Emmanuel Macron (Ansa)
All’Onu, la Francia si schiera con Mosca e Pechino contro l’uso della forza nello Stretto e subito una sua nave, la prima europea, transita in quelle acque. Via libera pure a una metaniera nipponica. Teheran sfida Roma.
Abracadabra: mentre Parigi, all’Onu, si schierava con Pechino e Mosca contro l’uso della forza a Hormuz, una sua nave riusciva ad attraversare lo Stretto. L’imbarcazione scampata al fuoco iraniano è la Kribi, una portacontainer battente bandiera maltese, ma appartenente al gruppo armatoriale transalpino Cma Cgm. Giovedì ha comunicato alle autorità sciite di avere, appunto, un proprietario francese.
Dopodiché, sulla direttrice Est-Ovest, ha transitato senza problemi lungo il braccio di mare conteso, passando a Nord dell’isola di Larak, sulla rotta per cui i pasdaran riscuotono i loro pedaggi; ieri mattina si trovava già al largo della costa dell’Oman. Si tratta del primo scafo di un Paese europeo a superare l’altolà di Teheran agli alleati di Usa e Israele. Si vede che il regime non percepisce più la Francia come tale. D’altronde, se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fermo per il Venerdì santo, ha rinviato il voto sulla risoluzione dedicata alla riapertura di Hormuz, è sicuro che, per orientare la bozza presentata dal Bahrein, è stato decisivo il veto dei rappresentanti transalpini, russi e cinesi. Tutti contrari a un’operazione che preveda l’uso della forza. Il documento, quindi, autorizza solo l’impiego di «mezzi difensivi necessari e commisurati alle circostanze», «per un periodo di almeno sei mesi».
Emmanuel Macron aveva chiarito la sua posizione già in occasione del vertice, convocato da Londra, con la coalizione dei 40 volenterosi - Italia inclusa - disposti a partecipare a una operazione nello Stretto: un intervento militare, ha detto l’inquilino dell’Eliseo, sarebbe un’opzione «irrealistica». C’è anche il problema della copertura giuridica: Roma e Berlino insistono per un mandato internazionale. Antonio Tajani pensa proprio all’Onu, mentre il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, valuta di riadattare la missione Ue Aspides, ora dispiegata nel Mar Rosso per gli Huthi.
Al netto degli attriti personali tra Macron e Donald Trump, è assodato che i partner occidentali dell’America non hanno intenzione di lasciarsi coinvolgere in una campagna bellica tutt’altro che trionfante. A blandire la Casa Bianca, ci starebbe pensando la Germania: secondo la Bild, Merz avrebbe incaricato il suo consigliere per la politica estera, Günter Sautter, di consegnare a tycoon un messaggio con le condizioni alle quali gli europei potrebbero impegnarsi nel Golfo. Ieri, su Truth, Trump ha tirato fuori un’altra idea roboante: «Con un po’ più di tempo, possiamo facilmente aprire lo Stretto di Hormuz, prendere il petrolio e fare una fortuna. Potrebbe essere un pozzo petrolifero per il mondo?». Se per appurarlo servono ben più delle ultime due settimane di guerra da lui promesse, c’è da scommettere che nessuno lo vorrà scoprire.
Più che sulle armi, dunque, si punta sui negoziati. Se lo sono ribadito l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, per la verità irrilevante come al solito, e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. E anche Macron, durante la sua visita in Corea del Sud, ha annunciato di essere al lavoro, in «cooperazione» con altri Paesi europei e con Seul, per consentire il transito delle navi a Hormuz. Nel frattempo, anche un natante giapponese, ieri, è riuscito a transitare indenne in quelle acque insidiose. Lo ha confermato la compagnia comproprietaria, Mitsui Osk Lines: la metaniera Sohar, con bandiera di Panama, è diventata la prima nipponica a superare il blocco dall’inizio delle ostilità.
Nei giorni scorsi, si era vociferato di contatti tra Tokyo e Teheran per negoziare un tributo, che si paga in yuan o in criptovalute. Ennesimo smacco per Trump, che deve fare i conti pure con l’abbattimento di un altro F-15. Ed ennesima prova che chi dipende dagli approvvigionamenti del Golfo non sta ad aspettare Godot, ossia il trionfo di Washington e Tel Aviv. Risultato: stando ai dati della società di intelligence marittima Windward, il numero di scafi che sono riusciti ad attraversare lo Stretto è in aumento. Mercoledì, i transiti sono saliti a 16, terzo incremento giornaliero consecutivo, anche se le 130 navi al giorno che viaggiavano lì prima della guerra restano un miraggio. I natanti sono passati per lo più dal «casello» di Larak; una rotta alternativa, radente le coste dell’Oman, scelta da due petroliere del Sultanato e dalla nave Gnl giapponese, sarebbe stata attivata sulla scorta di colloqui tra Mascate e Teheran.
