L’Ucraina non sta vivendo un momento facile. Di recente si sono moltiplicati i segnali d’insofferenza: le analisi sui ritardi della controffensiva; le liti al Congresso Usa sugli aiuti; lo speaker repubblicano, Kevin McCarthy, che proprio ieri ha escluso di mettere in agenda, entro fine anno, il voto su un pacchetto da 24 miliardi di dollari di sovvenzioni; il nient tedesco a Volodymyr Zelensky, che vorrebbe far escludere la Russia dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. E la guerra del grano con Polonia, Ungheria e Slovacchia.
A meno di un mese dalle elezioni parlamentari, è in particolare Varsavia ad aver inasprito i toni, contestando l’inondazione dei prodotti provenienti dalla nazione belligerante, sui quali l’Unione europea aveva abolito i dazi, pur di dare un po’ di ossigeno alle finanze degli aggrediti. Ieri, il clamoroso annuncio del premier, Mateusz Morawiecki: «Per il momento non stiamo più consegnando armi a Kiev». Un portavoce del governo ha poi precisato: «Stiamo effettuando solo forniture di munizioni e armamenti concordate in precedenza». Pure secondo il presidente della Repubblica, Andrzej Duda, il primo ministro intendeva che saranno fermati solo i trasferimenti di «nuove armi», che il Paese, dopo aver svuotato gli arsenali per alimentare la resistenza, sta comprando. La realtà, però, è che i contadini sono adirati per la «concorrenza sleale» dei produttori ucraini, i quali smerciano cereali a prezzi bassissimi, quando non riescono a far transitare le derrate per via ferroviaria. I porti del Danubio, infatti, sono bersagliati dal nemico; e nel Mar Nero c’è il blocco navale russo, benché ieri sia arrivata a Istanbul la prima nave da quando, a luglio, il Cremlino si era rimangiato l’intesa sull’export. In uno Stato in cui l’agricoltura rappresenta il 2% del Pil e l’8% degli occupati, l’elettorato rurale è un bacino irrinunciabile per Diritto e giustizia, il partito di maggioranza che punta al terzo mandato.
La disputa si era riacutizzata pochi giorni fa: polacchi, ungheresi e slovacchi avevano bloccato le importazioni; Kiev aveva minacciato ricorso presso l’Organizzazione mondiale del commercio; il commissario Ue polacco aveva chiesto a Bruxelles di ripristinare le tariffe; e nella baraonda si era inserita persino l’Italia, con il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, disposto a offrire la mediazione di Roma. Alla fine, l’Unione europea si è schierata totalmente a favore degli ucraini: la Commissione li rappresenterà al Wto, poiché questa sarebbe la «prassi», anche se «ci sarà una prima fase in cui» Kiev e l’esecutivo comunitario si consulteranno, «per cercare di trovare una soluzione».
Varsavia, intanto, fa leva sul razionamento di uno dei beni più preziosi per le truppe al fronte. E quello polacco non è un contributo marginale: parliamo di una spesa per le armi di 3 miliardi di euro, oltre alla spinta per l’invio degli F-16. E senza contare che gli investimenti complessivi in soccorso degli alleati, inclusa l’accoglienza dei profughi, rendono la Polonia il Paese al mondo che ha sborsato di più in rapporto al Pil (quasi il 3,2%).
Alienarsi un partner del genere è un grosso rischio. Non solo per la magnitudine degli sforzi profusi da Varsavia; non solo per il credito di cui essa gode Oltreoceano; non solo perché si potrebbe compromettere la condizione dei rifugiati; ma pure per i trascorsi di odio-amore con l’Ucraina e le mai sopite mire dei polacchi su Leopoli, persa dopo la seconda guerra mondiale per via dello spostamento a Occidente dei confini – e dopo che 100.000 cittadini avevano perso la vita nelle operazioni di pulizia etnica, ordinate dagli occupanti nazisti, ma perpetrate con la collaborazione dei nazionalisti ucraini. È un terreno scivoloso, se davvero si sta andando, lentamente, verso i negoziati. Sui quali, da mesi, aleggia l’ipotesi di uno smembramento del Paese sotto attacco russo.
La minaccia di Varsavia deve comunque aver fatto breccia. Ieri pomeriggio, gli omologhi polacco e ucraino si sono sentiti al telefono e il primo, Robert Telus, paladino degli interessi dei contadini, si è detto «felice» che Kiev abbia «finalmente iniziato a parlare con noi e non con la Germania o l’Ue sopra le nostre teste».
Zelensky è preoccupato. Visti i malumori della destra americana, ieri, ai senatori, ha ribadito che «senza aiuti non si vince». Nel frattempo, i repubblicani gli hanno negato la possibilità di parlare in sessione congiunta al Congresso. E Joe Biden ha preteso un punto sull’andamento della guerra. Per la serie: se le cose vanno male, non mi giocherò i consensi in patria per te. Non a caso, in mattinata, la Guarda nazionale ucraina aveva sponsorizzato un «avanzamento in profondità nelle difese russe a Sud». Il problema è che la pressione sull’Occidente è tornata a salire altresì sul fronte economico: Mosca ha interrotto le esportazioni di benzina e diesel, sperando di stabilizzare le forniture interne. E la mossa ha immediatamente provocato un rimbalzo dei prezzi, con i future sul greggio Wti attestatisi intorno ai 90,4 dollari al barile e quelli sul Brent a 94,2. Guai con la Polonia a parte, a Kiev lo sanno: se Washington li molla, la guerra è finita.
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