La trappola del Quirinale è pronta a scattare
  • Sergio Mattarella punta su Luigi Di Maio per mettere all’angolo Matteo Salvini con nomi e condizioni indigeribili sui ministeri chiave. Se salta tutto, pronto il «piano B»: un governo neutrale, per sostenere il quale il Colle spingerebbe Silvio Berlusconi a spaccare il Carroccio.
  • Ai gazebo si tifa per l’intesa. Il leader leghista fiuta pericoli («C’è chi rema contro, in Europa e qui») e preme su Fratelli d’Italia Oggi vedrà Di Maio per chiudere il balletto su Palazzo Chigi. Il grillino non si sbilancia: «Il nuovo premier? Amico del popolo».


Lo speciale contiene due articoli.

Lo sposo, Harry Di Maio, in alta uniforme, circondato dalla famiglia, sorridente e felice. La sposa, Meghan Salvini, sola soletta, senza uno straccio di parente che l’accompagni all’altare, dove l’attende l’arcivescovo, Sergio Mattarella. Tutto pronto per le nozze dell’anno, anzi del quinquennio: domani a Roma, se tutto andrà per il verso giusto, Lega e M5s, siglando l’intesa di governo, daranno vita al governo gialloverde. Il padre della sposa, Silvio Berlusconi, ha disertato la cerimonia, manifestando tutta la sua contrarietà alle nozze e lasciando Matteo Salvini da solo a pronunciare il fatidico «I will».

La notte tra oggi e domani sarà la più lunga e insonne per il leader della Lega: se domani bacerà Di Maio, come da profetico murale dello scorso marzo, dirà probabilmente addio al centrodestra, e non potrà più tornare indietro. Sembra già scritto, il lieto fine, ma non lo è. In realtà, le probabilità che l’intesa M5s-Lega salti in extremis ci sono ancora. Matteo Salvini potrebbe essere costretto a scappare dall’altare. La Lega in queste ore è sottoposta a un vero e proprio assedio, c’è aria di trappolone. Predisposto, manco a dirlo, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che i leghisti non solo non li ama, ma non li sopporta proprio, e dunque al governo non li vuole se non in posizione talmente minoritaria da farli diventare praticamente irrilevanti.

Sergio Mattarella, in queste settimane, ha avuto modo di stringere una intesa fortissima con il Movimento 5 stelle, e in particolare con Luigi Di Maio. Giggino da Pomigliano è estremamente sensibile ai suggerimenti di Mattarella: il Colle ordina, lui esegue.

Lo si è visto in mille occasioni: dalle giravolte sull’euro e sul rapporto con Bruxelles a quelle sull’alleanza atlantica. Di Maio, il cui unico obiettivo è sedersi sulla poltrona di palazzo Chigi, si è affidato totalmente a Mattarella, che ne apprezza non solo l’estrema malleabilità ma anche le solide relazioni con gli Stati Uniti e con i circoli internazionali, più o meno riservati, che contano. Al Colle, però, sono ore di grande fibrillazione, perché mentre il più giovane dei «ragazzi», Di Maio, è totalmente gestibile, l’esatto contrario Mattarella pensa di Salvini. Matteo rispetto a Giggino la politica la conosce bene: se messo in condizione di far valere le ragioni della Lega, potrebbe far sudare freddo Mattarella, che ha già fornito – forse un po’ troppo frettolosamente – ampie rassicurazioni a Bruxelles, Berlino e Washington. Il Carroccio vuole spostare l’asse della politica estera italiana, riequilibrando il rapporto con la Russia di Vladimir Putin ed è pronto a battagliare senza tregua con Bruxelles e Berlino sui vincoli europei: per Re Sergio, degno successore di Re Giorgio (Napolitano), tutto ciò è semplicemente inaccettabile. Dunque, domani, Mattarella tenterà di far saltare tutto imponendo a Salvini condizioni irricevibili su premier, ministri e programma.

Mattarella innanzitutto potrebbe spingere su Di Maio premier, spiegando a Salvini che «c’è bisogno di un presidente del Consiglio autorevole, il leader del partito più forte della coalizione è l’ideale». Di fronte alle prevedibili resistenze leghiste, potrebbe tirare fuori dal cilindro figure «terze» indigeribili per la Lega: un burocrate, un bocconiano, un esecutore delle direttive di Bruxelles. Stesso discorso per i ministeri chiave: Esteri, Economia, Giustizia, Difesa (per non parlare della delega ai servizi segreti). Mattarella, dopo aver incassato l’ennesimo «faccia lei, presidente» da Di Maio, potrebbe servire al tavolo leghista pietanze difficili da digerire. Negli ultimi giorni, si dà per scontato che il capo dello Stato avrà l’ultima parola su queste caselle, che valgono più di mezzo governo. Circolano ipotesi che erano già trapelate come pedine del governo «neutrale». Immaginate Salvini che incontra Mattarella, dopo Di Maio, e si sente dire: «Allora, per i ministri chiave ho già l’assenso del M5s su…» e via con Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri, per la Farnesina; Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo Reichlin, ex deputato di Pci e Pds, e di Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, ex direttore generale alla ricerca della Banca Centrale Europea, per l’Economia; Alessandro Pajno, palermitano, presidente del Consiglio di Stato, amico fraterno di Mattarella, per la Giustizia, e magari un bel generalone di piena fiducia del Colle alla Difesa. Salvini potrebbe davvero dire sì a tutto questo, ovvero a tutto ciò che ha sempre combattuto? Per non parlare delle sforbiciate sul «contratto» né degli impegni che il Colle pretenderà sull’europeismo, i vincoli di bilancio, le sanzioni alla Russia da mantenere, e via mattarellando.

I bene informati, inoltre, giurano che la mossa di Silvio Berlusconi di «sganciarsi» da Salvini abbia messo allegria al Quirinale, che in questo modo potrà più efficacemente esercitare la sua pressione sulla Lega, ormai socio di minoranza dell’alleanza gialloverde. Stando a fonti molto attendibili, Mattarella in cuor suo spera (e sta anche lavorando nell’ombra per questo obiettivo) che Berlusconi riesca a spaccare il Carroccio, sfilando qualche senatore non fedelissimo di Salvini, e facendo crollare tutta l’impalcatura.

Se il piano di Mattarella riuscirà, se il governo gialloverde affonderà prima di uscire dal porto, sbattendo contro l’iceberg del Quirinale, via libera al governo «neutrale», con l’orizzonte di almeno due anni, con il pretesto delle riforme: a quel punto anche per Di Maio sarebbe impossibile negare al capo dello Stato una astensione benevola, mentre Silvio Berlusconi e il Pd non vedono l’ora di imbottire l’esecutivo «del presidente» di ministri di area, e di spartirsi nomine e poltrone.


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