La nuova legge elettorale è stata approvata in via definitiva ieri dalla Camera dei deputati con 227 voti a favore e 164 contrari. L’ultimo voto segreto non ha riservato sorprese, come invece era accaduto lo scorso luglio, quando l’emendamento sui capilista bloccati e le preferenze era stato affossato dai franchi tiratori.
Uno scivolone della maggioranza che ha allungato a dismisura l’iter: il Senato ha reintrodotto l’emendamento, apportando anche altre modifiche al testo approvato a Montecitorio, e così è stato necessario un terzo passaggio alla Camera, con tre voti di fiducia per appello nominale su altrettanti articoli modificati a Palazzo Madama e quello finale, a scrutinio segreto, di ieri.
I prossimi passi di Meloni dopo la legge elettorale
Quasi «tutto esaurito» in Aula, con il 98% dei presenti. Soddisfatta, ovviamente, Giorgia Meloni: «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso», ha scritto sui social il presidente del Consiglio, «oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così. Con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e, di nuovo, il proprio parlamentare. Il centrodestra reintroduce il voto di preferenza, che mancava da oltre 30 anni, restituendo ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta. Governi stabili e maggiore partecipazione significano più continuità, più responsabilità e più capacità di dare risposte concrete agli italiani».
Fatta la legge elettorale, ora il dibattito è tutto sulla data delle elezioni. Qui occorre indossare i panni degli allibratori, considerate le tante variabili in campo e le diverse aspettative dei vari partiti e pure di singoli parlamentari.
Questi ultimi, soprattutto le terze file, andrebbero tranquillamente fino alla scadenza naturale della legislatura, ovvero il prossimo autunno: ipotesi però abbastanza improbabile, che si è verificata solo una volta nella storia repubblicana, nel settembre 2022, a causa della caduta anticipata dell’esecutivo guidato da Mario Draghi e dalla impossibilità di formare un altro governo. Suggeriamo di non scommetterci troppi euro.
Ipotesi sulle prossime elezioni politiche
La sensazione è che sia la Meloni sia il Quirinale non vedrebbero di cattivo occhio un ritorno alle classiche elezioni in primavera-estate: il motivo è avere un governo nel pieno delle sue funzioni a ottobre, quando si entra nella discussione della Legge di bilancio: suggeriamo di scommettere su questa ipotesi.
Detto ciò, occorre incastrare il voto per le politiche con quello delle amministrative, previste per la primavera prossima: si vota a Napoli, Milano, Roma, Torino e Bologna. Il centrodestra vorrebbe tenere ben distinte politiche e comunali, considerato che il voto amministrativo in queste città vede nettamente favorito il centrosinistra: si teme l’effetto-traino.
Il Quirinale, però, difficilmente potrebbe dare l’ok a due elezioni nel giro di uno o due mesi. Si sprecherebbero molti denari.
Infine, c’è chi prevede elezioni politiche già a febbraio: la Meloni potrebbe essere tentata dalle urne a stretto giro per far «sgonfiare» Roberto Vannacci e per non dare il tempo al centrosinistra di organizzarsi: le probabilità sono medio alte.
I pilastri della nuova legge elettorale
Uno dei punti-chiave della nuova legge è infatti l’obbligo di indicare il candidato premier, novità che sta mandando in tilt l’opposizione: «Il consiglio che diamo a Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni», maramaldeggia Federico Mollicone, presidente Fdi della commissione Cultura della Camera, «è quello di trovare presto un candidato premier che, grazie alla nuova legge elettorale, dovranno indicare nel programma che depositano».
«Non seguo questi dibattiti abbastanza surreali sulla data del voto», commenta a questo proposito la Meloni, «anche perché noi parliamo come se si votasse domani. Manca un anno alla scadenza della legislatura, quindi io sto concentrata, come voi vedete a cercare di fare il mio lavoro, gli altri discutano pure». Infine, l’incognita Consulta: sono già pronti una trentina di ricorsi alla Corte costituzionale, che potrebbe approvare la legge in toto, bocciarla in toto, o bocciarne alcune parti.
Ma oltre all’indicazione del candidato premier, quali sono le altre novità della legge approvata ieri? Innanzitutto, la scomparsa dei collegi uninominali: si vota col proporzionale. La coalizione che raggiunge il 42% (o nel caso la soglia sia superata da due coalizioni, quella che ha più voti) incassa il premio di governabilità: 70 deputati e 35 senatori.
Sulla scheda ci sarà, accanto al contrassegno del partito, il nome del capolista bloccato seguito da una lista di sei nomi: l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, mettendo una crocetta sui candidati scelti, con alternanza di genere. Restano inalterate le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum per l’ingresso delle liste in Parlamento: al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste con il ripescaggio per il migliore coalizzato. Sale da 1.500 a 6.000 il numero minimo di firme per collegio che chi non è in Parlamento deve raccogliere per correre alle elezioni.
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