- Per raggiungere i suoi obiettivi di modernizzazione economica, al principe ereditario serve stabilità regionale. Il dialogo con l’ex arcinemico Iran e i toni bassi su Israele.
- I sauditi rafforzano i legami finanziari e commerciali con Pechino. Ma la relazione con gli Usa rimane indispensabile per la cooperazione militare e l’intelligence.
- L’esperto Pietro Paolo Rampino: «Per gli imprenditori cresceranno le opportunità di investimento in settori come la tecnologia e le energie rinnovabili. Con l’emancipazione dal petrolio, la trasformazione del Regno sarà anche culturale».
Lo speciale contiene tre articoli.
Se c’è una frase che descrive l’Arabia Saudita di oggi, è questa pronunciata da Mohammed bin Salman Al Saud (MbS), principe ed erede designato al trono saudita, settimo figlio di re Salman e nipote del fondatore della nazione, re Abdulaziz: «Vogliamo tornare a ciò che eravamo: un islam moderato, aperto al mondo e a tutte le religioni. Il 70% dei sauditi ha meno di 30 anni, non sprecheremo tempo a confrontarci con idee estreme: le elimineremo oggi stesso». L’Arabia Saudita, dopo gli attacchi del 7 ottobre, ha assunto un ruolo strategico complesso nel Medio Oriente. Sebbene abbia sospeso temporaneamente i negoziati di normalizzazione con Israele, il Regno continua a cercare una posizione di leadership regionale, specialmente nella gestione del conflitto israelo-palestinese. La decisione di congelare i colloqui non ha eliminato la possibilità di future intese diplomatiche, in quanto Riad mira ancora a stabilizzare la regione e a promuovere una soluzione a due Stati per rispondere alle aspettative della comunità araba e musulmana.
Ma quanto è importante per Mohammed bin Salman Al Saud la questione palestinese? La questione è molto controversa; lo scorso 27 settembre, la rivista americana The Atlantic ha scritto che il principe ereditario ha dichiarato al segretario di Stato Usa Antony Blinken di non dare personalmente priorità alla questione palestinese e di non preoccuparsene: «Il 70% della mia popolazione è più giovane di me. La maggior parte di loro non ha mai saputo molto della questione palestinese. E così vengono introdotti ad essa per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Sono personalmente interessato alla questione palestinese? Io no, ma la mia gente sì, quindi devo assicurarmi che sia significativa». Poi MbS avrebbe ribadito l’importanza di affrontare la questione della creazione di uno Stato palestinese come elemento chiave di qualsiasi accordo di normalizzazione con Israele. I resoconti suggeriscono che Bin Salman sia preoccupato per la propria sicurezza nel portare avanti il processo di normalizzazione senza ottenere concessioni significative per i palestinesi, facendo riferimento all’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat come un monito significativo.
Un funzionario saudita ha successivamente negato a Middle East Eye il resoconto di quella che viene definita «una presunta conversazione tra il principe ereditario e Antony Blinken». In ogni caso, resta incerto se il principe ereditario abbia effettivamente fatto commenti controversi minimizzando la questione palestinese. Le autorità saudite non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito, e il contesto della smentita del funzionario appare poco chiaro nel rapporto fornito da Middle East Eye. In questo contesto, l’Arabia Saudita cerca di bilanciare gli interessi interni ed esterni: da una parte, deve rispondere alle pressioni della popolazione pro palestinese e delle leadership arabe, mentre dall’altra deve mantenere i legami economici e strategici con gli Usa. Questi ultimi sono vitali per il progetto Vision 2030, il quale punta a diversificare l’economia saudita e ridurre la dipendenza dal petrolio. Inoltre, la recente escalation del conflitto ha rafforzato il ruolo dell’Arabia Saudita come possibile mediatore, non solo per il conflitto in corso, ma anche per future dinamiche geopolitiche che coinvolgono Iran, Hezbollah, e altri attori regionali. Mohammed bin Salman sta cercando di posizionare il Regno come un attore chiave nella ricostruzione della pace regionale, anche se con un occhio attento alla salvaguardia dei propri interessi nazionali e socioeconomici.
Questi sviluppi sono indicativi del fatto che l’Arabia Saudita continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nelle future negoziazioni di pace, pur mantenendo una linea cauta nelle relazioni con Israele e gli altri attori regionali. Prima degli eventi del 7 ottobre 2023, il cammino verso la normalizzazione con lo Stato ebraico sembrava avanzare e, anche se non esistevano relazioni ufficiali, tra i due Paesi erano già presenti legami informali. Dichiarazioni incoraggianti da parte di leader israeliani e sauditi avevano alimentato aspettative su una possibile formalizzazione dei rapporti. Un segnale importante in tal senso è stato l’apertura dello spazio aereo saudita a tutte le compagnie aeree, inclusi i voli da e per Israele, nell’estate del 2022. L’attacco del 7 ottobre ha però rappresentato una svolta. L’Arabia Saudita, come molti altri Paesi della regione, ha assunto una posizione più critica rispetto alle operazioni militari di Israele a Gaza. A proposito della Repubblica islamica dell’Iran, con la quale Riad ha ripreso le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione cinese nel marzo 2023, lo scorso 9 ottobre il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha incontrato il suo omologo iraniano Abbas Araqchi presso la sede del ministero a Riad per discutere delle questioni regionali. Nel corso dell’incontro, i due ministri hanno esaminato le relazioni bilaterali, valutando possibili iniziative per rafforzarle ulteriormente in diversi settori. Hanno inoltre approfondito gli sviluppi regionali e gli sforzi per affrontare le sfide emergenti. Alla cerimonia hanno partecipato figure di spicco del ministero saudita, tra cui l’ambasciatore Saud Al-Sati, il consigliere politico del ministro degli Esteri, il principe Musab Al-Farhan, l’ambasciatore saudita in Iran Abdullah Al-Anzi e Mohammed Al-Yahya, consigliere del ministro degli Esteri. In precedenza, i ministri degli Esteri degli stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) e dell’Iran si erano incontrati a Doha per discutere delle recenti tensioni nella regione, ribadendo l’importanza di lavorare per la de-escalation, anche se MbS sa benissimo che la guerra in corso è frutto della scellerata decisione dell’Iran di attaccare Israele tramite Hamas il 7 ottobre 2023. L’Arabia Saudita ha un forte interesse nel mantenere la stabilità della regione, nonostante il conflitto in corso a Gaza. Eventuali crisi o guerre nei Paesi vicini possono seriamente compromettere il suo ambizioso programma di modernizzazione Vision 2030, sul quale Mohammed bin Salman ha scommesso tutto.
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