Prego chi fa ricerca ed esprime opinioni in materia di diritto internazionale di non solo lamentarsi per l’implosione dell’ordine mondiale del periodo storico precedente - convenzionalmente databile dal 1944 fino a quasi il presente - ma di dedicare più attenzione alla ricostruzione di un nuovo ordine mondiale stesso con regole adattive. Sul piano metodologico va ricordato che la fonte di un ordine/diritto internazionale è sempre basata su un potere geopolitico prevalente in una data fase storica e non indipendente da esso.
Se uno legge anche un minimo di storia troverà questa realtà. Sul piano del commercio internazionale, ricordando la dipendenza massima dell’Italia dall’export, sono necessarie regole che lo rendano praticabile il più diffusamente possibile a livello mondiale, architettura politica/giuridica in crisi oggi da rinnovare quasi completamente. E non va dimenticata l’informazione al pubblico nelle democrazie che non dovrebbe enfatizzare solo il problema, ma anche le possibili soluzioni allo scopo di fornire più dati per un consenso o dissenso meglio motivati per difendere e aumentare la ricchezza nazionale.
Queste parole sono le stesse che ho usato in un incontro con una decina di studenti di economia di varie università che mi sono venuti a trovare insieme per una lezione di «Geopolitica economica e finanziaria» (approccio analitico sistemico creato dal professor Paolo Savona e dal generale Carlo Jean decenni fa che il primo mi ha delegato a continuare e sviluppare) materia su cui vorrebbero fare la loro tesi di prima laurea, master o dottorato di ricerca. Ho molto apprezzato l’impostazione comune di questi giovani quando mi hanno chiesto «soluzioni aperte sistemiche ed estese, non chiuse o frazionate».
Semplifico. L’ordine internazionale e la sua conseguenza giuridica sono in crisi da tempo. L’Onu, fonte primaria di diritto internazionale, ha funzionato per un po’ di tempo dal 1944 fino a quando la mano americana riempiva il guanto dell’Onu stesso possedendo il monopolio della violenza. Poi l’emergere di Cina e Russia come potenze nucleari ha imposto, per limitare il rischio di distruzione totale reciproca, più mani nel guanto, riducendo l’efficacia delle risoluzioni e quindi la funzione di governance globale. Va subito detto che sarebbe inutile smontare l’Onu perché poi se ne dovrebbe costruire un’altra almeno come forum per un dialogo minimo tra nazioni. Ma evidentemente l’Onu non è una fonte realistica di diritto internazionale e serve altro. L’organizzazione mondiale del commercio (Wto) ormai non riesce a far rispettare le regole di commercio internazionale equilibrato. I trattati di disarmo tra America e Russia sono decaduti e la Cina emergente non ne ha firmato alcuno. Le potenze attuali non rispettano regole. Per esempio, la Cina di Xi Jinping ha preso il controllo diretto di Hong Kong nonostante nel bilaterale con il Regno Unito del 1997 ciò fosse previsto solo nel 2047. Le manifestazioni locali di protesta furono represse con estrema violenza e l’alleanza delle democrazie, pur invocata, non intervenne: i nuovi rapporti di forza lo sconsigliavano. Potrei citare decine di altri esempi di erosione del precedente ordine mondiale, ma tutti questi visti in sintesi mostrano che non c’è più e che vada ricostruito attraverso un nuovo potere prevalente.