Un messaggio, ieri, l’Iran lo ha mandato anche a noi: l’ambasciata dei mullah a Roma, su X, ha scritto che «prima di parlare della riapertura dello Stretto di Hormuz, l’Italia deve opporsi con fermezza alla palese violazione del diritto internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti». Fonti italiane hanno spiegato che «esistono interlocuzioni per arrivare a una cessazione della ostilità». Ma la provocazione illustra bene il paradosso della guerra di Bibi e Donald: hanno mutilato così nel profondo il regime islamista, da lasciargli il coltello dalla parte del manico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Le parole di Leone XIV alla sua prima Via Crucis: «Ora scura della storia, diffondiamo il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». Telefonata con Volodymyr Zelensky («Serve una pace giusta») e con il presidente israeliano Isaac Herzog («Tutelare i civili»).
«Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto», anche quello di «avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla».
Queste le parole della prima meditazione della Via Crucis del Papa scritte da padre Francesco Patton, francescano, già Custode di Terra Santa, e che ieri sera al Colosseo hanno introdotto le quattordici stazioni con papa Leone XIV che ha portato la croce lungo tutto il cammino.
Papa Prevost celebra la sua prima Pasqua da pontefice e, come aveva ricordato giovedì in occasione della messa del crisma, è consapevole di essere in «un’ora scura della storia» in cui «è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». In questi giorni intensi di preghiera il profilo di papa Leone XIV emerge sempre più chiaro, un Papa che ritorna in San Giovanni in Laterano a compiere il rito della lavanda dei piedi, facendone partecipi 12 sacerdoti della diocesi di Roma, un Papa che porta la Croce per tutte le 14 stazioni della Via Crucis, un Papa mite, ma fermo in quel proposito che espresse nella sua prima messa una volta eletto, davanti ai cardinali: «Sparire perché rimanga Cristo», il principe della pace perché forte di poter portare la pace nel cuore di ogni uomo prima ancora che nei delicati equilibri geopolitici.
Ieri mattina anche due colloqui telefonici del Papa, uno con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’altro con il presidente israeliano Isaac Herzog. Due territori «cerniera» che si trovano ad essere epicentro di questa «ora oscura della storia» e a cui, riferisce la sala stampa vaticana, il Papa ha ribadito «vicinanza». Con Zelensky si è «rinnovato l’auspicio che, con l’impegno e il concorso della comunità internazionale, si possa giungere quanto prima alla cessazione delle ostilità e a una pace giusta e duratura». Al presidente Herzog il messaggio è stato significativamente duplice, da una parte «è stata ribadita la necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso, in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente», d’altro canto ci si è soffermati sull’importanza di «proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario». Un comunicato dell’ufficio del presidente israeliano ha affermato che Herzog ha discusso con il papa della guerra israelo-americana contro l’Iran, inclusa «la continua minaccia di attacchi missilistici da parte del regime iraniano e dei suoi gruppi terroristici contro persone di tutte le fedi nella regione».
I due colloqui hanno fatto seguito all’appello lanciato dallo stesso Papa il 31 marzo, in alcune dichiarazioni rilasciate ai giornalisti all’uscita da Castel Gandolfo. In quell’occasione Leone XIV aveva detto di nutrire speranza sul desiderio espresso dal presidente Donald Trump per cercare un modo per fermare la guerra. Rivolgendosi a tutti i leader mondiali il Papa li aveva esortati a tornare «al tavolo, al dialogo. Cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando, affinché la pace - specialmente a Pasqua - regni nei nostri cuori». Le meditazioni della Via Crucis di ieri sera hanno richiamato passi degli scritti di san Francesco di Assisi di cui proprio quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte e un altro francescano, il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, nella sua omelia per la messa in coena domini di giovedì ha ricordato che «forse non possiamo cambiare le grandi dinamiche della storia, ma possiamo decidere se avere parte con Cristo nel suo modo di stare dentro la storia: non sopra, non contro, ma accanto».
È un modo poco rumoroso di stare in questa «ora scura della storia», ma è il modo cristiano. Nella meditazione dell’undicesima stazione della Via Crucis del Papa ci si rivolge proprio a Cristo, perché «Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono. […] Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare. Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare». È una logica difficile per il mondo, ma è la logica di questi giorni pasquali. Quella di un mistero che diventa speranza di vita e di vita eterna, accento di un pontificato che qualcuno vorrebbe sbrigativamente incasellare tra quelli poco incisivi, ma che in realtà sembra orientato proprio in una chiave cristocentrica per puntare a una crescita della fede.
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L’innamoramento tra due giganti del Novecento come Maria Callas e Pier Paolo Pasolini, scoppiato nel 1969 sul set di “Medea”. Una storia vera che ha ispirato la nuova opera di Davide Tramontano su libretto del critico Alberto Mattioli.
