Geopolitica economica. Con un occhio bisogna certamente fare attenzione alla soluzione della crisi di Hormuz, che se non fosse risolta nel breve avrebbe un impatto potenziale grave sull’economia europea, in particolare per l’Italia. Ma con l’altro occhio bisogna dare altrettanta attenzione al bilaterale tra Ue e Cina previsto nel prossimo giugno con oggetto principale le relazioni commerciali. Il punto: al momento non c’è una sufficiente convergenza tra le euronazioni per dare alla Commissione Ue un indirizzo preciso per il negoziato con Pechino. E tale constatazione indica un pericolo grave di deindustrializzazione nell’area europea a causa di una concorrenza sleale da parte della Cina, che non trova barriere politiche, doganali e condizioni di reciprocità sufficienti per arginarla. Lo scopo di questo articolo è stimolare un argine, rapidamente.
I dati sono preoccupanti. La concorrenza cinese per prezzi in molteplici settori industriali è crescente e comporta la chiusura o comunque la crisi di numerosi siti industriali. In alcuni di questi settori, per esempio il «bianco», la causa è prevalentemente la concorrenza sleale sui prezzi. In altri, come quello automobilistico, c’è un concorso tra regole europee suicide e concorrenza sleale stessa. Un’analisi complessiva mostra con estrema chiarezza che l’Ue (che ha la delega per gli accordi doganali) oltre a togliere vincoli con effetto deindustrializzante al suo interno deve riuscire a condizionare l’export cinese sleale per non renderlo distruttivo. Ma allora perché non c’è convergenza tra le euronazioni per farlo? La Germania ha trasferito nel passato molti impianti industriali in Cina per conquistare quell’enorme mercato, ma anche per vendere a costo più basso nei mercati evoluti alcuni prodotti. Inoltre non ha limitato l’ingenuità - per altro come tanti altri attori industriali di parecchie nazioni, statunitensi in particolare - di trasferire know how permettendo ai cinesi di rubarlo o imitarlo senza rispetto per i brevetti. Semplificando, Berlino ha il grosso problema di essere ricattabile dalla Cina. Oltre alla Germania, va poi annotato che la Francia ha interesse a mantenere una relazione forte con la Cina, ambedue con toni finalizzati a collocare l’Europa come terza forza tra America e Cina, con certa preferenza per la seconda dopo la divergenza crescente con l’America. Postura non nuova: va ricordato che nel 2020, dopo sette anni di negoziati e 35 round negoziali, l’Unione europea e la Cina hanno concluso l’accordo politico sugli investimenti «Eu-China Comprehensive Agreement on Investment (Cai)». La firma (preliminare) di questo accordo commerciale è avvenuta durante la teleconferenza del 30 dicembre 2020 alla quale hanno partecipato Xi Jinping, il presidente ai tempi del Consiglio europeo Charles Michel, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Ma questo accordo non è mai stato pienamente applicato. Ora, a giugno, probabilmente la Cina vorrà riprendere quella bozza di accordo, aggiornandola. Quale sarebbe la giusta postura Ue?
I tempi sono cambiati. La Cina è in crisi economica interna dal 2015 sia per il crollo del valore degli immobili, andato in bolla e poi sgonfiato da una variazione dei flussi migratori dalla campagna alle città, sia per una saturazione del suo potenziale di sviluppo economico dopo una crescita fortissima per più di 30 anni a seguito dell’impulso riformista avviato da Deng Xiaoping nel 1978, che concesse più libertà economica pur mantenendo il controllo monopolista e autoritario del Partito comunista. Inoltre, da decenni Pechino ha basato la sua crescita sull’export e non sui consumi interni: sta tentando di cambiare questo modello, ma non ci riesce a causa della sovracapacità, cioè una produzione manifatturiera di molto superiore alle capacità di assorbimento del mercato interno. Per tale necessità Pechino ha scelto di assistere le vendite a sconto da parte delle aziende esportatrici, cioè in dumping ossia concorrenza sleale. Non solo: in Cina non c’è welfare, non ci sono sindacati, la repressione delle proteste non trova né stampa né limiti e la mancanza di lavoro inizia a colpire i giovani. Quindi è un sistema in crisi. Ma il Partito vuole gestirla aumentando l’export e l’influenza geopolitica sul piano globale per trasformarla in vantaggio geoeconomico. I segnali di questa azione indicano molta aggressività sostanziale nascosta da linguaggio collaborativo.
Raccomandazioni. L’Ue deve difendersi dalla concorrenza sleale cinese, ma anche non deve perdere quel mercato per il suo export. La sua forza negoziale è limitata da quanto detto sopra, problema aggravato dal fatto che la Cina ha peso politico sia per calmare la crisi di Hormuz sia per fare pressioni limitative nei confronti della Russia per il caso Ucraina, ambedue interessi primari delle nazioni europee. Per questi motivi mi rendo conto della necessità dell’Ue di non prendere atteggiamenti conflittuali con la Cina. Ma va considerato che l’Ue ha anche punti di forza in prospettiva, quello principale il fatto che sta siglando accordi doganali con le nazioni di mezzo mondo impaurite dal dazismo statunitense, ma anche da un’eccessiva dipendenza dalla Cina. Semplificando, l’Ue è meno debole di quanto oggi appaia. Conseguentemente suggerisco alla Commissione di gradualizzare nel tempo eventuali accordi con la Cina, selezionando quelli che provocano meno danni e portano reciprocità utile al sistema industriale europeo, lasciando il resto esposto a sorveglianza rafforzata per eventuali blocchi doganali. L’Italia? Nel passato è stata molto penetrata da interessi cinesi che ora richiedono contenimento con qualche porta aperta, ma ben controllata.
