- L’Europa contro Tbilisi che resta pro Mosca. I jihadisti intanto giustiziano i cristiani, ma se cacciano i russi finirà l’embargo.
- Il Cremlino minaccia l’Occidente, però ammette: «Le spese militari hanno un limite».
Lo speciale contiene due articoli.
È vero: in politica estera, spesso, tocca essere più realisti del re. Dialogare con i cattivi. Fare patti col diavolo. Ma allora, perché tirare in ballo i valori, i principi, le procedure, i diritti? Anziché sembrare furbi, si appare ipocriti. E in questo esercizio di doppiezza, l’Europa è maestra.
Ieri, a margine del Consiglio Affari esteri, che ha dato il via libera al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la «guerra ibrida» della Russia, l’Alto rappresentante dell’Ue ha evocato l’ipotesi di misure che colpiscano anche la Georgia. «Le cose non stanno andando nella giusta direzione», ha osservato Kaja Kallas. «Discuteremo di quali conseguenze il governo georgiano potrà affrontare per aver usato repressione contro l’opposizione. La prima questione riguarda le sanzioni e la seconda se limitare i visti». La politica estone ha pure proposto «una lista di persone da sanzionare». L’accordo non c’è: Ungheria e Slovacchia si oppongono. Secondo il ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, Bruxelles si è inalberata «solo perché un partito conservatore, patriottico e orientato alla pace» l’ha spuntata alle urne. «Siamo 27 democrazie con le nostre idee», ha sospirato alla fine la Kallas. «Quindi, ci vuole tempo. Il presidente Salomé Zourabichvili è in carica fino al 29 dicembre. Nel frattempo potrebbero accadere molte cose». Ad esempio? Un golpetto che mantenga in sella la leader filoccidentale, anziché far salire al potere l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, eletto per succedere alla Zourabichvili e gradito a Mosca?
Il problema è sempre il solito: i cittadini si ostinano a votare male. A fine ottobre, il partito Sogno georgiano, filorusso, ha ottenuto la maggioranza. Secondo l’opposizione, le elezioni erano truccate. In un altro Paese già parte dell’Ue, la Romania, la Corte costituzionale ha preso il toro per le corna, annullando l’esito delle presidenziali, vinte dal candidato pro Russia, per il sospetto di interferenze malevole nella campagna elettorale, tramite il social TikTok. Un’operazione ovviamente eterodiretta dal Cremlino.
Sì, c’è ragione di dubitare delle consultazioni a Tbilisi: i rapporti preliminari degli osservatori internazionali hanno parlato di segretezza del voto compromessa, di «incongruenze procedurali», di «intimidazioni e pressioni» sugli elettori. Figuriamoci se Vladimir Putin se ne sta buono, quando può provare a condizionare Stati che preferisce rimangano nella sua orbita. Ma perché l’Europa, se ci tiene a democrazia e diritti umani, si sforza di andare incontro alla Siria riconquistata dai ribelli islamisti?
È stata l’Italia, ieri, a chiedere che si aprano «canali di dialogo con Hts», la formazione guidata da Abu Muhammad al-Jolani, e che si arrivi a una «graduale e condizionata rimozione delle sanzioni», imposte ai tempi di Bashar al-Assad. L’Ue ha spedito a Damasco una delegazione diplomatica per confrontarsi con il jihadista ripulito. L’inviato Onu, Geir Pedersen, che si è visto con il premier ad interim, Mohammad al-Bashir, aveva già auspicato la rapida rimozione delle sanzioni. La Kallas, raccogliendo il suggerimento olandese, ha reso ancor più smaccata la strumentalità dei piani europei: condizionare l’abrogazione delle sanzioni e il riconoscimento della nuova leadership all’espulsione dei russi dalle basi militari siriane, nonché all’allontanamento dall’Iran. Il nemico del mio nemico è mio amico. Può avere senso, eh. In fondo, bisogna prendere atto della realtà: il «tappo» è saltato; non c’è più Assad ad addomesticare l’Isis; anzi, visto come è stato deposto, forse non è mai stato davvero in grado di contenere i terroristi. L’autorità è legittima se chi se la piglia sa anche tenersela. D’accordo. Almeno, però, non ci si aggrappi a valori, principi, procedure, diritti. Non è il momento opportuno.
Ieri, in effetti, sono venute fuori le prove di esecuzioni sommarie compiute da gruppi vicini alla formazione di Jolani. Secondo fonti che si trovano nelle zone di Damasco, Homs, Hama, Idlib, Latakia e Tartus, citate dall’Ansa, almeno 20 persone sono state massacrate. Tra loro c’erano civili considerati compromessi con Assad, come il «faccendiere» Abu Ali Ashur, trascinato per strada, spinto vicino a un secchio dell’immondizia, preso a schiaffi e calci. O i militari senza divisa giustiziati a Rabia, nell’area di Hama. I combattenti si sarebbero accaniti sui «maiali alawiti», la setta sciita privilegiata dal rais. Ma tra le vittime figurerebbero pure dei cristiani. Sarebbe il caso di Saaman Sotme e sua moglie Helen Khashouf, di Jamisliye, insediamento nella regione di Tartus: i combattenti avrebbero fatto irruzione in casa loro e li avrebbero uccisi a sangue freddo.
D’accordo: nel nome degli interessi di parte, in politica estera tocca scendere a patti col demonio. Ne siamo consapevoli. Possiamo accettarlo. Basta che i nostri governanti non ci trattino da scemi.
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