La vittoria dei democratici americani diventa subito una buona notizia per il centrosinistra italiano. E non soltanto perché a Washington si apre una nuova fase politica: nelle dichiarazioni di Schlein, Conte e degli altri leader progressisti, il risultato delle elezioni di midterm si trasforma rapidamente in una sorta di anticipazione della partita italiana del 2027.
Come se la sconfitta dei repubblicani fosse già un segnale di ciò che attende Giorgia Meloni. Il collegamento, naturalmente, è tutto da dimostrare. Ma l’entusiasmo con cui una parte della sinistra ha accolto il voto americano racconta soprattutto la voglia di trovare all’estero una conferma alle proprie ambizioni politiche interne.
La più esplicita è stata la segretaria del Pd, Elly Schlein. «I democratici stravincono contro Trump e gli oligarchi», ha scritto, sostenendo che «la speranza delle persone è più forte dell’arroganza di queste destre al potere». Poi il passaggio che chiarisce la destinazione del messaggio: «Batteremo queste destre che portano soltanto guerre, divisioni, recessione e carovita». Il voto americano diventa così un argomento da campagna elettorale italiana, con la segretaria dem che prova a costruire un parallelismo tra la battuta d’arresto di Donald Trump e la sfida al governo di centrodestra.
Conte vede una nuova onda per mandare a casa Meloni
Ancora più diretto il Movimento 5 Stelle. La delegazione pentastellata al Parlamento europeo ha parlato di una «nuova onda» da cavalcare per battere il governo italiano. Secondo i Cinque Stelle, negli Stati Uniti si sarebbero affermati candidati capaci di puntare su pace, giustizia sociale, lotta al carovita e alla corruzione. Da qui l’affondo contro Giorgia Meloni, definita «una sbiadita fotocopia dell’amministrazione Trump». L’obiettivo è dichiarato senza troppi giri di parole: «Cavalcheremo con coraggio e ambizione questa nuova onda e manderemo a casa il governo Meloni».
Anche Giuseppe Conte ha letto il risultato come un messaggio rivolto all’Italia. «Dalle piazze italiane alle urne americane che hanno bocciato Trump i cittadini dimostrano di non poterne più di guerre illegittime, corsa al riarmo e alle spese militari, rincari, carovita, tagli e diritti che valgono fino a un certo punto», ha scritto sui social. Per il leader pentastellato, il voto americano è un monito e dimostra che «possiamo davvero cambiare le cose». Una lettura che mette insieme questioni molto diverse e le riconduce a un’unica contrapposizione politica: quella tra il fronte progressista e le destre al governo.
Da Fratoianni a Bonelli, Trump e Meloni sullo stesso fronte
La sovrapposizione tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi è ancora più evidente nelle parole di Nicola Fratoianni. Il leader di Sinistra italiana ha definito il voto una buona notizia per il mondo intero e un capitale di fiducia per la sinistra americana. Poi ha portato il ragionamento sul terreno nazionale: «O combatti per ridurre ingiustizie e disuguaglianze, o sei come Trump e Meloni». Una contrapposizione che non si limita a criticare le scelte del presidente americano, ma utilizza la sua sconfitta per accomunare due governi e due contesti politici profondamente diversi.
Sulla stessa linea Angelo Bonelli, che ha parlato di una bocciatura della «folle politica di guerra» di Trump, auspicando che si fermino anche i suoi alleati in Europa e in Italia. Per il deputato di Avs, il presidente americano si sarebbe arricchito insieme alla propria famiglia grazie ai conflitti e avrebbe alimentato una politica di riarmo. Anche qui il passaggio alla polemica contro il governo italiano è immediato.
Il voto americano non è un referendum su Palazzo Chigi
Non sono mancati altri commenti dello stesso tenore. Laura Boldrini ha elencato le ragioni per cui, a suo giudizio, gli americani avrebbero detto basta a Trump: dall’Ice alla guerra in Iran, dal carovita agli attacchi al diritto internazionale. E ha inserito la sconfitta repubblicana in una presunta onda internazionale, accostandola ai risultati di Ungheria, Brasile e Serbia. L’europarlamentare dem Matteo Ricci ha parlato di una «boccata d’ossigeno» per l’Europa e per l’Italia, sostenendo che il voto dimostri come le destre sovraniste possano essere battute. Piero De Luca, invece, ha descritto il risultato come un’ulteriore lezione per le destre sovraniste.
Più sfumati i commenti di Matteo Renzi, che ha celebrato la vittoria dell’empatia e della capacità di prendersi cura degli altri, e di Ernesto Ruffini, che ha richiamato la necessità di una politica capace di unire e offrire soluzioni concrete. Ma anche in questi interventi il risultato americano viene presentato come una lezione da trasferire alla politica italiana.
Il problema di questa lettura non è riconoscere il peso della sconfitta di Trump. La perdita di Camera e Senato rappresenta un passaggio politico importante per la sua amministrazione e apre una stagione di confronto con il Congresso. Ma da qui a sostenere che gli elettori americani abbiano indicato la strada per mandare a casa Meloni ce ne passa. Le elezioni di midterm giudicano un presidente, la sua amministrazione e le condizioni del Paese. Non sono un referendum sulle opposizioni europee, né una delega politica a Schlein o Conte.
La sinistra italiana, però, sembra avere già trovato nel voto americano una bandiera da sventolare in vista del 2027. Prima ancora di dimostrare di avere un progetto comune e un’alternativa credibile per il Paese, festeggia una vittoria conquistata dall’altra parte dell’Atlantico. E prova a trasformare il risultato di Washington in una spallata romana.
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