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Lo scorso 13 maggio Giorgia Meloni ha annunciato in Senato che entro l’estate verranno avviati i decreti attuativi, basati sull’approvazione di una legge delega in fase di esame parlamentare, e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione di energia nucleare in Italia, probabilmente entro il 2026 come auspicato/previsto dal ministro per l’Energia. Finalmente l’Italia sta accelerando il ritorno al nucleare.
Il mio «finalmente» è dovuto sia alla necessità di ridurre i costi dell’energia in Italia -superiori dal 10 al 30% a quelli in altre nazioni europee -che sono causa di gap competitivo per il sistema industriale residente, sia alla necessità di ridurre la dipendenza dall’importazione di gas e petrolio fossili che genera vulnerabilità geoeconomiche/geopolitiche. Tale accelerazione non porterà risultati immediati di riduzione delle bollette, ma promette una forte competitività ed autonomia energetica entro il 2050 che sarà avvertibile già nel decennio 2030-40. Avendo come oggetto delle mie attività di ricerca la scenaristica sia previsiva sia strategica, ho chiesto al gruppo di ricerca che coordino di attivare un’analisi sul governo di tale profezia affinché diventi possibile estrarre valori finanziari, politici e tecnologici dal futuro per usarli nel presente. Il metodo si chiama analisi della retroazione dal futuro (feedforward).
Il punto più delicato è il consenso interno, a due livelli. Primo, la paura di incidenti nucleari è annullata dalla nuova tecnologia dei piccoli reattori modulari a sicurezza intrinseca (Smr) se questa viene ben spiegata dai produttori. I sondaggi già mostrano un notevole consenso per il nuovo mininucleare, ma è importante consolidarlo via comunicazione/divulgazione scientifica appropriata. Secondo, è già osservabile una reazione ostile al nucleare, pur di minoranza, da parte di chi ritiene sufficiente espandere l’energia solare ed eolica, nonché geotermica, perché tecnologie già esistenti ad applicabilità immediata. In questo caso va esplicitata una formula strategica basata sul mix tra fonti intermittenti/discontinue (come il solare e l’eolico) e nucleare che è continuo e non dipendente dalla variabilità meteo.
Ora la fonte continua è assicurata da combustibili fossili per lo più importati e quindi il nuovo nucleare ha il compito di sostituirli gradualmente per la produzione di elettricità rendendola più ambientalmente pulita ed economicamente meno pericolosa. Personalmente ho molta attenzione sulla generazione idroelettrica, sull’energia geotermica e su nuove tecnologie di produzione energetica delle maree e ipotizzo aumenti dell’elettricità a basso costo da queste fonti. Ma ciò non cambia la necessità del nuovo mininucleare a fissione perché le fonti citate tendono ad essere locali e non diffuse. In sintesi, il buongoverno della profezia di autonomia energetica a basso costo si basa, oltre che sulla giusta comunicazione del nuovo mininucleare, sull’aggiornamento continuo di una formula mixata tra diverse fonti energetiche, ciascuna caratterizzata come complementare. In tal senso la critica al nucleare dai proponenti del solare e simili è infondata con un odore sgradevole di ideologismo: il realismo non vede il conflitto tra energia nucleare e non, ma la loro integrazione complementare.
Tale enfasi sul mix energetico con crescita nel tempo delle fonti nucleari ha un motivo già prevedibile da dati iniziali: l’aumento nel futuro della domanda di energia elettrica a causa del numero crescente di centri dati che forniscono prodotti di intelligenza artificiale e simili. Personalmente inserirei anche l’aumento della domanda di energia elettrica per dissalatori, microclimatizzazione diffusa di ambienti chiusi, ecc. Ed anche per mobilità elettrica.
In questa bozza di scenario non c’è ancora un calcolo di quando sarà possibile ottenere la produzione da centrali a fusione nucleare, pur in accelerazione la ricerca: già entro il 2040 i primi impianti o dopo? Ma i dati disponibili mostrano che una diffusione il più rapida possibile del mininucleare a fissione è comunque un fattore di efficienza e sicurezza inevitabile nel prossimo trentennio. Anche per vantaggi ambientali di una decarbonizzazione non depressiva, della possibilità di costruire in serie (catena di montaggio) le minicentrali riducendone i costi e, soprattutto, di usare scorie radioattive esauste rigenerandole come combustibile attivo entro alcune tipologie delle minicentrali stesse. Inoltre, queste possono essere miniaturizzate (sotto i 2 ettari di spazio comprese le appendici).
La riduzione delle importazioni di gas e petrolio pone problemi? Sarà graduale per alcuni decenni permettendo una gestione (geo)politica della transizione, valutando come il ciclo dell’importazione di gas, in particolare, possa e debba essere ridotto. Così come la sostituzione del petrolio con combustibili sintetici o bio per la persistenza di motori termici, per esempio grandi camion. In conclusione, c’è tantissima ricerca da fare per le valutazioni di uno scenario molto mobile. Ma la più urgente è la zonazione (permessi, vincoli e connessioni in rete) per dove mettere più minicentrali nucleari a fissione sul territorio e così permettere il montaggio di investimenti industriali/finanziari privati. Il destino economico dell’Italia dipende da quanto consenso ci sarà sul ritorno all’energia nucleare.
Ho ricevuto nella mia casa di Verona una decina di studenti liceali veneti, friulani e triestini che avevano chiesto un incontro per un consulto sulle loro scelte universitarie. Ma i contenuti emersi nel dialogo sono stati sorprendenti e vorrei condividerli con i lettori perché motivo di ottimismo per il futuro.
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.





