Ho ricevuto nella mia casa di Verona una decina di studenti liceali veneti, friulani e triestini che avevano chiesto un incontro per un consulto sulle loro scelte universitarie. Ma i contenuti emersi nel dialogo sono stati sorprendenti e vorrei condividerli con i lettori perché motivo di ottimismo per il futuro.
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
Siamo in un momento di forte divergenza tra Usa e Ue. Ritengo utile tentare di ridurla con una strategia di pur parziale riconvergenza che contenga il rischio per l’Ue stessa di una crisi inflazionistica/recessiva dovuta a scarsità/rialzo dei prezzi di petrolio e gas a causa di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz.
Sopra questo caso specifico c’è quello generale/sistemico dell’America che teme di essere in prospettiva troppo piccola in relazione all’espansione dei trattati commerciali - di fatto geopolitici - dell’Ue con tutte le altre democrazie del pianeta generando un’analisi di destino - entro 15 anni circa - che rende probabile la sostituzione della Pax Americana con una Nova Pax eurocentrica nel pianeta. Cioè basata su un’influenza europea più grande di quella statunitense. Il criterio usato in questa analisi ha come scopo la costruzione di un G7+ basato sulla convergenza euroamericana che includa sempre più democrazie e diventi un’alleanza più grande di quella dei regimi autoritari.
Due errori da riparare nell’azione statunitense contro l’Iran e nella postura degli europei. Primo: Washington ha attuato una proiezione di potenza bellica insufficiente per provocare la resa dell’Iran. L’errore è imputabile alla Casa Bianca, e quindi alla conduzione di Donald Trump, e non agli analisti del Pentagono e dell’intelligence che avevano presentato opzioni realistiche di strategia. Non cerco qui i motivi dell’errore di Trump, ma ricordo la strategia usata da altri presidenti in Medio Oriente: sia George Bush Sr. nel 1990 sia il figlio, George W. Bush, nel 2002 crearono coalizioni molto ampie a sostegno dell’azione militare mentre Trump non lo ha fatto, trovandosi così con forze insufficienti per l’azione, tra cui - sbaglio principale - il controllo di Hormuz. Dai colleghi statunitensi, per lo più repubblicani, del think tank che coordino ho ricevuto una valutazione unanime: dilettantismo strategico.
Secondo: l’errore degli europei è stato quello di dichiarare che l’azione militare statunitense nel Golfo non li riguardava. La realtà ha mostrato un conflitto locale con conseguenze devastanti globali. L’imputazione di errore può essere attutita dal fatto che Washington non ha avvertito gli alleati oltre a non aver chiesto loro convergenza operativa. Ora un gruppo di alleati sta cercando di riparare a questo errore, per esempio l’Italia che ha comunicato di rendere disponibile una forza militare marina per la sicurezza dei transiti ad Hormuz, ma a condizione di una tregua Usa-Iran.
C’è sul punto uno spiraglio di riconvergenza? In teoria c’è. Lo scenario migliore sarebbe una tregua a breve. Ma l’Iran sta tentando di resistere, pur devastato, perché il regime, anche se diviso, ha un controllo sufficiente sia interno sia di Hormuz, anche sostenuto dal canale di rifornimento russo all’Iran via Mar Caspio e azioni più segrete da parte cinese.
L’altro scenario vede nella continuità del blocco navale statunitense la possibilità di aprire un corridoio di sicurezza per l’export di petrolio prodotto dalle nazioni arabe del Golfo con l’ingaggio di risorse militari europee e di altri alleati per la difesa dei transiti, ma senza azioni offensive contro l’Iran. Potrebbe funzionare? Sì. Ma a condizione di una copertura militare statunitense. Da un lato, per Washington sarebbe un’ottima soluzione per il suo gap di capacità e consenso interno. Dall’altro, è in dubbio che Trump la accetti. Tuttavia, suggerisco alla coalizione dei volonterosi europei di insistere con questa soluzione. C’è il rischio di umiliazioni inaccettabili da parte di Trump? C’è, ma prevale quello di pesanti danni economici e tanti altri se il blocco dei transiti energetici continuasse per troppo tempo. In sintesi, uno spazio diplomatico pur difficile e subottimale per gli europei c’è.
Anche valutando l’imposizione di dazi al 25% sull’export di veicoli europei, il ritiro di 5.000 militari statunitensi dalla Germania e la minaccia pur solo verbale di ridurre la presenza militare in Italia? Sul punto tento un’ipotesi ricavata da informazioni indirette, via colleghi ricercatori e politici repubblicani, dal sistema militare statunitense. Da un lato, ci sarà una pioggia di analisi che mostreranno a Trump il suicidio del potere globale statunitense se attaccasse oltre misura gli alleati già esasperati. Dall’altro, è ormai consolidato nella dottrina militare americana il rischieramento della forza convenzionale, diventata sufficiente per un solo fronte e non due o tre, per le priorità di contenimento e pressione sulla Cina. Su questo punto, correlato con quello di breve per il caso Hormuz, c’è uno spazio diplomatico? Sul piano macro-strategico c’è perché l’America ha bisogno di alleati in quanto il suo ritirarsi in un emisfero longitudinale (le Americhe) non la protegge da guai provenienti da tutto il mondo. E gli europei nonché democrazie del Pacifico e nazioni compatibili ci metterebbero 15 anni e spese eccessive per sostituire l’ombrello di sicurezza statunitense. Il come tradurre in negoziato di contingenza questo fatto ben misurabile negli scenari proiettivi è lavoro della diplomazia professionale. Per non rischiare di pur minimamente ostacolarla mi limito a dire che lo spazio c’è, da esplorare con un recupero della freddezza analitica.
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Geopolitica economica. L’America ha modificato la strategia di condizionamento dell’Iran da quella del falco (pressione via distruzioni) a una del boa constrictor (soffocamento) via blocco navale delle partenze e arrivi nei porti iraniani e caccia con sequestro delle residue navi (commerciali) nemiche in mare aperto.
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.





