Salute, servirà a ricordargli che il vaccino doveva farlo, così non aveva bisogno di test molecolari o rapidi.
Ma come si può chiedere di esibire la negatività di un test fatto 48 ore prima, quando nel frattempo un cittadino può comunque infettarsi? Non dimentichiamo che non esiste un protocollo di amplificazione dei tamponi molecolari, «la maggior parte dei laboratori non esplicita quali geni sono ricercati e, soprattutto, non dichiara la politica sui cicli di amplificazione (Ct) della reazione Pcr», ricordavano due mesi fa cinque responsabili di medicina del territorio del Nord Italia su Quotidianosaità.it. Aggiungevano: «In concreto non è scritto a quali Ct un tampone è classificato come negativo, positivo o debolmente positivo» e che «non esiste uno standard per convalidare analisi quantitative che producono risultati comparabili tra laboratori». Eppure il direttore dell’Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, ha detto chiaramente che la positività dei tamponi emerge «solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a 35.000-38.000 copie di Rna virale». Senza uniformità di tecnica di ricerca del virus da parte delle Asl, come si può subordinare la libertà di circolazione a tamponi poco significativi perché non standardizzati? A parte l’inevitabile considerazione sui tempi di risposta, almeno tre giorni per i test molecolari che nei periodi estivi, in seguito all’aumento di richieste, richiederanno più attesa e quindi impossibilità di spostarsi.
L’aspetto privacy è sicuramente quello più delicato, visto che per muoversi all’interno del proprio Paese bisognerà esibire certificati medici tutelati al massimo grado come dati sensibili, senza sapere chi li tratterà e come. Problema che è sorto in merito al Digital green pass, il passaporto europeo su cui ancora si discute, e che è stato evidenziato lo scorso primo marzo dal nostro garante della privacy. Senza una legge nazionale che sappia realizzare «un equo bilanciamento tra l’interesse pubblico che si intende perseguire e l’interesse individuale alla riservatezza», ha osservato l’Authority, «l’utilizzo in qualsiasi forma, da parte di soggetti pubblici e di soggetti privati fornitori di servizi destinati al pubblico, di app e pass destinati a distinguere i cittadini vaccinati dai cittadini non vaccinati è da considerarsi illegittimo». Non sarà facile, dunque, mettere a punto un certificato che viola la privacy del vaccinato e risulta evidentemente discriminatorio per il non vaccinato, in quanto gli impedisce il diritto fondamentale allo spostamento. C’è un altro ostacolo/paradosso. Come precisa l’Istituto superiore della sanità nel quarto rapporto Covid datato 13 marzo: «Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione». E avverte: «Seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati». Dunque si sta autorizzando un pass che permetterà ai vaccinati di andare ovunque, forse superando anche il divieto agli spostamenti verso le Regioni che potranno tornare in zona rossa e con le maggiori restrizioni, senza la certezza che quelle persone non possano contagiare o non finire contagiati.
Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, che mercoledì scorso ha iniziato lo sciopero della fame per chiedere che venga onorato il diritto alla conoscenza su quanto è avvenuto in questi 14 mesi di stato di emergenza, è insorto anche contro il pass. Lo ritiene «una potente discriminazione», chiaramente «finalizzata a indurre, anche chi non vuole farlo, a vaccinarsi». Afferma: «Potete chiedermi di indossare la mascherina quando è necessario e di rispettare le distanze, ma non potete impedirmi la libertà di spostamento. Quale sarà la prossima frontiera, la porta delle nostre abitazioni?».
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