- Mentre Usa, Russia e Cina ragionano da grandi potenze, l’Europa valuta di cassare il principio dell’unanimità in politica estera per allargarsi a Est in nome dell’internazionalismo liberale. Ma anziché Mosca, accogliere Kiev e Chisinau danneggerà l’Unione.
- In Germania la leva obbligatoria scatterà se mancassero volontari. Il Cremlino glissa ancora sul vertice Putin–Zelensky.
Lo speciale contiene due articoli.
Eliminare il diritto di veto in politica estera: i ministri dei 27 Paesi Ue ne discuteranno al Consiglio Affari esteri informale di domani e sabato, a Copenaghen, sotto l’egida della presidenza danese di turno.
Sembra una buona idea: mentre la Storia accelera, l’Unione cerca di snellire il burosauro impedendo che i piccoli Paesi, ovvero l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico, si mettano di traverso. Il che spianerebbe la strada all’ingresso nel club – in chiave antirussa – dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, dove ieri, per celebrare i 34 anni di indipendenza dall’Urss, sono volati Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. Il triangolo di Weimar all’opera per l’allargamento a Est, cioè per accerchiare Mosca.
Ma a conti fatti, se la riforma tanto auspicata da personalità del calibro di Romano Prodi dovesse andare in porto, per l’Europa sarebbe un pessimo affare. Primo, perché si certificherebbe che le decisioni che contano possono prenderle solo Francia e Germania, senza alcun contropotere in grado di bilanciare il loro peso specifico; poi, perché sfilare certe nazioni dall’orbita di Mosca finirà per moltiplicare i conflitti nella parte orientale del Vecchio continente. E per gestirli non basterà tappare la bocca a Budapest e Bratislava. Anzi, il disimpegno americano non farà che accrescere le spinte centripete: alla fine, nel quadro della contesa per la leadership anche dentro la Nato, chi avrà la capacità e il fondo cassa per ristrutturare i propri eserciti dovrà sobbarcarsi l’onere di disinnescare le tensioni, in assenza di una regia politica comune. E, soprattutto, a fronte di interessi sempre più radicalmente divergenti: Kiev ne ha offerto la prova con i suoi attentati al Nord Stream e alle infrastrutture energetiche da cui dipendono i riottosi magiari e gli slovacchi.
Il risultato? Una Disunione europea, più simile a un grande telo tirato fino al punto di strappo che a una casa condivisa, in cui coltivare un progetto di cooperazione. Se questa è la risposta all’inconsistenza di Bruxelles, è la risposta sbagliata.
La malattia che ci affligge è culturale: mentre le grandi potenze ragionano in termini geopolitici ed economici, l’Europa rimane aggrappata all’ideologia dell’internazionalismo liberale. Pressoché incapace di uscire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Gli Stati Uniti di Donald Trump si sforzano di sbloccare l’impasse con Mosca per sottrarla all’abbraccio mortale con la Cina, che considerano il loro vero antagonista. È in questa chiave che vanno lette le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal sui negoziati con Vladimir Putin, che mirerebbero, tra le altre cose, a riportare Exxon Mobil in Russia. In particolare – ha scritto la Tass – con il reintegro nel progetto Sakhalin 1, per la produzione di petrolio e gas. Intanto, i due Paesi hanno riaperto il dialogo sul disarmo nucleare e il tycoon ha sfidato Pechino ad associarsi. Il Dragone ha mangiato la foglia e, ieri, ha risposto che un suo coinvolgimento non sarebbe «né ragionevole né realistico».
Può apparire cinica, ma la tattica del presidente americano è chiara: stemperare il carattere moralistico del confronto con gli avversari, intavolando una trattativa su basi commerciali e con obiettivi geopolitici di medio-lungo periodo. Lo zar non è sordo al richiamo: sa che la Federazione sta andando incontro a quella che, sul piano demografico, più che un inverno è un’era glaciale. E sa che un’alleanza con la Cina si risolverebbe in un vassallaggio nei confronti di Xi Jinping.
In un simile scenario, colpisce invece la mancanza di profondità strategica del pensiero europeo.
Al di là delle lusinghe a Trump, che i leader del continente hanno imparato a temere, l’autentico loro obiettivo sembra essere quello di mandare avanti la guerra fino all’ultimo ucraino. Un proposito forse condiviso con Volodymyr Zelensky, il quale non ha fretta di affrontare nuove elezioni e di tracciare il bilancio di tre anni nei quali aveva promesso la vittoria finale, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di giovani, per poi ottenere lo smembramento dell’Ucraina.
Ecco, allora, che Kaja Kallas, colei che esprime la politica estera dell’Ue, in un’intervista a Die Welt ribadisce che Kiev dovrebbe colpire in profondità il territorio russo, impiegando le armi occidentali. Esattamente l’opposto di ciò che avrebbero chiesto gli Usa, nel momento in cui stanno tentando di chiudere la questione con Putin. Anche la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si frega le mani a preparare il prossimo, ennesimo pacchetto di sanzioni. Persino nelle notizie riportate dal Financial Times si colgono pressioni per alzare la posta contro Mosca: stando a fonti, guarda caso, europee e ucraine, citate dal quotidiano britannico, gli americani sarebbero disponibili a offrire sostegno aereo e d’intelligence per la difesa della nazione invasa, ma solo se i volenterosi spedissero truppe nel Donbass.
Sulla logica autodistruttiva dell’allargamento a Est, come sulla convinzione che si debba arrivare alla sconfitta di Putin, ovviamente il fattore ideologico non è l’unico a pesare. Quelli che hanno indossato l’elmetto, mandando però a morire gli ucraini, sentono l’esigenza di occultare uno smacco storico. Bisognerebbe ricordarselo, quando le prediche sull’irrilevanza europea arrivano dal pulpito di chi, ai cittadini, dava lezioni su pace e condizionatori.
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