Siamo in un momento di forte divergenza tra Usa e Ue. Ritengo utile tentare di ridurla con una strategia di pur parziale riconvergenza che contenga il rischio per l’Ue stessa di una crisi inflazionistica/recessiva dovuta a scarsità/rialzo dei prezzi di petrolio e gas a causa di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz.
Sopra questo caso specifico c’è quello generale/sistemico dell’America che teme di essere in prospettiva troppo piccola in relazione all’espansione dei trattati commerciali - di fatto geopolitici - dell’Ue con tutte le altre democrazie del pianeta generando un’analisi di destino - entro 15 anni circa - che rende probabile la sostituzione della Pax Americana con una Nova Pax eurocentrica nel pianeta. Cioè basata su un’influenza europea più grande di quella statunitense. Il criterio usato in questa analisi ha come scopo la costruzione di un G7+ basato sulla convergenza euroamericana che includa sempre più democrazie e diventi un’alleanza più grande di quella dei regimi autoritari.
Due errori da riparare nell’azione statunitense contro l’Iran e nella postura degli europei. Primo: Washington ha attuato una proiezione di potenza bellica insufficiente per provocare la resa dell’Iran. L’errore è imputabile alla Casa Bianca, e quindi alla conduzione di Donald Trump, e non agli analisti del Pentagono e dell’intelligence che avevano presentato opzioni realistiche di strategia. Non cerco qui i motivi dell’errore di Trump, ma ricordo la strategia usata da altri presidenti in Medio Oriente: sia George Bush Sr. nel 1990 sia il figlio, George W. Bush, nel 2002 crearono coalizioni molto ampie a sostegno dell’azione militare mentre Trump non lo ha fatto, trovandosi così con forze insufficienti per l’azione, tra cui - sbaglio principale - il controllo di Hormuz. Dai colleghi statunitensi, per lo più repubblicani, del think tank che coordino ho ricevuto una valutazione unanime: dilettantismo strategico.
Secondo: l’errore degli europei è stato quello di dichiarare che l’azione militare statunitense nel Golfo non li riguardava. La realtà ha mostrato un conflitto locale con conseguenze devastanti globali. L’imputazione di errore può essere attutita dal fatto che Washington non ha avvertito gli alleati oltre a non aver chiesto loro convergenza operativa. Ora un gruppo di alleati sta cercando di riparare a questo errore, per esempio l’Italia che ha comunicato di rendere disponibile una forza militare marina per la sicurezza dei transiti ad Hormuz, ma a condizione di una tregua Usa-Iran.
C’è sul punto uno spiraglio di riconvergenza? In teoria c’è. Lo scenario migliore sarebbe una tregua a breve. Ma l’Iran sta tentando di resistere, pur devastato, perché il regime, anche se diviso, ha un controllo sufficiente sia interno sia di Hormuz, anche sostenuto dal canale di rifornimento russo all’Iran via Mar Caspio e azioni più segrete da parte cinese.
L’altro scenario vede nella continuità del blocco navale statunitense la possibilità di aprire un corridoio di sicurezza per l’export di petrolio prodotto dalle nazioni arabe del Golfo con l’ingaggio di risorse militari europee e di altri alleati per la difesa dei transiti, ma senza azioni offensive contro l’Iran. Potrebbe funzionare? Sì. Ma a condizione di una copertura militare statunitense. Da un lato, per Washington sarebbe un’ottima soluzione per il suo gap di capacità e consenso interno. Dall’altro, è in dubbio che Trump la accetti. Tuttavia, suggerisco alla coalizione dei volonterosi europei di insistere con questa soluzione. C’è il rischio di umiliazioni inaccettabili da parte di Trump? C’è, ma prevale quello di pesanti danni economici e tanti altri se il blocco dei transiti energetici continuasse per troppo tempo. In sintesi, uno spazio diplomatico pur difficile e subottimale per gli europei c’è.
Anche valutando l’imposizione di dazi al 25% sull’export di veicoli europei, il ritiro di 5.000 militari statunitensi dalla Germania e la minaccia pur solo verbale di ridurre la presenza militare in Italia? Sul punto tento un’ipotesi ricavata da informazioni indirette, via colleghi ricercatori e politici repubblicani, dal sistema militare statunitense. Da un lato, ci sarà una pioggia di analisi che mostreranno a Trump il suicidio del potere globale statunitense se attaccasse oltre misura gli alleati già esasperati. Dall’altro, è ormai consolidato nella dottrina militare americana il rischieramento della forza convenzionale, diventata sufficiente per un solo fronte e non due o tre, per le priorità di contenimento e pressione sulla Cina. Su questo punto, correlato con quello di breve per il caso Hormuz, c’è uno spazio diplomatico? Sul piano macro-strategico c’è perché l’America ha bisogno di alleati in quanto il suo ritirarsi in un emisfero longitudinale (le Americhe) non la protegge da guai provenienti da tutto il mondo. E gli europei nonché democrazie del Pacifico e nazioni compatibili ci metterebbero 15 anni e spese eccessive per sostituire l’ombrello di sicurezza statunitense. Il come tradurre in negoziato di contingenza questo fatto ben misurabile negli scenari proiettivi è lavoro della diplomazia professionale. Per non rischiare di pur minimamente ostacolarla mi limito a dire che lo spazio c’è, da esplorare con un recupero della freddezza analitica.
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Geopolitica economica. L’America ha modificato la strategia di condizionamento dell’Iran da quella del falco (pressione via distruzioni) a una del boa constrictor (soffocamento) via blocco navale delle partenze e arrivi nei porti iraniani e caccia con sequestro delle residue navi (commerciali) nemiche in mare aperto.
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.
La rivoluzione tecnologica sta accelerando e rende necessario un adattamento altrettanto veloce e, soprattutto, discontinuo in relazione al presente. Tale adattamento dovrà essere sistemico, ma è prioritario spingerlo nei sistemi industriali, nel settore dei servizi e della sicurezza. Qui un’analisi preliminare delle soluzioni per salvaguardare la competitività del sistema industriale italiano che appare, come quello europeo, arretrato in relazione alla velocità innovativa trainata dalla spinta futurizzante dell’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti ed in Cina.
Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.





