Alle Marche Giuseppi disse: «Comando io»
  • Quando il governatore Luca Ceriscioli chiuse tutto da Roma giunse l’alt. E Francesco Boccia fece pure ricorso al tar.
  • Il senatore pentastellato scatenato contro il magistrato. Roberto Calderoli: «Il csm la difenda».

Lo speciale contiene due articoli.

C’è un precedente, e i precedenti in diritto contano. Giuseppe Conte lo ha detto chiaramente: sul coronavirus comando io. Così accade che il 25 febbraio il presidente della giunta regionale delle Marche Luca Ceriscioli (Pd) convochi una conferenza stampa per annunciare un’ordinanza di chiusura di scuole e luoghi pubblici fino al 4 marzo, preoccupato di una possibile diffusione del virus in discesa dalla Romagna. Appena comincia a parlare arriva una telefonata di Giuseppe Conte. Quella telefonata è la pistola fumante che prova come sulle azioni di tutela, chiusura, istituzione di zone rosse Giuseppe Conte abbia rivendicato a se e solo a se la potestà di decidere. Il senso di quella chiamata in piena conferenza stampa è: ma che fai? Non ti azzardare. Ceriscioli prima abbozza, poi il giorno dopo emana comunque la sua ordinanza perché teme il contagio. Lo scontro istituzionale diventa pesantissimo. Giuseppe Conte lo ha già annunciato la sera prima. In una tesissima riunione alla Protezione civile si scontra con i presidenti di Regione che chiedono di agire, ma lui invoca un maggiore coordinamento. Dice: «Dobbiamo sempre adottare provvedimenti in piena concordia e devono essere nel segno dell’adeguatezza e della proporzionalità. Non è possibile che ognuno vada in ordine sparso, c’è il rischio di misure dannose sul piano, economico, sociale e complessivo». Alla fine, esasperato, Conte fa un atto d’imperio via etere, come sua abitudine. Alle 23,40 in un’ intervista a Radio Uno detta: «Se non arriviamo a un coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori. Al momento le escludo, ma se dovesse aumentare il livello di emergenza adotteremo misure straordinarie».

La mattina dopo appena Luca Ceriscioli prova a fare di testa sua il presidente del Consiglio interviene a gamba tesa. Ma siccome quel testardo di marchigiano va avanti Giuseppe Conte sempre affidandosi alle televisioni a L’aria che tira su La7 rimprovera Ceriscioli: «Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, le Marche abbiano realizzato uno scarto, una deviazione. Disporre la chiusura delle scuole crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi». A stretto giro il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) tuona: «Con la sua decisione unilaterale di firmare un’ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il governatore Luca Ceriscioli si sfila dall’accordo raggiunto solo poche ore prima nell’incontro tra governo e Regioni alla Protezione civile e viene meno all’impegno preso con tutti gli altri governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate». Boccia impugna davanti al Tar l’ordinanza del presidente delle Marche e quando il 27 febbraio i giudici amministrativi danno ragione al governo sempre Francesco Boccia trionfante commenta: «Lo Stato c’è si fa rispettare». Qualche mese più tardi, il 2 maggio, Boccia che se l’era presa con le Marche perché chiudevano le scuole impugnerà l’ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli che invece disponeva la riapertura di bar e ristoranti. Dire che il governo ha fatto confusione forse è un’ovvietà. Boccia contro la Santelli che ha l’aggravante di essere di Forza Italia, dunque di centrodestra, è durissimo: «Penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto. Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole che disciplinano la vita delle nostre istituzioni. Sa che quell’atto è illegittimo». Il fatto che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ritenga preminenti i decreti del presidente del Consiglio che sono atti amministrativi rispetto all’ordinanza delle Regioni rende palese che il governo si ritenga unico responsabile della gestione della crisi Covid. Allora come può dire che la Lombardia poteva fare le zone rosse in autonomia? E come può dire che avendo schierato ad Alzano Lombardo carabinieri ed esercito doveva agire Attilio Fontana? È evidente che dall’inizio della crisi da Covid il governo ha avocato a sé tutti i poteri. Tant’è che il Tar bocciando Ceriscoli ricorda: «Al momento dell’ordinanza non c’erano casi conclamati di contagio dunque non era giustificato l’intervento». Anche se il famoso decreto del 23 febbraio, il giorno stesso del caso di Alzano, dispone che si possano adottare misure cautelative anche in assenza di emergenza conclamata. Ma il punto è un altro: quel decreto è come al solito scritto malissimo e genericamente dice che possono intervenire le «autorità competenti». Chi sono le autorità competenti? La Costituzione parla chiaro: tanto l’articolo 117 quanto l’articolo 120 pongono in capo allo Stato il compito di agire in caso di emergenza sanitaria nazionale. Ma del resto Giuseppe Conte e il suo ministro Francesco Boccia lo hanno detto in tutti modi che le Regioni dovevano solo obbedire. Ora Conte provi a spiegare al procuratore della Repubblica facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, che le cose dovevano andare diversamente.


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