Chi e come? Partendo dalla realtà. America, Cina e Russia mostrano di non volere una guerra aperta tra loro, ma stanno attuando un riarmo accelerato e con innovazioni tecnologiche a ritmo serrato, compresi gli europei. Quindi il rischio di guerra cinetica tra loro al momento è basso, ma crescente anche via aumento di possibili errori e l’incremento di conflitti per l’influenza sul Sud globale nonché il ricorso alla guerra economica. L’America sta tentando di staccare la Russia dalla Cina perché la loro alleanza non permette di condizionarle con deterrenza sufficiente. Ma Mosca chiede in cambio una convergenza non favorevole agli europei occidentali. E spingere su un cambio di regime a Mosca comporta sia il rischio di una guerra tra democrazie e Cina per il controllo della Russia sia l’emergere di un potere russo più aggressivo. Stallo? Analisi difficile: o G2 tra America e Cina con allineamento degli altri del G20 (già tentato dal 2009 alla fine del 2012 e poi fallito) o prevalenza di uno dei due, ma quello della Cina inaccettabile anche per motivi tecnici economici. Quindi semplifico il problema del nuovo ordine mondiale, in termini di ipotesi di ricerca, come azione che permetta a un’alleanza delle democrazie di creare un potere maggiore poi utile per costruire compromessi e conseguenti regole di diritto internazionale. Donald Trump non ci crede, ma non sta rinunciando alla partecipazione al G7. L’Unione europea sta siglando accordi doganali con diverse nazioni nel mondo perseguendo l’obiettivo di diventare la più grande area di mercato con regole del pianeta ed è probabile che ci riesca nonostante l’opposizione, anche con certe ragioni, di alcuni settori economici. Non c’è un successore nazionale degli Stati Uniti ormai piccoli, pur ancora potenti, come potere primario nel pianeta e quindi prima o poi anche Washington valuterà l’idea di mantenere il suo primato mondiale conteso dalla Cina attraverso una strutturazione di un G7 +, cioè che coopti altre democrazie, sufficientemente forte come fonte di un diritto internazionale e un mercato aperto con regole. Come titolo di questa ricerca ho suggerito agli studenti: dalla Pax Americana ad una Nova Pax. Hanno accettato e mi hanno chiesto di scriverlo per incentivare altri e di segnalare il mio libro Italia globale (Rubbettino, 2023) come strategia per rendere l’Italia un attore contributivo di questo scenario.
Le norme ambientali dell’Ue stanno aumentando il rischio di de-industrializzazione in Italia e nel sistema economico europeo invece di ridurlo. Ora ritengo necessaria un’azione correttiva molto forte delle regole europee con lo scopo di armonizzare quelle ambientali di competitività industriale globale per evitare che la loro divergenza porti a crisi sistemiche. Il 2 gennaio e ieri ho ricevuto un numero inusuale di messaggi da attori industriali che mi chiedevano uno scenario strategico per perseguire una tale armonizzazione – che spesso ho invocato nei miei articoli sul piano macro – cominciando però dal livello micro percepito come più pericoloso dalle imprese: eliminare il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam, cioè il meccanismo di aggiustamento doganale per fini decarbonizzanti) in vigore dal 1° gennaio.
Semplificando, si tratta di una nuova tassa sulle importazioni di cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità ed idrogeno prodotte in aree extra-Ue con standard ambientali meno rigorosi. Tale tassa dovrà essere pagata dalle aziende nel 2027, ma già nel 2026 dovranno contabilizzare la quantità dei materiali citati di provenienza da nazioni ritenute non conformi con gli standard Ue. In sintesi, si tratta di un problema di costo aggiuntivo decompetitivo (considerando quello già esistente come Emissions Trading System che richiede ai produttori di gas serra di pagare un tot per la contaminazione carbonizzante) combinato con la difficoltà per gli importatori di definire, oltre al costo burocratico dei certificati Cbam, quanto il prodotto tassato sia non conforme alle regole europee.
Il Cbam ha un raggio di applicazione sopra la soglia di importazione di 50 tonnellate annue e sotto di questa c’è un’are di esenzione. Per prudenza analitica dovremmo aspettare i regolamenti di dettaglio per poter valutare l’impatto deindustrializzante? Tipicamente è buona prassi analitica il farlo, ma in questo caso è già evidente nel solo concetto di questa tassa, come per esempio nel limite (ora addolcito) al 2035 per i motori termici, un errore sul piano del realismo economico: pensare a politiche ambientali indifferenti ai requisiti dello sviluppo economico. È proprio il momento di smontare l’ecopolitica europea divergente dallo sviluppo.
Ma torniamo ad ipotesi di strategia micro come richiestomi da alcuni attori industriali. Sono necessarie due mosse preliminari: convergere sia con le associazioni industriali di Germania e Francia per un piano comune di opposizione al Cbam però rafforzato da una convergenza con i sindacati meno ideologici (per esempio la Cgil in Italia andrebbe esclusa) in base alla considerazione realistica che una crisi competitiva implica licenziamenti. Nelle associazioni industriali maggiormente colpite sta circolando l’idea di manifestazioni a Bruxelles simili a quelle di protesta degli agricoltori/allevatori via mobilitazione di migliaia di trattori. Suggerisco di non farlo.
