Von der Leyen pronta a piegarsi a Pechino
Ursula von der Leyen (Ansa)
In vista del viaggio in Cina, Ursula assicura: l’Ue non si sgancerà dal Dragone. E fa l’ambigua pure sulla guerra.

Prim’ancora di mettere piede a Pechino, dove sta per recarsi in una anomala missione insieme a Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen è già in ginocchio. Sceglie un luogo di per sé eloquente (il Mercator Institute for China Studies, un think tank tedesco focalizzato sulla Cina) e pronuncia un discorso pesantemente ambiguo sul piano tattico e nettamente inadeguato dal punto di vista strategico.

La parola chiave è «apertura»: «Non credo sia percorribile né nell’interesse dell’Europa sganciarsi dalla Cina e per questo motivo dobbiamo concentrarci sul derisking, non sul decoupling». E così, con un gioco di parole, la presidente della Commissione sembra levare dal tavolo ciò che potrebbe spaventare Pechino, o almeno potrebbe offrirci una leva negoziale più forte, e cioè un disaccoppiamento delle nostre economie da quella cinese.

Sul piano geopolitico, c’è appena un’evocazione indiretta delle minacce cinesi verso Taiwan: «Sottolineiamo l’importanza della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan». Mezze parole sui diritti umani negati: «Il modo in cui la Cina rispetterà gli obblighi internazionali in materia di diritti umani sarà un altro banco di prova». Ah sì? E se continuerà a travolgerli, che farà Bruxelles? Niente sull’assenza di democrazia e sull’immenso apparato di repressione messo in piedi da Pechino. Silenzio assoluto sul fallimento Covid, e ancor più sulle responsabilità cinesi rispetto alla genesi e alla diffusione della pandemia. E, anche sulla guerra in Ucraina, domina la vaghezza, con frasi liberamente interpretabili in qualunque senso: «Il modo in cui la Cina continuerà a interagire con la guerra di Putin sarà un fattore determinante per le relazioni». E tutto il cuore del ragionamento appare come un’immensa apertura: «Credo che dobbiamo lasciare spazio a una discussione su un partenariato più ambizioso e su come rendere la concorrenza più equa e disciplinata».

Pure sul tema energetico, dove con la recente decisione sullo stop nel 2035 ai motori a benzina e diesel l’Ue si è appena sparata sui piedi, favorendo la Cina oggi (sulle materie prime) e domani (aprendo il nostro mercato alle loro produzioni a costi fatalmente inferiori), la von der Leyen sembra andare a caccia di farfalle, addirittura prospettando una partnership green: «Ci sono alcune isole di opportunità su cui possiamo basarci, come il cambiamento climatico e la protezione della natura, accogliendo con grande favore il ruolo di primo piano svolto dalla Cina nell’assicurare lo storico accordo globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal». Nientemeno. E ancora, in un crescendo imbarazzante: «Si tratta di risultati diplomatici notevoli, a cui Cina e Ue hanno lavorato insieme. Siamo ansiosi di lavorare insieme con lo stesso spirito in vista della COP28».

Dirà il lettore: nessuna contestazione verso il regime cinese? Poca roba, al massimo la presa d’atto – come fatto compiuto – di ciò che sta già accadendo: «Dalla Cina possiamo aspettarci di vedere una maggiore attenzione alla sicurezza, sia essa militare, tecnologica o economica; possiamo anche aspettarci misure di controllo economico ancora più severe, come parte di un rafforzamento del controllo del Partito Comunista Cinese per guidare l’economia; e possiamo aspettarci una chiara spinta a rendere la Cina meno dipendente dal mondo e il mondo più dipendente dalla Cina». Il livello di polemica più elevato che la von der Leyen si concede è davvero da minimo sindacale, non più di un cauto warning: cenni alle «politiche di disinformazione e di coercizione economica e commerciale», ai «boicottaggi contro i marchi di abbigliamento che si esprimono sui diritti umani», alle «sanzioni contro i deputati, i funzionari e le autorità accademiche per le loro prese di posizione sulle azioni della Cina», alle «distorsioni create dal sistema capitalistico statale cinese».

Ma in ultima analisi tutto finisce con una vaghissima invocazione «della trasparenza, della prevedibilità e della reciprocità», per «garantire che le nostre relazioni commerciali e di investimento promuovano la prosperità in Cina e nell’Ue». Vogliamoci bene, insomma. Come si vede, strategicamente, ciò che colpisce sembra essere la totale inconsapevolezza (o un’imbarazzante negazione) del ruolo della Cina come avversario strategico (geopolitico, militare, economico) dell’Occidente. Lette da Pechino, queste dichiarazioni trasmetteranno un inequivocabile senso di arrendevolezza europea; lette da Washington (a maggior ragione in ambito repubblicano), daranno il senso di un’Ue sempre più inaffidabile. Ma a ben vedere c’è anche una ragione tattica in queste affermazioni ambigue della von der Leyen. Per quanto la cosa paia incredibile, la tedesca spera ancora di essere confermata alla guida della Commissione nella prossima legislatura europea.

Naturalmente punta le sue fiches non su un’affermazione del centrodestra (Ecr più Ppe), ma nella conferma di un risultato ibrido, che mantenga un ruolo politico decisivo dei socialisti e dei macronisti (non a caso, il presidente francese è con lei). E se le cose andassero in quel modo, anche in termini di politica internazionale il messaggio della von der Leyen è eloquente: l’Ue sceglierebbe un posizionamento per molti versi «terzo». Sì, qualche dichiarazione di principio non mancherebbe mai: ma, nella sostanza, Pechino troverebbe porte spalancate. Viene da sorridere pensando che il magazine Politico aveva descritto la von der Leyen come un «falco»: se questo è un falco, figuriamoci cosa saranno i pennuti europei ancora meno combattivi.

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