La lotta al diesel leva lavoro all’Italia ma favorisce le aziende tedesche
Il colosso teutonico Mahle sposterà la produzione di pistoni dal Piemonte alla Polonia. Nell’indifferenza della politica, 452 lavoratori perderanno il posto. È questa la riconversione verde annunciata da Angela Merkel.

Altro che conversione alle tecnologie verdi, la realtà è diversa e vedrà 452 persone restare presto al verde. Un brutto colpo per i lavoratori, per le loro famiglie e per il territorio, visto che stiamo parlando di un Comune, Saluzzo (Cuneo), che supera di poco le 17.000 unità. Al centro di questa vicenda ci sono gli operai e i tecnici della filiale italiana della Mahle, colosso multinazionale dell’automotive tedesco con 79.000 dipendenti e 160 stabilimenti, che produce componenti per i gruppi automobilistici teutonici. I lavoratori italiani finiranno a ingrossare il numero delle vittime della stupida guerra ai motori diesel. L’azienda ha infatti annunciato la volontà di chiudere gli stabilimenti italiani (oltre a Saluzzo, anche La Loggia, in provincia di Torino), portando quel che resta della produzione di pistoni per propulsori diesel in Polonia (dove qualità e costi crollano e dove il gruppo ha già un impianto: inutile, secondo i dirigenti, continuare a spendere per un prodotto di livello che secondo loro andrà a scomparire). La motivazione sarebbe la riduzione degli ordini, peccato però che questo fosse proprio quello che intedeva Angela Merkel quando parlò di necessità di riconversione all’elettrico. Naturalmente tra crisi Embraco, Cnh, Whirpool e Ilva, su Mahle silenzio assoluto da parte del governo giallorosso, che ormai fa della lotta alla CO2 uno dei suoi pilastri del nulla.

La verità ormai sotto gli occhi di tutti è che proprio attorno all’elettrificazione di massa delle auto straniere esistono interessi riuniti in lobby per far morire una buona fetta dei motori termici e guadagnare più denaro approfittando della notevole riduzione di organi meccanici, e quindi di lavoratori necessari a partire dall’indotto, delle auto mosse da elettroni. Stupisce però l’atteggiamento delle associazioni industriali della meccanica, in primis di quelle piemontesi, le più coinvolte nel settore automobilistico, che al posto di far ragionare il governo preferiscono assecondare la transizione, forse sperando che, tra plastiche, cablaggi e silicio rimanga loro qualcosa da fare. Ma è un gioco al massacro, stante che nazioni come Cina e India producono quei componenti a costi irraggiungibili per realtà occidentali.

Finirà, ancora una volta, che chi ha la competenza, ovvero le maestranze, i disegnatori, gli ingegneri e i dirigenti, trovandosi senza più lavoro, formeranno nuove realtà capaci di riaggredire quel mercato dal quale sono stati espulsi perché ciò che producevano tornerà a essere richiesto quando ormai sarà troppo tardi. Proprio su questo giornale, per primi abbiamo sostenuto che il motore diesel non è affatto tecnologicamente superato né inquinante, e che anzi l’elettrico nel completo ciclo vita sia peggiore dal punto di vista delle emissioni. Ma forse soltanto se l’anno prossimo gli Usa, rinnovato l’incarico a Donald Trump, usciranno definitivamente dagli accordi sul clima di Parigi, lo faranno giocoforza anche Russia e Cina lasciando i tedeschi col cerino in mano a svendere auto elettriche che già oggi pochi comprano a causa dei loro costi e soprattutto dei loro troppi limiti. Intanto, in Italia, nel mese appena concluso, le vendite di auto sono aumentate del 6,67% ma più per effetto del meccanismo delle immatricolazioni a chilometri zero e dei saldi di fine anno che per merito delle norme antinquinamento e dei bonus governativi.

Ironia della sorte, i risultati migliori in termini di aumento percentuale sono quelli raggiunti proprio da Volkswagen (+37%) e Audi (+24,9), seppure queste auto, in larga parte con motori diesel, non siano le più amate dagli italiani che prediligono ancora la Fiat Panda (prima per vendite in ottobre) e la Lancia Ypsilon (seconda per vendite), davanti alla Toyota Yaris che ha superato la Volkswagen T-Cross. E pensare che nel maggio scorso la Mahle dichiarò di credere nell’Italia acquisendo l’80% della parmigiana Brain Bee, specializzata in forniture per officine, investendo nell’operazione quasi 11 milioni di euro. Abbiamo capito da dove avevano intenzione di recuperarli. La Polonia della doppia moneta e di Visegrad ringrazia.

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