- Il ministro lavora sui testi ereditati da Alfonso Bonafede: mancano idee e programmi su come riordinare la giustizia. Eppure il referendum Radicali-Salvini potrebbe aiutare il governo a intervenire sui nervi scoperti del settore.
- Manager della società di intercettazioni sotto inchiesta a Firenze per il caso Palamara.
Lo speciale contiene due articoli.
È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).
E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.
Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell’incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell’iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».
Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.
Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c’è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c’è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell’attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l’iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all’affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall’«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l’unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l’iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino – dal punto di vista del governo – togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.
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