Pete Hegseth (Ansa)
La purga rivela il nervosismo del vertice del Pentagono, fautore dell’attacco nel Golfo.
Tira un’aria strana ai vertici del Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ordinato il siluramento del capo di Stato maggiore, il generale Randy George. Secondo Nbc News, «il licenziamento di George è derivato in parte dal risentimento di lunga data di Hegseth nei confronti dell’Esercito e dei suoi vertici, nonché dal suo difficile rapporto con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll».
Stando alla testata, il generale silurato sarebbe infatti stato uno stretto alleato dello stesso Driscoll e sarebbe teoricamente dovuto rimanere in carica fino al 2027. Si tratta di un «dettaglio» interessante. E questo non soltanto perché il licenziamento ai vertici del Pentagono è avvenuto nel bel mezzo del conflitto con l’Iran. Ma anche perché Driscoll è un amico intimo del vicepresidente americano, JD Vance. Questi due fattori vanno probabilmente letti in connessione. Cominciamo subito col dire che il numero due della Casa Bianca era sempre stato scettico verso un’operazione militare su larga scala contro Teheran. Una preoccupazione la sua, che, secondo Politico, era in buona parte condivisa dallo stesso Marco Rubio. Per quanto generalmente più propenso all’uso della forza sul fronte internazionale rispetto a Vance, anche il segretario di Stato temeva che un attacco in grande stile avrebbe esposto Washington al rischio di un pantano. La Cnn ha invece riportato che Hegseth, dopo aver capito che Donald Trump fosse propenso a intraprendere un conflitto su vasta scala, si sarebbe graniticamente schierato a favore di questa opzione, minimizzandone i rischi.
Non si può quindi escludere che, davanti alle crescenti difficoltà che gli Stati Uniti stanno riscontrando nella crisi iraniana, Hegseth abbia voluto indebolire la posizione di Driscoll per colpire indirettamente Vance. Un Vance che è al momento pienamente coinvolto nell’iniziativa diplomatica volta a cercare di porre fine alla guerra. Appena l’altro ieri, Channel 12 ha infatti riportato che il vicepresidente americano starebbe trattando con il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf, attraverso la mediazione del Pakistan. Eppure, la scorsa settimana, Trump rivelò che il capo del Pentagono era «scontento» per l’eventualità di una rapida conclusione del conflitto e di un cessate il fuoco.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Le tensioni tra Hegseth e Driscoll sono antecedenti all’inizio del conflitto con l’Iran. Già a settembre, la Cnn riportò che il capo del Pentagono si era irritato dopo che il segretario all’Esercito aveva invitato Trump a visitare il Dipartimento della Difesa. «Se Driscoll iniziasse ad acquisire troppa visibilità o a essere troppo favorito, sarebbe politicamente molto più facile lasciare andare Hegseth in qualche modo o trovargli una via d’uscita», raccontò un funzionario anonimo alla testata. Non solo. L’anno scorso, Trump - che ieri ha proposto al Congresso un budget per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari - aveva conferito a Driscoll un ruolo centrale nel processo diplomatico ucraino: il che, con ogni probabilità, aveva ulteriormente impensierito il capo del Pentagono, il quale ha continuato a vedere nel segretario all’Esercito un potenziale rivale. E infatti, sempre a settembre, la Cnn riferì che «il nome di Driscoll è stato sempre più spesso menzionato, anche all’interno della Casa Bianca, come possibile sostituto di Hegseth». Non si può quindi del tutto escludere che Hegseth sia attualmente spaventato dai rimpasti di Trump, che ha recentemente silurato il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, e la procuratrice generale, Pam Bondi (secondo Politico, a rischio sarebbero anche i segretari al Commercio e al Lavoro, Howard Lutnick e Lori Chavez-DeRemer). Sia chiaro: al momento non paiono registrarsi esplicitamente tensioni tra Hegseth e il presidente. Tuttavia, se lo stallo in Iran non dovesse sbloccarsi, non è detto che l’inquilino della Casa Bianca (soprattutto con l’approssimarsi delle Midterm di novembre) non possa guardare al capo del Pentagono come a un capro espiatorio. Questo potrebbe aver spinto Hegseth ad accelerare, licenziando George e provando addirittura a cacciare lo stesso Driscoll (l’altro ieri, The Atlantic riportava che alla Casa Bianca si starebbe infatti discutendo di un suo possibile siluramento). L’acuirsi di questo scontro proprio adesso lascia intendere che il conflitto in Iran possa aver accelerato la resa dei conti. Hegseth comincia probabilmente a sentire il fiato sul collo e, temendo per il proprio futuro politico, punta a colpire i rivali interni, oltre allo stesso Vance, di cui - come abbiamo visto - non condivide la linea diplomatica con l’Iran. I prossimi giorni ci diranno, insomma, se e come cambieranno gli equilibri ai vertici dell’amministrazione Trump.
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