De Luca chiude le scuole e sfida Roma. La Azzolina prepara il contrattacco
  • Il governatore campano sospende le attività fino al 30 ottobre. Il ministro reagisce: «Decisione gravissima». Intanto i morti raddoppiano (83). E Walter Ricciardi lancia profezie sinistre: «A dicembre 16.000 casi al giorno».
  • Indagine choc a Parigi: perquisite case e uffici dell’ex premier Edouard Philippe, del ministro della Salute e di altre figure di rilievo. L’accusa è di non aver contrastato l’epidemia.

Lo speciale contiene due articoli.

Anche ieri Walter Ricciardi, consulente di Roberto Speranza, ha timbrato il cartellino di un metaforico ministero della Paura: «Ci aspettano mesi difficilissimi», ha detto all’Adnkronos, ribadendo che «se non ci muoviamo, c’è il rischio a dicembre di arrivare a 16.000 casi al giorno».

Resta tuttavia un punto di fondo: il governo sembra alimentare una colpevolizzazione strisciante degli italiani proprio per nascondere i suoi ritardi, a partire dall’indifendibile tempistica del nuovo bando sulle terapie intensive. Ciò vuol dire che, in caso di fiammata degli accessi alle rianimazioni nelle prossime tre o quattro settimane, ci troveremo nei guai a causa del tempo perduto dall’esecutivo.

Quanto ai dati, i numeri di ieri sono risultati oggettivamente in forte crescita, e tuttavia sono stati comunicati con il lessico terrorizzante con cui nel 2011 i media accompagnavano la salita dello spread («s’incendia, s’impenna, s’infiamma, nuovo record», e così via). La realtà è che a salire è stato in primo luogo il numero dei tamponi effettuati (circa 163.000: nelle 24 ore precedenti erano stati 152.000). A cascata, sono cresciuti anche i positivi (8.804 contro i 7.332 del giorno prima, con una percentuale intorno al 5% sul totale dei «tamponati», sempre sulla linea del giorno precedente). Si sono registrati 83 morti (ma non è nota la condizione clinica generale delle persone decedute). In terapia intensiva sono finite 47 persone in più, portando il totale a 586 in tutta Italia.

Sul piano nazionale non c’è dubbio sul fatto che la tendenza sia di una crescita forte dei casi, un trend obiettivamente preoccupante. Ma ormai tutti ammettono ciò che fino a qualche settimana fa i virologi più apocalittici provavano a negare, e cioè che il 92-95% dei positivi attuali risultano asintomatici o paucisintomatici, e questo è certamente un dato che dovrebbe rassicurare almeno un po’. Dopo di che, per stare al dato che va monitorato con più attenzione, e cioè quello delle terapie intensive, va ricordato che siamo ancora sotto le 600 persone, mentre nei momenti peggiori della primavera scorsa si arrivò a 3.900-4.000. Scomponendo i dati su base regionale, la Lombardia ne ha 2.067, la Campania 1.127, il Piemonte 1.033, il Veneto 600, il Lazio 594. Ieri, infine, i guariti sono stati 1.899. Per ciò che riguarda la Campania, si è superato il saldo di 800 unità tra nuovi contagi e guariti che Vincenzo De Luca aveva fissato come asticella oltre la quale avrebbe «chiuso tutto». E, com’era prevedibile, il governatore ha disposto la chiusura di scuole e università, lanciando una sfida al governo: lezioni a distanza fino al 30 ottobre.

«È una decisione gravissima e profondamente sbagliata e anche inopportuna» ha reagito il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina. «Sembra ci sia un accanimento del governatore contro la scuola. In Campania lo 0,75% degli studenti è risultato positivo a scuola e di certo non se lo è preso a scuola».

Insomma, la situazione di oggi appare incomparabile con quella di marzo. Eppure, da 48 ore, la drammatizzazione politica e mediatica è martellante. A microfoni spenti, gli uomini della maggioranza ammettono che, da qui a fine settimana, nulla è escluso, e che proprio nel weekend si potrebbe tornare al rito delle conferenze a sorpresa del governo. Per annunciare cosa? Nell’ipotesi più ragionevole, uno scaglionamento degli orari d’ingresso nelle scuole (anche in questo caso Lucia Azzolina è contraria a spalmare l’entrata fino alle 11). Nell’ipotesi più pesante, potrebbero esserci dei lockdown locali o delle misure di coprifuoco a partire da una certa ora.

Nelle neolingua orwelliana che piace agli esperti, da qualche giorno va di moda parlare di un presunto «circuit breaker». Insomma, pur di non dire subito «lockdown», si sono inventati una circonlocuzione, una perifrasi per far intendere che occorre qualcosa che interrompa il circuito. E allora che si fa: si chiude una provincia o una regione ogni volta che ci sono numeri in crescita? Si tratterebbe del colpo di grazia a un’economia già al collasso.

C’è da sperare che qualcuno – magari chi ha fermato, anche dalle sedi istituzionali più alte, il blitz che avrebbe potuto portare la polizia dentro le case degli italiani – voglia sconsigliare una lettura unidimensionale (solo sanitaria e anti economica) delle settimane che si preparano.

Certo, in senso contrario giocano due elementi. Per un verso, il timore del governo sulla scarsa capacità di tenuta della sanità al Sud, e per altro verso il tentativo di Conte di drammatizzare la situazione per poi prendersi i meriti se non ci saranno stati disastri.

Eppure basterebbe un po’ di memoria per mettere le cose nel contesto più appropriato. Le cronache di inizio gennaio 2018, quasi tre anni fa, in tutt’altra epoca, parlavano di «terapie intensive al collasso» a Milano per l’influenza ordinaria, con un riverbero pesante sul resto degli interventi chirurgici. Naturalmente allora nessuno si sognò di chiudere una città, una regione, un Paese.


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