Superato il non scontato passaggio in Parlamento, l’ultimo scoglio per la legge elettorale del governo Meloni potrebbe essere la Consulta. Dal che sorgono due domande. La prima: lo Stabilicum potrebbe essere cassato? La seconda: perché la Corte deve sindacare uno degli ambiti in cui, a buon diritto, la politica sfrutta di più la sua discrezionalità? La risposta al primo quesito è che difficilmente la norma verrà stracciata. Lo ammettono persino i giuristi che stanno preparando i ricorsi.

Mercoledì, sul Fatto Quotidiano, il costituzionalista Massimo Villone è stato onesto, pur nella sua radicale ostilità alla legge: «È una porcata», ha detto, «ma è scritta in un modo che chiaramente dimostra studio e ponderazione del rischio Consulta». E tra gli scenari possibili, c’è quello in cui la Corte «non vada oltre i precedenti e “salvi” l’impianto essenziale del Melonellum».

Analogamente, l’ex deputato pd Stefano Ceccanti, sul Qn, l’altro ieri scriveva che «è altamente probabile che la Corte censuri solo aspetti non centrali della legge, come il numero di firme per le forze fuori dal Parlamento e il mancato equilibrio di genere per i capilista».

I nodi della Consulta sulla legge elettorale

Come ha spiegato ieri il numero uno della Consulta, Giovanni Amoroso, in un’intervista al Corriere dalla tempistica per lo meno opinabile, visto il suo ruolo, i «nodi principali» al vaglio della Corte saranno gli stessi già affrontati in passato: il premio di maggioranza e la lunghezza dei listini, che potrebbe limitare la libertà di scelta degli elettori.

Si sono levati alti lai contro l’«abnorme» assegnazione di seggi, 70 alla Camera e 35 al Senato, alla coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento. Ma mancano i presupposti per un’operazione demolitiva delle toghe.

Bocciando il Porcellum, nel 2014, la Consulta contestò, sì, l’«eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa», introdotta dalla legge Calderoli, che consentiva a «una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi». Ciò avrebbe intaccato «il principio di eguaglianza del voto».

Il rilievo, però, non riguardava il premio in sé, bensì l’assenza della soglia minima per farlo scattare. Il verdetto, anzi, ammetteva che la «distorsione fra voti espressi e attribuzione dei seggi» è una caratteristica «presente in qualsiasi sistema elettorale».

Tant’è che, quando si occupò dell’Italicum, voluto da Matteo Renzi, la Consulta lasciò impregiudicato il premio di maggioranza, che era stato stabilito al 40%; respinse, invece, il ballottaggio e la possibilità, per il capolista eletto in più collegi, di sceglierne uno a piacimento.

Tempi e prospettive di utilizzo della Consulta

Il Melonellum – previo confronto con Sergio Mattarella, che ieri l’ha firmato – ha alzato il limite al 42%; inoltre, la coalizione vincente non potrebbe occupare più del 55% degli scranni a Montecitorio e più del 56,5% a Palazzo Madama, così da scongiurare esiti bulgari. Accortezze notate, appunto, da Villone: la legge disinnesca il «rischio Consulta».

Benché abbia scelto di parlare col quotidiano di via Solferino, Amoroso ha invocato il «riserbo» sugli esiti dei futuri procedimenti. Non ha rinunciato a un mezzo avvertimento: se il centrodestra spera di aggirare il giudizio anticipando le elezioni a primavera 2027, sappia che la Corte può dimezzare i tempi della pronuncia.

Dopodiché, dalle sue parole sembrava di intuire che, a parte il premio di maggioranza e le liste bloccate, eventuali osservazioni su altre questioni, incluse rappresentanza di genere e assegnazione dei seggi in surplus al Senato su base nazionale anziché regionale, risulterebbero laterali.

Amoroso è stato capace sia di registrare la «diffidenza comprensibile» degli italiani verso le riforme costituzionali, sia di confermare che, già «da 70 anni», ma «con un’azione in effetti più pronunciata negli ultimi anni», è la Corte stessa che «incide sulla società». Le riforme, insomma, le fanno loro. È per questo che il suo colloquio con il Corsera riporta in auge il tema del protagonismo delle toghe.

Gli interventi della Corte costituzionale sulle leggi

Ieri, su X, Lorenzo Castellani, professore associato di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss, ha ricordato che «la legge elettorale è la legge più politica che c’è. Massima espressione della sovranità del Parlamento». E ha sottolineato che, sulle linee guida che dovrebbero ispirarla, «la Costituzione stabilisce poco: numero di seggi e base di ripartizione (nazionale, regionale, quoziente)».

Eppure, ha lamentato, «è oramai considerato normale che la Corte costituzionale intervenga per correggerla», senza che sia mai stata «aperta una discussione pubblica» su questa prassi e sulla necessità che essa abbia «un perimetro».

Con La Verità, Castellani parla di «un precedente molto difficile da rimettere a posto: la Consulta interverrebbe su qualsiasi legge che non sia puramente proporzionale. Occorrerebbe una forma di autocontrollo da parte della Corte costituzionale: se la legge elettorale altera la forma di governo, gli interventi sono auspicabili; ma se, come nel caso dello Stabilicum, ciò non avviene, la prospettiva di agire e correggere appare eccessiva.

Anche perché, poi, il Parlamento può riapprovare una legge simile, con qualche piccola modifica. L’interventismo dei giudici non fa altro che tirare la Corte dentro lo scontro politico».

Secondo Castellani, sono stati commessi «due errori. Quello di Arianna Meloni, che, sempre al Corriere, ha rilasciato un’intervista parlando di Giorgia primo premier della Terza Repubblica: tutto carburante che alimenta gli incentivi a “calmierare” gli effetti della legge elettorale. E poi, quello del presidente della Consulta, che dovrebbe essere una figura super partes: il giorno dopo l’approvazione, segnala che la Corte costituzionale è pronta, sull’uscio, a fare la guardia. Entrando in politica in maniera molto diretta».

Dal Melonellum al suicidio assistito, è l’essenza della dottrina del giudice legislatore: è lui il rimedio a ogni «diffidenza comprensibile».

Da non perdere

Salvini torna a pressare le banche
Governo

Salvini torna a pressare le banche

Il ministro chiede un altro contributo a istituti di credito e assicurazioni: «Cinque miliardi è una cifra sostenibile e rispettosa». Forza Italia è stata sempre contraria.

Sinistra a pezzi

Un pieno di bugie

Approvata la nuova legge elettorale. Campo largo nei guai: è senza leader. Invece di cercarlo, Schlein e Conte si insultano e attaccano il governo con slogan falsi.

Legge elettorale, il governo incassa la fiducia
Governo

Legge elettorale, il governo incassa la fiducia

La Camera approva i due pilastri dello Stabilicum. Domani è il giorno clou, con l’ultima votazione che sarà a scrutinio segreto. Proteste dell’opposizione. I deputati di Futuro nazionale si esprimono ancora contro l’esecutivo, contestando i capilista bloccati.