- Sergej Lavrov gela l’Occidente: senza cereali dalle aree in conflitto prezzi degli alimenti alle stelle. Canali per gli alleati di Mosca.
- Stati Uniti: secondo un’indagine il 77% dei think tank ha sovvenzioni dall’industria militare.
Lo speciale contiene due articoli.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov usa di nuovo l’arma della fame. Lapidario annuncia: «La Russia non vede alcun motivo per estendere l’accordo sul grano». Si torna nella situazione di un anno fa, quando a luglio ad Ankara – sotto mediazione turca e dell’Onu – si sancì il via libera dei carichi di grano, mais e olio di girasole dai porti ucraini lungo la rotta del mar Nero per scongiurare una carestia mondiale. La ragione? La Fao compra grano, mais, girasole e orzo per i paesi poveri soprattutto dall’Ucraina, poiché costa meno. L’accordo prevedeva anche il via libera alle esportazioni di grano russo. L’arma dei cereali è stata usata da Mosca con un continuo tira e molla. Appena tre mesi fa Lavrov si era detto favorevole a prorogare l’accordo (che scadeva a inizio aprile). Ma due settimane fa il ministro ha messo le mani avanti e ha dichiarato: «Il patto sul grano non ci soddisfa». Pur avendo mantenuto l’impegno di fornire cereali all’Egitto per scongiurare una rivolta del pane, fece capire che era intenzione del Cremlino chiudere di nuovo le banchine di Odessa. Tra aprile e maggio sono rimaste bloccate a Leopoli 50 navi e immediato è stato il rimbalzo dei prezzi. Dopo la crisi innescata dall’azione del boss della Wagner Prigozhin, l’alto rappresentante per la politica estera europea Josep Borrell ha preconizzato: Putin più debole è pericoloso. Per tutta risposta Lavrov ieri ha dettato il lapidario comunicato stampa che ha un altro profondo significato. Proprio partendo dalla «crepa» nel muro russo che si era aperta con l’accordo sul grano, la diplomazia vaticana ha tentato una mediazione. Lavrov perciò chiude di nuovo le stive delle navi nel giorno in cui il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, torna dalla sua missione a mani vuote. Ha visto sì il patriarca Kirill, ma il Cremlino ha ribadito: nessun accordo. E del resto lo stesso inviato del Papa ha ammesso: «Restano ulteriori passi da compiere».
Cosa significa un blocco del grano? Il prezzo dei cereali subirà un’impennata. Già c’erano tensioni annunciate, perché nonostante un leggero aumento delle superfici coltivate sono drasticamente calate le scorte di cereali (che l’International grain council stima in 577 milioni di tonnellate, il livello più basso da dieci anni) con un’impennata di consumo a 2 miliardi e 360 milioni di tonnellate, a fronte di una produzione che non arriva 2 miliardi e 290 milioni di tonnellate (di queste il grano copre circa 780 milioni). C’è dunque carenza di materia prima. Per quel che riguarda la Russia, si stima una produzione che non supererà i 90 milioni di tonnellate e l’Ucraina non arriverà a 30 milioni. Gli analisti prevedono una quotazione del grano tenero nella forchetta 420/470 euro a tonnellata, ma se venisse meno il prodotto russo e ucraino potrebbe arrivare a 500. Per il duro si parte da 490 euro, ma l’aspettativa è di arrivare a 580/600 euro. L’Italia importa circa metà del grano tenero e un terzo del duro, aspettarsi impennate nel prezzo del pane (oggi attorno ai 6 euro al chilo) con un rincaro del 15% è stima prudenziale. Per la pasta dopo un aumento medio del 25% lo scorso anno che ha fissato il prezzo medio a 2,13 euro al chilo è ipotizzabile un ulteriore incremento di 10 punti percentuali fino ai 2,5 euro al chilo. Il pericolo maggiore per l’Italia viene dal mais. L’Ucraina è il quinto produttore mondiale con 36 milioni di tonnellate ed è il nostro primo fornitore: ci vende il 20% del mais che serve per alimentare soprattutto gli animali. Stessa cosa vale per l’olio di girasole: da Kiev compriamo il 46% del fabbisogno. Un blocco dell’export farà schizzare in alto i prezzi di latte, formaggio e di gran parte degli alimentari lavorati. Con la Bce che vuole domare – costi quel che costi – l’inflazione, non sono annunci di felicità. La Russia sganciandosi dall’accordo può usare il suo grano come arma diplomatica, considerando che è il primo esportatore al mondo. Dopo l’accordo sul mar Nero il primo acquirente delle merci fu la Cina, che ha assorbito il 24% dell’intero stock. Dal grano russo dipendono Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, Marocco, Azerbaigian e paesi poverissimi come il Bangladesh, il Sudan e il Vietnam. Lavrov si appresta a varare la nuova diplomazia del pane: tutti i Paesi che comprano cereali da Mosca sono quelli che la sostengono in sede internazionale e sono anche il nuovo perimetro dei Brics. Chi crede che Vladimir Putin combatta solo con i mercenari della Wagner dovrebbe considerare che la Russia ha tra le sue armi anche le navi porta-rinfuse. Trattarla cum grano salis forse conviene.
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