Macron-Johnson, botte sulla Brexit
Il presidente transalpino non ammetterà stravolgimenti dell’accordo per l’uscita già negoziato da Theresa May. Ma spera che la Camera dei Comuni scongiuri il «no deal».

Dopo il passaggio di mercoledì a Berlino per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel e prima di raggiungere Biarritz per il G7 che inizierà domani, il premier britannico Boris Johnson ha incontrato ieri a Parigi, al Palazzo dell’Eliseo, il presidente francese Emmanuel Macron. Al centro delle discussioni, la Brexit.

Ma dopo l’apertura della Merkel, che ha dato la sua disponibilità ad attendere «proposte concrete» entro 30 giorni, il leader conservatore ha dovuto fare i conti con la fermezza di Macron. «Voglio trovare un accordo» sulla Brexit, ha dichiarato ieri Johnson dicendosi «fortemente incoraggiato» dalla cena del giorno prima con la cancelliera tedesca: «Penso che possiamo trovare un accordo e fare un buon affare». «Fiducioso» di trovare un’intesa in 30 giorni è anche Macron che però ha voluto sottolineare che qualsiasi intesa si possa trovare da qui a un mese con Johnson, sarà molto simile a quella già sul tavolo, cioè quella negoziata da Theresa May e ripudiata dal suo successore al numero 10 di Downing Street.

La soluzione alla Brexit passa dal nodo gordiano del confine irlandese. Johnson ha detto di vedere «soluzioni tecniche prontamente disponibili». Ma ancora non ha presentato ufficialmente (lo dovrebbe fare al G7) il piano rivelato dal Sun: un accordo bilaterale a breve termine tra Londra e Dublino, con una deroga temporanea sulle regole comunitarie per l’Irlanda e il Regno Unito allineata con la Repubblica su merci e standard. Sarebbe questa la proposta da avanzare all’Unione europea per risolvere la questione irlandese dopo che, anche ieri, Johnson ha spiegato che «in nessuna circostanza» il governo di Londra istituirà controlli alla frontiera irlandese dopo la Brexit. Tutto ruota attorno al backstop, il meccanismo per evitare il ritorno a una frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord che Johnson vuole cancellare. In questo caso, Macron apre a un accordo ma attenzione, «nel quadro di quello che è stato negoziato». Traduzione: l’intesa trovata con la May non si tocca, al massimo si può lavorare sul testo giuridico dell’accordo di recesso.

C’è chi legge l’atteggiamento dell’asse Merkel-Macron nei confronti di Johnson con la metafora del bastone e della carota. Ma perché Macron insiste, anche a costo di spingere la Brexit verso il «no deal»?

L’ha spiegato indirettamente lui stesso ieri: «Il futuro del Regno non può che trovarsi in Europa», ha detto sottolineato che la Brexit prevista per il 31 ottobre «non è una scelta dell’Unione europea». Ciò significa due cose. La prima: l’Ue non esclude la possibilità di un nuovo rinvio della Brexit (escluso però dal Regno Unito). La seconda: Parigi e Berlino confidano che qualcuno a Londra, cioè i ribelli anti Brexit, blocchi il «no deal» impegnando il premier con un voto alla Camera dei Comuni. Ed è stato e sarà questo il cuore della missione nel Vecchio continente di Johnson: convincere i leader europei a non confidare in quest’ipotesi. Infatti, lui è convinto che finché qualcuno da Londra minaccia di togliere dal tavolo dei negoziati la carta del «no deal», l’Ue non farà alcuna concessione al Regno Unito.

Tutto questo si incastra con il G7 che inizia domani e il futuro politico dell’Italia. Il governo di Londra insiste con i suoi uomini a Roma, vuole capire con quale governo dovrà fare i conti il 31 ottobre: spera che l’Italia rimanga un partner affidabile nel contrasto all’asse francotedesco. Ma ancora non ha ottenuto risposte certe.

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