- I due leader si incontrano a Berlino e si dicono favorevoli al rinnovo degli accordi con Ankara sugli immigrati. Lo stesso patto (soldi in cambio di uno stop ai barconi) sarà proposto a Tripoli. Fumata nera sui ricollocamenti.
- Pure la leader di Fdi auspica una soluzione concordata con i Paesi nordafricani. Enrico Letta si inchina a Super Mario: «L’unica strada possibile è quella a livello europeo».
Lo speciale contiene due articoli.
È stata l’immigrazione a costituire uno dei principali argomenti del bilaterale tenutosi ieri pomeriggio a Berlino tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Nella conferenza stampa congiunta che è seguita al vertice, i due leader hanno espresso piena sintonia, sottolineando un comune impegno nel cercare di affrontare il delicato dossier migratorio. Draghi, in particolare, ha invocato un maggiore coinvolgimento dell’Unione europea nella stabilizzazione del Nord Africa (a partire dalla Libia), mentre la Merkel ha evidenziato la necessità del contrasto ai trafficanti di esseri umani. Entrambi si sono inoltre detti favorevoli a rinnovare l’accordo con la Turchia, finalizzato ad arginare i flussi migratori diretti verso l’Unione europea. Una posizione che lascia presagire come, molto probabilmente, un simile modello possa essere presto adottato anche con la Libia. E proprio sulla partita libica Berlino ha ormai riconosciuto il ruolo primario dell’Italia: un successo per Roma, controbilanciato tuttavia da una situazione ancora troppo poco chiara in materia di ricollocamenti.
Un tema, questo, rispetto a cui, ha detto Draghi ieri, «si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo ma c’è volontà di arrivare a una posizione congiunta e di mutuo beneficio».
Che la Germania avesse (almeno parzialmente) intenzione di spalleggiare l’Italia sulla questione migratoria era del resto emerso già prima del vertice di ieri. In tal senso, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in un’intervista a Repubblica aveva dichiarato: «Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri». Non solo: nella stessa occasione, il ministro aveva anche sconfessato la proposta, avanzata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, di una missione di salvataggio europea. «Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere», aveva affermato Maas. «Ci sono già regole per l’accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a Est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre». «Molti Stati membri», aveva proseguito il ministro tedesco, «non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull’ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa». È anche in questo quadro che Maas aveva evocato il modello turco, sostenendo che l’accordo economico stretto tra Bruxelles e Ankara per il blocco dei flussi migratori si sia rivelato in sostanza efficace e che vada pertanto rinnovato.
Quello stesso modello turco che, come abbiamo visto, è stato molto probabilmente preso in considerazione per trattare la spinosa questione dei migranti provenienti dalla Libia. L’idea è insomma quella di cercare di disinnescare i flussi alla radice. In questo senso, la Turchia costituisce un interlocutore di primo piano anche per l’Italia, vista la pesante influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan sul governo di Tripoli. Ecco perché, dopo le turbolenze diplomatiche recentemente esplose tra Roma e Ankara, Draghi sta cercando di ricucire un rapporto con la Turchia attraverso dei «mediatori»: dalla stessa Berlino a Washington, passando per Londra (ricordiamo, a tal proposito, il vertice siciliano di dieci giorni fa tra il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i suoi omologhi di Gran Bretagna e Turchia, Ben Wallace e Hulusi Akar).
E comunque, al di là del tema strettamente migratorio, il vertice di ieri è interessante anche per le sue implicazioni politiche. Sul versante europeo, questo incontro evidenzia come, con la Merkel ormai quasi all’uscita di scena, Draghi stia guadagnando terreno, soprattutto in una fase di forte difficoltà per il presidente francese, Emmanuel Macron (reduce da brutti risultati alle elezioni regionali e sempre più vicino a una dura campagna elettorale per la riconferma il prossimo anno). Tutto questo, senza dimenticare che il bilaterale di ieri si sia tenuto nell’imminenza del Consiglio europeo del 24 e del 25 giugno, in cui si parlerà, tra le altre cose, proprio di immigrazione e rapporti con la Turchia. Sul versante interno, i progressi in materia migratoria potrebbero avere un impatto significativo sugli equilibri interni al governo.
Innanzitutto l’asse Draghi-Merkel (come già sintetizzato dalle parole di Maas) sembra pronto a sconfessare la proposta di Sassoli: il che costituirebbe un colpo non di poco conto per il Partito democratico. In secondo luogo, se dovesse realmente riuscire a conseguire dei risultati tangibili, questa linea migratoria rappresenterebbe un successo politico significativo per Draghi, proprio laddove il suo predecessore, Giuseppe Conte, aveva fallito, non riuscendo a farsi ascoltare dall’Europa in termini di ricollocamenti e conducendo una politica libica fondamentalmente caotica. Il che rischierebbe di trasformarsi in un boccone difficile da digerire per un Movimento 5 stelle sempre più in difficoltà.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >