All’inizio informazioni generiche, poi veri e propri appuntamenti. I trafficanti di uomini definiti «pescatori di motori» per l’abitudine di togliere i propulsori dai gommoni prima del «salvataggio» della nave umanitaria. L’ordine: «Chiudiamo quella chat, è una prova».
Il primo tentativo di allacciare una relazione con gli scafisti trafficanti di esseri umani non è partito dalle organizzazioni criminali, ma da una Ong. Dalla email di un esponente della tedesca Jugend Rettet, tale Kaj Ravn, partì un messaggio, il 29 gennaio 2017, per i «pescatori di motori» da stampare su un volantino da distribuire in Libia, accompagnato da una email di questo tenore: «Data la totale incapacità da parte nostra di avere qualsiasi contatto con le reti dei trafficanti (un problema sia di carattere etico che legale, ma certamente anche un problema operativo in quanto non abbiamo modo di comunicare né di esprimere le nostre preoccupazioni ai trafficanti), tali volantini potrebbero raggiungere la terraferma ovvero quelle comunità che hanno qualche collegamento con i trafficanti». Il messaggio da far arrivare? «Necessità di torce a mano sui gommoni […] problemi per le troppe persone a bordo […] e l’importanza di non salpare con le onde alte». A ricevere è tale Kathrin, sempre di Jugend Rettet.
La conversazione è stata sequestrata nei computer della Ong che gestiva la nave Iuventa, sequestrata a Trapani, dove è in corso un processo nel quale sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. L’udienza si terrà il 13 gennaio. E quel documento è finito nel fascicolo. Ma dai faldoni spuntano anche quelle che per la Procura sono altre prove dei contatti che successivamente gli attivisti di quella missione nel Mediterraneo centrale sarebbero riusciti davvero a stabilire con gli scafisti.
«Di estrema rilevanza investigativa», per esempio, «sono apparse le comunicazioni intercorse tra Robert MacGillivray, regional humanitarian director di Save the Children, che nell’agosto 2017 si trovava a Catania». Il discorso ruota attorno a una chat di Whatsapp «da custodire con cura». MacGillivray spiega che quelle conversazioni potrebbero «rappresentare una potenziale prova». L’interlocutrice, tale Annie, nel commentare alcuni report redatti da Gillian Cristina Moyes, team leader di Save the Children, afferma: «Ne ho trovato tre davvero spiacevoli». E aggiunge che un certo Daniele era ansioso di conoscere le informazioni in loro possesso, considerato che potrebbero riguardare i trafficanti di migranti. Queste le sue parole: «Non vede l’ora (Daniele, ndr) di conoscere le informazioni contenute in quelle conversazioni sui trafficanti». E i due corrono ai ripari. Robert: «Sto parlando con Romain ed Elisa per chiudere la chat Whatsapp… probabilmente stasera…». Annie: «Lo staff deve stare attento».
A chat chiusa, evidenziano gli investigatori, «l’interlocutrice di MacGillivray sottolinea l’opportunità di verificare le informazioni contenute nella chat […] precisando che “c’erano informazioni sui trafficanti”». Poi opportunamente epurate, prima di condividere un report con i contenuti della chat con il resto della ciurma. E siccome tra quei messaggi c’erano riferimenti anche a un’altra Ong, l’attivista di Save the Children che parla con MacGillivray afferma: «Gillian non è contenta… è preoccupata per l’altra organizzazione… di comprometterla…».
E di eventi in cui i contatti con gli scafisti si sarebbero fatti stretti gli investigatori ne hanno segnalati diversi. Almeno quattro quelli principali: il 23 maggio 2017, durante una operazione in acque dello Stato libico (entro le 12 mn dalla costa); il 26 giugno 2017 al largo della costa libica; l’11 luglio 2017 sempre al largo della costa libica e il 13 ottobre 2017 al largo di Zawiya (città della costa libica).
Ma già il 18 giugno, quando le attività di intercettazione telefonica erano nel momento più caldo, gli investigatori ascoltano tale Vito (che era a bordo della nave in qualità di primo ufficiale di coperta) commentare con un altro uomo l’avvicinamento a un gommone di migranti: «Sembrano rimorchiate», dice il primo. Il secondo, rimasto non identificato, risponde: «Il barchino?». I due commentano che il natante con i migranti è stato avvicinato «da una barchetta intenta a recuperare il motore fuoribordo del gommone». Gli investigatori annotano: «Sia il comandante, sia il primo ufficiale di coperta, sia il team leader della Ong Save the Children Moyes erano a conoscenza della presenza di trafficanti, che peraltro si attivavano durante le fasi del trasbordo dei migranti a smontare il motore». Così da rendere al gommone impossibile la traversata e necessario quello che le Ong chiamano «salvataggio». E non è l’unico caso.
Il 22 agosto la scena si ripete. Ecco cosa annotano gli investigatori: «Il primo ufficiale afferma che si sta aspettando un gommone che si trova ancora nelle acque territoriali libiche, poi aggiunge che “questi qua” hanno lasciato i gommoni senza motori. Il terzo ufficiale afferma “che è tutta una speculazione”». È in questo momento che gli investigatori ascoltano il mediatore culturale sulla nave pronunciare queste parole: «Voi andate in Italia». E due dipendenti della Ong continuare a discutere sulla presenza degli scafisti che girano attorno ai gommoni con i migranti: «Uno di loro», si legge negli atti, «afferma che sono degli sciacalli e che una volta terminate le operazioni di recupero asporteranno i motori dei gommoni». Una donna a bordo ironicamente afferma: «Pescano pesce tutto il giorno». E, infatti, nelle conversazioni (come nella mail di Kaj Ravn) gli scafisti vengono indicati come «pescatori». Di motori.
I contatti devono essersi fatti più intensi. Tanto che la Ong riusciva a sapere con precisione i punti in cui trovare le navi. E anche gli orari dell’appuntamento in mare. In una intercettazione tra il comandante della nave e Gillian Moyes, durante la quale i due sembrano leggere qualcosa, si sente il primo dire «stanno partendo» e lei rispondere «loro stanno partendo da Sabratha». Il comandante ha l’orario dell’appuntamento: «Quindi domani mattina alle 6». Lei risponde con un secco «sì». Il comandante a quel punto organizza la partenza: «Da Sabratha… partiamo domani». E infine, quando tutto è pronto, si sente una persona presente in plancia affermare «domani facciamo il carico».
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