- Le toghe si sostituiscono ai governi nel contrasto ai clandestini. L’opposizione stupidamente esulta: così gli eletti sono sempre più marginali. Soluzione? L’Ue anticipi le nuove norme.
- Giorgia Meloni amareggiata: «Ridotta l’autonomia degli Stati. Cercheremo altre soluzioni». Elly Schlein: «Dall’esecutivo scelte illegali». Giuseppe Conte: «Che figuraccia». La maggioranza tira dritto: «I centri in Albania continueranno a funzionare come Cpr».
Lo speciale contiene due articoli
La Corte Ue seppellisce sotto una coltre di sabbia agostana il protocollo Albania sui migranti. Almeno finché non sarà l’Unione a intervenire. Magari dopo le ferie estive.
L’attesa sentenza di ieri delle toghe del Lussemburgo consta di quattro punti essenziali. Il primo è quello favorevole al governo italiano: ogni Stato membro ha il diritto di indicare con una legge la lista dei Paesi sicuri, nei quali dovrebbe essere possibile rispedire i richiedenti protezione internazionale con una procedura accelerata alla frontiera. Diciamo «dovrebbe», perché gli altri tre pilastri del verdetto picconano la discrezionalità dell’esecutivo e del Parlamento, chiamato a convertirne i decreti. E stabiliscono che i giudici devono controllare la conformità delle designazioni con il diritto comunitario; che sia a loro, sia ai migranti, bisogna rendere note le fonti utilizzate per classificare le nazioni di provenienza; e che, in ogni caso, non si può designare come sicuro un Paese se esso non è tale per la totalità della sua popolazione, oltre che del suo territorio, come era stato già chiarito un anno fa.
Il pronunciamento sorge dal ricorso di due bengalesi soccorsi in mare dalle autorità italiane e poi trasferiti a Gjadër, da dove avrebbero dovuto essere espulsi. Invece, il Tribunale di Roma non aveva convalidato il trattenimento, sostenendo che il Bangladesh non fosse sicuro. Una volta riportati nello Stivale, gli stranieri avevano adito le vie legali. Peraltro, almeno una parte della decisione della Corte di giustizia ricalca quella della nostra Cassazione, risalente allo scorso dicembre: già allora, gli ermellini avevano affermato che spetta alla politica elencare i Paesi sicuri, ma che i magistrati conservano la prerogativa del controllo giurisdizionale su quelle liste.
La questione ruota proprio attorno al ruolo dei tribunali, nonché all’interpretazione delle norme europee in vigore. Quanto alle toghe, il dispositivo di ieri è definitivo: «La circostanza che uno Stato membro abbia scelto di procedere alla designazione di Paesi di origine sicuri mediante un atto legislativo», è scritto, «non può essere tale da impedire al giudice nazionale», investito di un ricorso, «di controllare, anche solo in via incidentale, se la designazione […] rispetti le condizioni sostanziali di siffatta designazione». Ovvero, se essa sia in linea con le direttive dell’Ue. Le quali – sostiene la Corte – vietano di qualificare come sicuro «un Paese terzo che non soddisfi, per talune categorie di persone, le condizioni sostanziali di siffatta designazione». È qui che casca l’asino. Il governo, infatti, confidando nel contenuto del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, che abroga la direttiva del 2013, aveva stilato il suo elenco ammettendo sia le eccezioni territoriali sia quelle per alcune categorie di persone. I giudici del Lussemburgo, invece, fanno ancora riferimento alla precedente norma, che cesserà di valere a luglio 2026.
Così, si stringono ancor più le maglie: non solo i giudici potranno sindacare le decisioni del potere politico; non solo, per esercitare il «controllo giurisdizionale», potranno esaminare nuovi dettagli portati a loro conoscenza durante il procedimento e attingere a informazioni raccolte in maniera indipendente; ma già a monte, gli Stati saranno vincolati al concetto di nazioni di provenienza in tutto, dappertutto e per tutti sicure. Quante ne restano, sulla cartina geografica?
È comprensibile la stizza di Palazzo Chigi, che ieri ha invitato anche «le forze politiche che esultano per la sentenza» a preoccuparsene, poiché essa «riduce ulteriormente i già ristretti margini di autonomia dei governi e dei parlamenti nell’indirizzo normativo e amministrativo del fenomeno migratorio». Nel suo comunicato, la presidenza del Consiglio ha sottolineato che la decisione della Corte Ue «sorprende» e «indebolisce le politiche di contrasto all’immigrazione illegale di massa e di difesa dei confini nazionali». Un problema che non riguarda esclusivamente il modello Albania, bensì tutti gli Stati membri dell’Unione, la loro esplorazione di «soluzioni innovative» al problema dei flussi di clandestini e l’intero sistema, non esattamente efficiente, dei rimpatri veloci.
Il tutto è accaduto, ha rilevato l’ufficio di Giorgia Meloni, «pochi mesi prima dell’entrata in vigore del Patto Ue su immigrazione e asilo, contenente regole più stringenti, anche quanto ai criteri di individuazione» dei Paesi sicuri.
Come se ne esce? Il governo, recitava la nota di ieri, «per i dieci mesi mancanti al funzionamento del Patto europeo, non smetterà di ricercare ogni soluzione possibile, tecnica o normativa, per tutelare la sicurezza dei cittadini». La verità è che sono finiti i conigli da estrarre dal cilindro. Occorre un atto politico dell’Europa. Lo segnala proprio la sentenza della Corte Ue, laddove ricorda che la direttiva approvata nel 2024 consente di designare i Paesi terzi come sicuri anche «con eccezioni per categorie di persone chiaramente identificabili»; che «spetta allo stesso legislatore scegliere la data a partire dalla quale una nuova disposizione […] divenga applicabile»; e che è in ballo una proposta della Commissione, datata 16 aprile 2025, in virtù della quale sarebbe possibile «anticipare l’applicazione, fra l’altro», del nuovo articolo 61, paragrafo 2, del regolamento Ue, emendato per integrare le famigerate eccezioni.
Appunto: 16 aprile 2025. Da quel dì, un sacco di chiacchiere, un sacco di proclami, un sacco di dichiarazioni d’interesse per il Cpr balcanico aperto dall’Italia, ma nessuna svolta concreta. Al solito, a Bruxelles si cincischia. È vero: la vittoria di Pirro di chi ancora vuole confini colabrodo dovrebbe durare appena dieci mesi. Ma se si può agire prima, perché aspettare? Perché lasciarsi prendere a randellate dai giudici?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >