È l’invasione dei minorenni. Nel 2025, in Italia, sono sbarcati 14.083 ragazzi, di cui l’86% non accompagnati. È un dato a cui si dovrebbe prestare molta attenzione, perché mostra come stiano cambiando i flussi in ingresso e come potrebbero cambiare ancora nei prossimi anni.
Nel 2024, i minori non accompagnati erano il 69% del totale: significa che la crescita è notevole. Secondo un rapporto presentato qualche giorno fa da Unhcr, Unicef e Oim, la grandissima parte di queste persone si sposta per motivi economici. E non si tratta di bambini: per il 95% sono adolescenti o quasi maggiorenni, solo il 5% aveva meno di 15 anni quando è arrivata qui.
Non è difficile comprendere perché ciò accada: nel caso dei minorenni le norme sull’immigrazione sono decisamente meno restrittive. Chi arriva qui e non ha ancora 18 anni — grazie alla celebre legge Zampa — viene accolto rapidamente e non può essere respinto. Non a caso, nel corso degli anni abbiamo assistito a numerosi tentativi di ingresso da parte di stranieri che si dichiaravano minorenni pur non essendolo, e in qualche caso sono state scoperte vere e proprie truffe organizzate. Una volta che il minore ha ottenuto lo status di rifugiato può richiedere il ricongiungimento familiare, dunque non è difficile comprendere che far partire gli adolescenti possa risultare profittevole: meno problemi all’arrivo, più facilità nel ricomporre in seguito la famiglia. Se il nuovo patto su immigrazione e asilo dell’Ue dovesse effettivamente stringere un poco le maglie sugli arrivi, non è difficile immaginare che il business delle partenze potrebbe orientarsi in maniera crescente sui minori. Tutto ciò pone evidentemente nuovi problemi.
Il disagio psichico dei minori stranieri
Una buona parte dei minorenni che arrivano non è estranea al disagio psichico. Riccardo Lo Parrino, direttore dell’unità funzionale di salute mentale di infanzia e adolescenza di Firenze dell’Azienda Usl Toscana Centro, ha spiegato l’altro giorno ad Avvenire che «i minori stranieri non accompagnati hanno alle spalle spesso storie politraumatiche, ma anche i nati in Italia o quelli arrivati qui da piccoli si trovano in una sorta di ponte, molto vacillante, sospesi tra due mondi, che dentro di loro devono trovare il modo di integrare. […] Molto spesso, purtroppo la quasi totalità di quelli che vediamo, ha quadri psicopatologici importanti e fa uso di una o più sostanze, verosimilmente con una funzione di autocura». Insomma, il quadro non è dei migliori.
Si aggiunga poi che, secondo un recente report del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, ben il 10% dei minorenni stranieri in Italia commette reati, una percentuale decisamente superiore rispetto a quella riscontrata nei minori italiani. Il fenomeno migratorio muta, si fa più sfaccettato, introduce questioni più delicate e complesse. Eppure le risposte che arrivano dalle nostre parti sono sempre le stesse, almeno da parte di una buona fetta delle istituzioni e dei corpi intermedi.
La Chiesa e l’appello all’accoglienza
In particolare, da parte di un certo segmento del mondo cattolico, che tra l’altro gode di notevole esposizione mediatica. Una parte della Chiesa non sembra affatto intenzionata a prendere in considerazione i guai causati dall’immigrazione di massa (ai migranti come agli autoctoni). E nonostante i popoli di tutta Europa manifestino da tempo insofferenza per le frontiere aperte, continua a battere sul tasto dell’accoglienza e — peggio — a propagandare l’utopia multiculturale.
Nei giorni scorsi Caritas e Fondazione Migrantes del Triveneto, giusto per fare un esempio, si sono prodigate nell’ennesimo appello all’accoglienza, descrivendo le migrazioni come un «luogo teologico» e invitando le parrocchie a farsi «catalizzatori» dell’integrazione. Tali concetti sono ribaditi più o meno identici in uno studio intitolato Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale, curato da Fabio Introini, Delfina Licata e Cristina Pasqualini, sempre per conto della Fondazione Migrantes, in collaborazione con Istituto Toniolo e Istat. La ricerca, pubblicata dall’editore Il Mulino, dice cose note: l’Italia invecchia, gli anziani aumentano, i giovani vivono parecchie difficoltà. Che fare dunque? Ovvio: occorre «valorizzare adeguatamente la dimensione multiculturale del nostro Paese».
Come vedete, siamo sempre al vecchio luogo comune: i migranti servono per colmare il vuoto demografico. Commentando il nuovo studio, monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, spiega che «c’è la logica dell’immigrazione, tante volte la logica della paura, del pregiudizio, dei numeri non dei dati. La Chiesa da sempre vive nell’ottica dell’accoglienza, dell’accogliere la persona con la sua tradizione». Felicolo sostiene che si debba vincere «il demone della paura», perché «la convivenza è possibile». Già: i disagi della popolazione sono da attribuire a irrazionali paure, il dato di realtà va ignorato al fine di edificare la società multietnica. E chissà se i minori migranti che arrivano a frotte serviranno a riempire le chiese che si svuotano.
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