Aumentano le spaccature politiche in Israele. Ieri, il ministro Benny Gantz ha invocato elezioni in settembre, per «mantenere l’unità»: una stoccata in piena regola a Benjamin Netanyahu, che finora si è sempre opposto alla prospettiva di un ritorno anticipato alle urne. «Gantz deve smettere di dedicarsi alla politica meschina solo perché il suo partito si sta disintegrando», ha replicato il Likud. «Le elezioni anticipate porteranno inevitabilmente alla paralisi e alla divisione», ha aggiunto.
Non accenna intanto a placarsi la tensione tra Israele e Iran. «Presto assisteremo a colpi più letali inferti al regime sionista e il Fronte della resistenza adempirà ai suoi compiti a questo riguardo», ha dichiarato il portavoce delle Guardie della rivoluzione islamica, Ramazan Sharif, riferendosi al potente network regionale del regime khomeinista. Sharif ha inoltre affermato che gli attacchi israeliani «non porteranno a nulla». «La motivazione dei nostri soldati sarà moltiplicata», ha aggiunto. «Stiamo espandendo le nostre operazioni contro Hezbollah», ha dichiarato ieri il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, riferendosi a una delle principali organizzazioni paramilitari storicamente spalleggiate dall’Iran. Dall’altra parte, a mostrarsi critica di Teheran è stata Fatah. «Queste interferenze esterne, in particolare dell’Iran, non hanno altro obiettivo che seminare il caos nel campo interno palestinese a beneficio unico dell’occupazione israeliana e dei nemici del nostro popolo», ha dichiarato il movimento, secondo l’agenzia di stampa Maan.
Un altro nodo è rappresentato dall’uccisione dei sette operatori umanitari a Gaza, i cui corpi sono stati trasportati ieri in Egitto. «Purtroppo, negli ultimi giorni si è verificato un tragico caso in cui le nostre forze hanno colpito involontariamente persone innocenti nella Striscia di Gaza», ha dichiarato Netanyahu. «Sono indignato e addolorato per la morte di sette operatori umanitari della World central kitchen, tra cui un americano», ha affermato a sua volta Joe Biden, per poi aggiungere: «Israele non ha fatto abbastanza per proteggere gli operatori umanitari che cercano di fornire ai civili l’aiuto di cui hanno disperatamente bisogno».
Dal canto suo, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, ha rimandato il viaggio previsto oggi in Arabia Saudita. La decisione è arrivata ufficialmente per motivi di salute (una costola rotta), anche se si sospetta che sia dovuta all’irritazione di Riad per il recente raid israeliano su Damasco e per gli operatori uccisi: in teoria, Sullivan avrebbe dovuto parlare con il principe Mohammad bin Salman del processo per la normalizzazione dei rapporti tra Gerusalemme e Riad. Dall’altra parte, il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha criticato Israele per l’uccisione degli operatori umanitari e ha annunciato che Madrid riconoscerà uno Stato palestinese entro luglio. Già il mese scorso, la Spagna -insieme a Slovenia, Irlanda e Malta – aveva aperto a una simile eventualità, irritando il governo israeliano. Una condanna dell’uccisione degli operatori umanitari è arrivata infine anche dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.
Continua poi a tener banco il nodo degli ostaggi. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha affermato che l’ostacolo principale a un accordo risiede nella questione del ritorno degli sfollati nel Nord di Gaza. Dal canto suo, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha posto come condizioni per un’intesa un «cessate il fuoco permanente, il ritiro globale e completo del nemico dalla Striscia di Gaza, il ritorno di tutti gli sfollati alle loro case, la rimozione del blocco». Tutto questo, mentre la Casa Bianca si è augurata che la questione degli operatori umanitari non abbia impatti negativi sui negoziati. Intanto Antonio Tajani ha invitato a Roma il nuovo primo ministro dell’Anp, Mohammad Mustafa, per discutere di «quello che si può fare per favorire la pace a Gaza e per costruire finalmente uno Stato palestinese che riconosca Israele e che sia riconosciuto da Israele».
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