- Joe Biden ha dato l’ordine di potenziare, in 100 giorni, la rete di approvvigionamento in alcuni campi strategici, primo fra tutti quello dei semiconduttori. Il tema della libertà dalla «supply chain» di stampo cinese è obiettivo primario. In piena continuità «sovranista».
- La pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez frusta il suo presidente perché ha riaperto un centro di accoglienza per immigrati minorenni. Lo stesso che Donald Trump chiuse per le proteste.
Lo speciale contiene due articoli.
Siamo veramente sicuri che l’America First sia stata archiviata? Nonostante Joe Biden non faccia che rimarcare la discontinuità della propria politica rispetto a quella del predecessore, la situazione risulta più complessa di come appare. Il neo presidente americano ha siglato ieri un ordine esecutivo, volto – secondo l’Associated Press – a «rivedere le catene di approvvigionamento degli Stati Uniti per batterie di grande capacità, prodotti farmaceutici, minerali critici e semiconduttori che alimentano automobili, telefoni, attrezzature militari e altri beni». In particolare, la revisione dovrebbe durare 100 giorni e viene presa in considerazione la possibilità di un incremento della produzione interna. Del resto, la questione di un’eccessiva dipendenza dall’estero si è palesata – in tutta la sua urgenza – soprattutto nel corso del 2020. La pandemia ha infatti messo luce, negli Stati Uniti, una carenza di materiale sanitario (soprattutto mascherine e guanti).
Tutto questo, mentre un altro ambito in cui si riscontrano problemi di approvvigionamento è quello dei chip: una carenza, questa, dovuta a una serie di fattori, legati – anch’essi – all’emergenza del Covid-19. Come ha sottolineato il sito The Verge due settimane fa, gli Stati Uniti hanno conosciuto un picco nella domanda di beni elettronici di consumo (come i laptop) a causa del cambio dello stile di vita dovuto alla pandemia. Una pandemia che, tra le altre cose, ha avuto impatti negativi sui rallentamenti nella produzione di chip, il cui approvvigionamento ha subìto contraccolpi anche a causa delle restrizioni che l’amministrazione Trump aveva imposto all’azienda cinese Semiconductor manufacturing international. Una situazione complessiva che ha avuto conseguenze negative non solo sulle aziende tecnologiche (come Apple e Qualcomm), ma anche su quelle automobilistiche (come Volkswagen, Fiat Chrysler e Toyota).
È in questo quadro che, l’11 febbraio scorso, la Semiconductor association ha inviato una lettera a Biden, chiedendo di finanziare «incentivi per la produzione di semiconduttori, sotto forma di sovvenzioni e/o crediti d’imposta, e per ricerca di base e applicata sui semiconduttori». Tutto questo, mentre il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha annunciato l’altro ieri di voler far approvare entro la primavera un disegno di legge bipartisan che contenga finanziamenti – secondo Reuters – «in produzione, scienza e tecnologia, catene di approvvigionamento e semiconduttori statunitensi». Una mossa dalla chiara impronta anti cinese. Già Donald Trump aveva iniziato a comprendere che il centro dello scontro con Pechino si sarebbe rivelata sempre più la questione delle supply chain, piuttosto che le turbolenze tariffarie: è in tal senso che l’anno scorso la Casa Bianca aveva lanciato il progetto – smarritosi poi un po’ per strada – dell’Economic prosperity network (che puntava a coinvolgere India, Australia e Corea del Sud con l’obiettivo di arginare la Cina).
Tra l’altro, bisogna fare attenzione anche al settore della difesa. Lockheed Martin si è infatti aggiudicata un contratto da 414 milioni di dollari dalla Us Navy e dalla Us Air Force per la produzione di missili antinave a lungo raggio (Lrasm): si tratta del maggiore contratto per la produzione di Lrasm nell’intera storia del programma. La mossa è significativa, soprattutto alla luce del potenziamento della marina cinese, avvenuto negli ultimi anni: marina che, secondo il sito Defense News, dovrebbe arrivare a contare 420 navi entro il 2035. Tutto questo, mentre – un mese fa – The National Interest ha riportato che la Repubblica popolare potrebbe essere in grado di approntare la sua terza portaerei già entro quest’anno. È insomma chiaro che la Casa Bianca punti a rafforzare la manifattura militare americana, potenziando al contempo le sue forze in chiave anti cinese.
Infine, si sta cercando di agire anche sul fronte sanitario. L’amministrazione Biden sta esercitando pressioni su Pfizer e Moderna per incrementare e accelerare la produzione del vaccino: un tema, questo, che è stato al centro della recente visita del neo presidente allo stabilimento della Pfizer di Kalamazoo (in Michigan). Tutto questo mentre la Casa Bianca, pur garantendo quattro miliardi di dollari all’iniziativa Covax, ha per il momento escluso la donazione diretta di fiale. «Quando avremo una scorta sufficiente, è nostra intenzione prendere in considerazione la donazione di vaccini in eccesso, assolutamente», ha dichiarato alla Reuters un funzionario. Il fabbisogno interno americano ha quindi la priorità su considerazioni di soft power: anche se, nell’immediato, ciò potrebbe avvantaggiare la Cina, che sta facendo leva sulla donazione di vaccino per incrementare la propria influenza in vari Paesi (dalla Mongolia allo Zimbabwe).
È comunque evidente che la Casa Bianca stia cercando di serrare i ranghi nell’approvvigionamento in chiave anti cinese. Una linea, questa, che ha un duplice obiettivo: incrementare la sicurezza nazionale e dare un segnale agli alleati. Un segnale che punta a scongiurare eventuali «sbandate» pro Pechino. Si tratta di un tema delicato, a partire dal fronte vaccinale. In tal senso, per scongiurare uno scivolamento europeo verso il Dragone, potrebbe essere saggio, da parte di Washington, lasciare che il Vecchio Continente possa aprirsi anche allo Sputnik V.
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