Scatta l’ora X sulla nuova legge elettorale: oggi è in programma il voto finale sull’intero testo, a scrutinio segreto.
Legge elettorale, oggi il voto finale alla Camera
Ultimo scoglio da evitare per la maggioranza: l’incubo della fatidica votazione dello scorso 14 luglio, quando l’emendamento su capilista e preferenze fu bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, sembra (sembra) dissolto, anche se nessuno può dirsi certo che stavolta i franchi tiratori a Montecitorio non ripeteranno lo scherzetto che obbligò la legge a essere modificata al Senato per poi tornare alla Camera per la terza lettura.
«Se sono serena per il voto finale? Lo sono sempre», ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni rispondendo a una domanda sull’argomento nel corso della conferenza stampa finale del vertice Med9 a Spalato
Tutto liscio ieri: il terzo voto di fiducia, quello sull’articolo 3 della legge, è passato senza problemi con 228 sì, 144 no e 3 astenuti.
Futuro nazionale ha votato ancora una volta no alla fiducia al governo. Approvato anche, senza fiducia, l’articolo 8 (sul quale l’opposizione si è astenuta): i sì sono stati 216, nessun voto contrario.
L’articolo consente il voto fuori dal Comune di residenza per motivi di studio, lavoro, salute e cura attraverso l’iscrizione in un apposito elenco presso l’ufficio elettorale del Comune di temporaneo domicilio.
Fuorisede e voto segreto: le ultime sfide sulla riforma
Gli elettori che sono lontani dal Comune di residenza per motivi di salute possono richiedere, non oltre il quarantacinquesimo giorno antecedente il voto, di essere iscritti nell’elenco dei fuorisede per votare nel Comune di temporaneo domicilio.
Questa possibilità è stata estesa anche anche ai caregiver familiari e ai genitori o familiari conviventi di un minore che sia in cura lontano dalla sua residenza. Se tutto filerà liscio, la partita si sposterà alla Corte costituzionale: sono già una trentina i ricorsi pronti a essere presentati.
I partiti di sinistra, in serata, hanno chiesto al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, di «garantire l’effettiva segretezza del voto» di oggi ricorrendo alle storiche urne con le palline bianche e nere.
Secondo le opposizioni, l’uso dei pulsanti elettronici non garantirebbe più la segretezza del voto a causa dei «controllori» di partito. La presidenza ha però respinto la richiesta, spiegando che il regolamento impone il voto elettronico salvo guasti tecnici, e si è limitata a fare un appello alla responsabilità dei singoli deputati.
Fatta la legge elettorale, si penserà alle elezioni. L’ipotesi più probabile è quella di un election day a maggio o giugno, con accorpamento di politiche e amministrative: andranno al voto per eleggere sindaci e consigli comunali gli elettori della più grandi città italiane.
Sicilia, Schifani sotto pressione: Forza Italia chiede il cambio
A proposito di elezioni: in Sicilia traballa sempre di più la presidenza di Renato Schifani. La scadenza naturale della legislatura siciliana è il prossimo settembre: l’ultima volta si è votato insieme alle politiche. Schifani però è da tempo nel mirino del suo stesso partito, Forza Italia non ha intenzione di ricandidarlo (scalpita Giorgio Mulè).
L’altro ieri è arrivato l’affondo del commissario regionale di Forza Italia in Sicilia, Nino Minardo, legato ad Antonio Tajani: «Il cambiamento non è una mia opinione», ha detto Minardo a Italpress, «ma una richiesta che arriva dal partito dopo mesi di ascolto e confronto».
«È un’esigenza che ho registrato a tutti i livelli di Forza Italia in Sicilia: dai militanti ai consiglieri comunali, dai sindaci ai deputati regionali, fino ai parlamentari. C’è una grande richiesta di cambiamento e, in coscienza, credo che abbiamo il dovere di dare una risposta».
Parole che hanno provocato la durissima reazione di Schifani: «Prendo atto», ha sottolineato il presidente della Regione, «delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo. In queste ore sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve».
Parole che lasciano presagire le dimissioni di Schifani, che porterebbero la Sicilia al voto prima della fine dell’anno, scombussolando i piani del centrodestra nazionale, che vorrebbe la Sicilia alle urne insieme alle elezioni politiche.
Schifani valuta le dimissioni, Minardo convoca Tajani a Roma
Così ieri Minardo ha preso tempo: «Ho proposto per i prossimi giorni», ha detto il commissario regionale di Fi, «un incontro a Roma alla presenza del segretario nazionale di Forza Italia Antonio Tajani e del presidente Renato Schifani. Insieme stabiliremo il percorso politico».
Ma Schifani tiene alta la tensione, e ha convocato per oggi una giunta con all’ordine del giorno «i provvedimenti più urgenti», facendo pensare ancora alle dimissioni.
Sulla vicenda è intervenuto il leader di Sud chiama Nord Cateno De Luca: «Il banco è saltato», ha detto De Luca, «nel momento in cui il presidente Schifani ha fatto circolare la voce che non avrebbe accettato l’incarico al Csm per dimettersi anticipatamente a fine gennaio.
Pare che non sia vero che Schifani abbia rifiutato la candidatura al Csm, ma che negli ultimi tre o quattro giorni siano venute meno le condizioni per una sua candidatura. È ovvio che ci interroghiamo se siano venute meno le condizioni per cause politiche o per cause non politiche.
«Questo non sta a me stabilirlo, anche perché a me non interessa. Schifani», ha aggiunto De Luca, «Non ci farà questo regalo di dimettersi subito. Io accenderei dieci ceri a tutte le patrone e alle nostre Madonnine se ciò si verificasse. Non lo farà perché, se si slegano le elezioni regionali dalle politiche, sarà il Vietnam per il sistema, non c’è discussione. È ovvio che il quadro politico cambia radicalmente».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >