• La principale novità arrivata dal Consiglio europeo è aver definito il Recovery fund «necessario e urgente», senza dare altre indicazioni. Ma, con queste regole, qualsiasi fondo ci vedrebbe solo come contribuenti.
  • Tradimento del M5s sul Fondo salvastati. Ma sette deputati si ribellano ai vertici. Bocciato l’ordine del giorno di Fdi anti Mes: Forza Italia vota contro e poi rettifica. La Lega: «Mozione di sfiducia a Gualtieri».

Lo speciale comprende due articoli.

«Urgente e necessario». Per sbandierare come un grande successo questi due aggettivi, riferiti al fondo europeo per la ripresa (Recovery fund), ci sono voluti ben 39 giorni, dal primo Eurogruppo del 16 marzo. Una insostenibile lentezza rispetto alla drammaticità della situazione reale del Paese, che sta vivendo sulla propria pelle una crisi sanitaria, democratica ed economica senza precedenti. Il calo del Pil su base annua potrebbe sfiorare il 10% e la disoccupazione attestarsi intorno al 11/12%.

Dopo l’Eurogruppo del 16 e il Consiglio del 17 marzo, a Bruxelles erano riusciti a recuperare qualche residuo dal bilancio Ue e ad archiviare le anacronistiche regole del Patto di stabilità e del divieto di aiuti di Stato. Con un incendio in corso avevano consentito ai pompieri fare uso di acqua.

Solo con l’Eurogruppo del 24 marzo finalmente a Bruxelles si è cominciata ad avvertire la gravità della situazione, e il comunicato finale recitava che «c’era ampio consenso sull’uso della linea di credito a condizioni rafforzate (Eccl) del Mes come ulteriore linea di difesa contro la crisi».

Il Consiglio del 26 marzo ha poi preso atto dell’esiguità e soprattutto dell’impresentabilità del Mes e ha invitato l’Eurogruppo a presentare nuove proposte entro le successive 2 settimane.

Qui, tra il 7 e il 9 aprile, dopo 30 ore di colloqui, è rimasto sul tavolo il Mes affiancato dai prestiti della Bei e del Sure, e ha faticosamente fatto capolino, al paragrafo 19 del comunicato finale, il Recovery Fund. I ministri delle Finanze «concordavano di lavorarci su» («agreed to work on»), ripassando il cerino al Consiglio del 23 aprile per ricevere dai leader le opportune linee guida per la costituzione di questo fondo.

Ma due giorni fa il comunicato finale del Consiglio ha solo avallato in pieno le proposte dell’Eurogruppo del 9 aprile (Mes/Bei/Sure) e, con riguardo al Recovery Fund, «ha concordato di lavorare all’istituzione di un fondo per la ripresa». Ma il Consiglio, avendo scoperto che il fondo è «necessario e urgente», per non rilanciare il cerino all’ormai esausto Eurogruppo ha pensato bene di dare due settimane alla Commissione per mettere a punto una proposta.

Ma su cosa dovrà lavorare la Commissione? Il Consiglio non ha fornito linee guida su dimensioni del fondo, chi e come lo finanzia, chi e come riceve le somme raccolte, quale sarà la sua durata. Zero assoluto, perché su questi temi la spaccatura è profonda e allora è meglio lanciare la palla in tribuna verso la Commissione e prendere altro tempo, mentre l’Italia brucia.

La discrepanza tra questa cruda realtà ed il coro baldanzoso di numerosi esponenti della maggioranza è abissale. Dal premier Giuseppe Conte al ministro Roberto Gualtieri, al commissario Paolo Gentiloni, al portavoce del M5s Vito Crimi, un’unica sequela di commenti trionfalistici per aver conquistato due aggettivi in due settimane. C’è di che vergognarsi. La Palma d’oro spetta però a Matteo Renzi con «Francia e Italia insieme portano a casa un bel risultato». Peccato però che Emmanuel Macron non abbia nascosto tutta la sua insoddisfazione per il disaccordo sul punto cruciale: aiuti in forma di prestiti («loans») o di sovvenzioni («grants»), queste ultime fortemente sostenute sia da Parigi che da Madrid? Invece Conte, come rivelato da Bloomberg, pare che sia stato il primo a sfilarsi e accettare anche prestiti.

Aldilà della vuota propaganda, le cose stanno ben diversamente. La linea del blocco nordico, unica ammissibile a Trattati vigenti, è invalicabile ed è articolata su due livelli:

1 Un eventuale fondo finanziato con l’emissione di obbligazioni potrà erogare solo prestiti agli Stati membri. Come un Mes o un Sure, con tutte le condizioni tipiche di questi veicoli finanziari e cioè stretta sorveglianza macroeconomica dello Stato e rigida separazione delle responsabilità finanziarie degli Stati garanti, perché non ci può essere responsabilità solidale. Ma, per emettere bond ci vogliono capitale o garanzie e, su questo fronte, i precedenti non sono confortanti. Nel 2010-2012 l’Italia si indebitò per ben 58 miliardi (inclusi prestiti bilaterali) per contribuire ad Efsf e Mes. Infatti, anche qualora fossero sufficienti solo garanzie, il debito emesso da questo fondo sarebbe imputato pro-quota ai Paesi garanti, come accadde per Efsf. Insomma, nella migliore delle ipotesi ci indebiteremmo per ricevere prestiti in pari misura. Qualcosa di simile alle 40.000 lire di Totò e Peppino. Nell’ipotesi remota che tale fondo erogasse anche sovvenzioni, nella nostra veste di contribuenti netti al bilancio Ue, saremmo allora costretti a versare contributi per pagare gli interessi e, anche qui, pagheremmo per aiuti concessi ad altri Stati.

2 Se proprio si devono erogare sovvenzioni, allora il bilancio Ue gioca un ruolo centrale. E la musica non cambia per noi. Questo salvadanaio in cui già finiscono circa 1.100 miliardi in 7 anni (1% del PIL Ue), distribuiti tra gli Stati membri, dovrebbe essere raddoppiato. La Germania, che ha impedito per ben 18 mesi l’approvazione del nuovo bilancio 2021-27, si è resa disponibile ad aumentare il suo contributo, ma resta il fatto che l’Italia è il terzo contribuente netto e non si capisce come sia possibile che diventi beneficiario netto, o pensiamo di togliere il pane di bocca a polacchi, rumeni, greci ed ungheresi?

La realtà è che qualsiasi tentativo di distribuire sovvenzioni in Europa ci vedrebbe contribuenti e non beneficiari. Per il resto ci sono i prestiti, col guinzaglio del creditore privilegiato. Ed è lì che stanno portando il Paese.


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