Mentre va avviata una forte pressione sui governi nazionali affinché pongano nell’agenda del Consiglio intergovernativo il tema urgente dell’armonizzazione tra ecopolitica e politica industriale, sospendendo, almeno, il Cbam. Tale azione poi andrebbe combinata con una pressione delle categorie industriali e sindacali sul Parlamento europeo, secondo me tentativo molto innovativo: invece del confine destra/sinistra incentivare una nuova differenziazione tra partiti sviluppisti e de-sviluppisti per rendere minoritari i secondi. Uno potrebbe dire, correttamente, che è molto forte la divisione tra nazionalisti ed europeisti, ma ritengo possibile una loro convergenza sul piano dei requisiti dello sviluppo. Il progetto è togliere influenza ai verdi.
Ovviamente va valutata la sensibilità dei partiti alle opinioni ambientaliste. Due metodi. Primo: mostrare bene che senza armonizzazione tra ambiente ed industria il rischio di disoccupazione sarà più diffuso. Secondo: individuare il processo di armonizzazione tra politica industriale competitiva e requisiti ambientali. Qui va studiato l’effetto decarbonizzante e di minor costo dell’energia generato dalla diffusione dell’energia nucleare di nuova generazione (minireattori a sicurezza intrinseca) in attesa della tecnologia di fusione nucleare. Il programma sarebbe quello di allentare costi e vincoli decarbonizzanti per due o tre decenni per poi accelerare la decarbonizzazione nei decenni successivi. L’allungamento temporale del processo decarbonizzante è compatibile con l’obiettivo di chi ritiene tale processo prioritario.
In realtà sarebbe prioritario l’ecoadattamento al cambiamento climatico perché la decarbonizzazione è una priorità solo in Europa. Tuttavia, decarbonizzare gradualmente è utile per gli europei perché importatori di petrolio di gas a costi elevati mentre la produzione di energia via fonti nucleari continue, con l’aumento integrativo delle fonti intermittenti, ma comunque utili quali solare, eolico, ecc., ridurrebbe i costi energetici dando impulso ad un nuovo sviluppo. Ma, appunto, con necessaria gradualità. Semplificata: dando all’Ue un obiettivo decarbonizzante più remoto e via nucleare.
Va annotato che l’isteria decarbonizzante non è solo colpa dell’irrealismo verde - per altro apprezzabile a livello di pulizia di aria, acque e territorio – ma anche di un’idea sbagliata di protezionismo europeo. Ciò richiede un confronto molto approfondito a livello di Consiglio intergovernativo. Questa è una bozza solo iniziale di strategia, ma si basa sull’importanza di comunicare in modi comprensibili dati e simulazioni contando sul loro effetto educativo di massa.
Molti hanno commentato l’intervento militare di Washington contro formazioni islamiste affiliate all’Isis-Africa nel Nordest della Nigeria come evento generato da motivi di politica interna americana – recuperare il consenso della componente dei repubblicani cristiani, scossa dallo scandalo Epstein, da parte di Donald Trump – e come più simbolico che concreto. Che la scelta di bombardare a Natale uccisori di cristiani abbia avuto un motivo di «gestione simbolica» è probabile. Ma che sia l’unico o il principale motivo dell’azione militare non lo è. La strategia statunitense ha un obiettivo molto più ampio: contrastare l’influenza della Cina sul Sud globale, in particolare Africa e Sudamerica.
