La Merkel se ne frega delle regole Ue. E stavolta si indigna perfino Visco
Fusioni bancarie e salari, come sempre Berlino va per conto suo. Il governatore della Banca d’Italia: «Con queste norme è impossibile gestire le crisi».

Sulla carta gli Stati membri dell’Unione europea godono di uguali diritti e doveri ma a quanto pare, parafrasando George Orwell, la Germania è più uguale degli altri. Se da un lato Berlino è sempre in prima linea quando si tratta di dettare le regole e auspicarne il rispetto da parte degli altri, d’altro canto è molto più morbida quando si tratta di gestire le situazioni interne più critiche. È notizia di questi giorni, ad esempio, che grazie a un accordo tra governo e sindacati le retribuzioni di 1 milione di lavoratori pubblici aumenteranno dell’8%, con incrementi a partire da 240 euro. Pensate che polverone avrebbe sollevato Bruxelles se il nostro governo avesse osato fare una cosa del genere senza prima chiedere il permesso. Non fa eccezione a questo tipo di logica il comparto bancario, il quale per via delle sue caratteristiche riconducibili all’ordinamento tedesco, gode semmai di un’attenzione particolare da parte dell’esecutivo guidato da Angela Merkel. L’esempio più classico è rappresentato dalla storia infinita della possibile fusione tra Deutschebank e Commerzbank. Più volte smentita dagli interessati, la vicenda che riguarda la formazione di un unico soggetto a partire dai due maggiori operatori del settore in Germania rispunta periodicamente. Proprio ieri l’autorevole Financial Times ha dedicato all’argomento un lungo approfondimento, spiegando come l’operazione potrebbe dar vita a un colosso con oltre 2.500 filiali, 140.000 dipendenti (dei quali 20.000 a rischio, secondo gli analisti), 2.000 miliardi di asset e 845 miliardi di depositi.

È il mercato bellezza, potrebbe dire qualcuno. E invece no, perché lo stesso quotidiano economico londinese parla senza mezzi termini di «manina» statale dietro alla probabile fusione. Il deus ex machina di questa complessa quanto rischiosa manovra sarebbe nientemeno che Olaf Scholz, ministro delle Finanze e vicecancelliere tedesco. Secondo il Ft, Scholz avrebbe giustificato la mossa tirando in ballo la «sovranità nazionale». Il governo sarebbe infatti preoccupato che il continuo peggioramento della situazione finanziaria dei due istituti possa finire per avere ricadute negative sull’economia del Paese. Lo scorso mese Deutsche ha annunciato, con riferimento all’anno fiscale 2018, il ritorno all’utile (341 milioni di euro) per la prima volta dopo il 2014. Tuttavia, anni di profondo rosso nei conti hanno letteralmente demolito il valore del titolo in borsa e inciso negativamente sul costo del funding. Basti pensare che l’ultima emissione di bond a due e a dieci anni ha scontato uno spread di 180 e 230 punti base rispetto al benchmark. Tradotto in parole più semplici, finanziarsi con mezzi alternativi alla raccolta sta diventando sempre più difficile e perciò costoso. Colpa anche della reputazione crollata ai minimi livelli, a seguito dello scandalo riciclaggio da 300 miliardi di euro legato a Danskebank. Sorprendentemente, anche Commerzbank nel 2018 è tornata all’utile (865 milioni), ma durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati svoltasi a febbraio, l’amministratore delegato Martin Zielke ha annunciato un forte ridimensionamento degli obiettivi a causa di un «contesto fortemente sfidante». Proprio come Deutsche, anche il titolo Commerzbank ha subito un forte calo negli ultimi tempi, passando dai 13,7 euro di gennaio 2018 a 7,4 euro odierni. Risultato: secondo un’elaborazione pubblicata nel focus del Financial Times, le due banche tedesche rappresentano il fanalino di coda tra tutti i grandi gruppi mondiali.

Berlino spinge per la fusione anche perché cosciente che le due banche fanno gola a molti investitori stranieri, da qui la volontà di confinare l’operazione entro i confini nazionali. Ovviamente, date le circostanze, le modalità della fusione non sono ancora ben chiare, ma qualche mese fa Bloomberg ha ipotizzato che il governo federale possa fare il proprio ingresso come azionista di maggioranza di Deutsche. Una specie di cavallo di Troia, funzionale ad acquisire Commerzbank della quale Berlino già possiede un 15% a seguito del salvataggio del 2009. Ma quando si parla di aiuti di stato in Germania, la questione non si esaurisce con la vicenda dei due titani del sistema bancario. Di recente ha fatto discutere il piano di salvataggio di NordLb, la banca della Bassa Sassonia, per la quale sono stati messi sul piatto ben 3,7 miliardi di euro di denaro pubblico (2,5 dal governo locale e 1,2 dall’associazione che riunisce le casse di risparmio tedesche). Proprio ieri il quotidiano tedesco Handelsblattha reso noto il contenuto di una lettera inviata a Olaf Scholz da un eurodeputato dei Verdi, Sven Giegold, nella quale si chiede al governo di «smentire ogni sospetto che l’operazione rappresenti un tentativo di eludere le norme europee». Forse anche alla luce di queste osservazione si comprende perché, all’indomani dello stop imposto da parte della Commissione Ue sulla fusione tra Alstom e Siemens, sia Parigi che Berlino hanno chiesto a gran voce «nuove regole per la concorrenza in Europa».

La Germania, dunque, si prende i suoi spazi e affronta a muso duro chiunque osi contestarla. È il caso del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, il quale intervenendo allo Spencer Stuart forum ha dichiarato che con gli strumenti a disposizione la «gestione delle crisi è diventata quasi impossibile».Una contestazione alla quale Berlino ha prontamente replicato, per mezzo di un portavoce di Scholz, ribadendo che «le regole sul bail in sono una delle lezioni chiave della crisi finanziaria e devono essere rispettate». Lo stesso bail in che, guarda caso, Berlino si guarda bene dall’applicare alle banche tedesche.

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