Da tempo è osservabile una penetrazione statunitense con fini condizionanti in tutta l’Africa con priorità a quella atlantica. Esempi. Il (progetto di) corridoio ferroviario dall’interno dell’Africa mineraria australe con terminale il porto di Lobito in Angola, programma che vede l’Italia tra gli investitori insieme – se confermato – agli americani con probabile (sembra) contributo dell’Ue. L’accordo in strutturazione tra Stati Uniti e Marocco (forse Spagna) per creare un porto sulla costa del Sahara meridionale connesso con gli Stati dell’Africa centro-settentrionale produttori di minerali critici. La pressione crescente statunitense contro il Sudafrica per renderlo meno dipendente da Pechino. Ecc. Queste e altre mosse sono spiegate da una strategia di decinesizzazione dell’Africa (anche motivo di negoziato tra Russia ed America in Alaska) in generale e, in particolare, dalla priorità statunitense di rompere il monopolio cinese sulle terre rare secondo la linea del nuovo progetto Pax silica (impero minerario) in fase di elaborazione a Washington. L’obiettivo non è semplice perché, controstrategia cinese e banditismo locale a parte, più della metà dell’Africa mineraria rilevante è vulnerabile a irruzioni jihadiste organizzate da uno Stato islamico che dopo la confitta in Siria ed Iraq si è riorganizzato nel Sahel (semi)desertico e si sta strutturando in alcune parti dell’Africa sub-sahariana. Pertanto l’attacco all’Isis-Africa va visto come strategia sistemica e non come contingenza per motivi interni. L’Isis recluta gruppi di banditi o insorgenti locali offrendo loro mezzi e sinergie. Attaccandolo con certa pesantezza l’America manda un messaggio di dissuasione che limita il reclutamento jihadista. Inoltre, la collaborazione pur forzata del governo nigeriano con la volontà statunitense mostra utilità: i flussi di investimento estero in Nigeria sono calati a causa del suo disordine interno ed un intervento di riordino potrebbe farli riprendere. La Cina tende a fare accordi con le fonti di disordine, mantenendole tali in parecchi Stati africani, mentre l’America le elimina con la forza. Questo mi sembra il messaggio che Washington stia tentando di dare alla comunità africana.
Messaggio compatibile con l’azione compressiva americana verso il regime filo cinese e russo (dove Mosca però non sta interferendo) di Nicolàs Maduro in Venezuela. Qui Washington usa una «strategia del boa», stritolamento lento, per non causare una reazione «anti gringos» nel continente, combinata con una motivazione più simbolica che causa reale, cioè l’eliminazione delle infrastrutture venezuelane per il traffico di droga prodotta in nazioni contigue, queste bersagli successivi. In sintesi, la conduzione Trump vuole l’influenza su tutto il Sudamerica, Argentina, Cile ed altri già presi a seguito di elezioni interne, a cui va aggiunto il nuovo presidente dell’Honduras, nazione chiave della Mesoamerica tra Guatemala a Nord e Nicaragua a Sud. Il Messico dovrà allinearsi, il Brasile non potrà contrapporsi oltre misura, Panama pur tentando una neutralità tra America e Cina difficilmente potrà sottrarsi alla convergenza prevalente con la prima.
Sul piano globale, inserendo oltre ad Africa e Sudamerica la proiezione anticinese nel Pacifico e quella mineraria e geoestrategica verso la Groenlandia (territorio danese ad ampia autonomia) mi sembra evidente che l’America First della conduzione Trump non sia isolazionista, ma «imperiale globalista» nonostante la forte presenza dell’isolazionismo nella sua area di consenso, ma appunto convertito da una comunicazione tipo «salviamo i cristiani» e simili. Se così, mi chiedo quali e quanti alleati servano all’America per (ri)fare impero, valutando improbabile (pensiero controllato con diversi think tank statunitensi) che possa riuscirci senza alleanze: avrà bisogno di tante alleanze. Non con l’Ue, al momento, ma con nazioni europee e del G7 compatibili sì. L’ipotesi, poi eliminata, di includere la Russia nuovamente nel G8 entro un’azione di riduzione del potere globale cinese, fa ipotizzare che l’America cercherà alleanze diverse da quelle tradizionali basate sulla convergenza di Stati democratici. In sintesi, nella discontinuità di un cambio di mondo è osservabile la continuità del modello imperiale statunitense: una forma stellare come relazione tra un astro grande e tanti pianeti più piccoli, non permettendo a questi di unirsi per formare un aggregato maggiore. Siamo in fase di metastabilità dove lo scenario può prendere direzioni diverse, ma, pensando all’Italia, i vettori probabilistici più convenienti mi sembrano chiari:
- partenariato strategico bilaterale con l’America per la collaborazione in Africa;
- tenere l’Ue in posizione il più possibile convergente con l’America;
- massimo sforzo italiano per avviare un mercato mediterraneo integrato (Ekumene) ben connesso con il Pacifico e l’Atlantico.
Aggiornamenti, buon 2026.





