Le piazze di questi giorni ripetono slogan già sentiti in passato contro ingiustizie economiche e crisi della rappresentanza. E anche questa volta la sinistra, che si intesta la titolarità della rivolta, tradirà ogni aspirazione al cambiamento. In passato ad approfittarne è stata la grande finanza, questa volta a raccogliere i frutti delle manifestazioni sarà l’islam politico.
Dai Vaffa Day agli Indignados: le piazze non sono una novità
«Non li abbiamo visti arrivare». Non è vero per niente, ma siccome la frase ormai passa di bocca in bocca e fa figo, allora ecco che pure questa ondata di manifestazioni diventa il pretesto per l’ennesima analisi sulle giovani generazioni. Eppure di nuovo c’è ben poco e non riguarda la inaspettatività, nel senso che sono anni che questa ondata si compone e si scompone tra questioni economiche e rabbia contro i governi.
Faccio alcuni esempi. In Italia il primo segnale arrivò l’8 settembre 2007 con il Vaffa Day di Beppe Grillo a Bologna, dove si raccoglievano firme per un «Parlamento pulito», niente condannati e un limite ai mandati. Da quella piazza nacque il Movimento 5 stelle, ancora oggi presente in un campo politico preciso, quello del centrosinistra malgrado l’indicazione fosse quella di superare il posizionamento destra/sinistra.
Tuttavia è nel 2011, con la crisi dei debiti sovrani, che le piazze mettono le questioni economiche al centro della protesta. A Madrid gli Indignados occuparono la Puerta del Sol al grido di «non ci rappresentano», contro disoccupazione giovanile, sfratti e inadeguatezza dei due partiti tradizionali; da lì sarebbe nato Podemos, partito guidato da Iglesias. Dopo gli exploit del 2015 (20,7%) e 2016 (21,1%), nelle elezioni del 2019 Podemos cala al 12,9% ma nel gennaio 2020 entra in coalizione con il Psoe di Sánchez: Iglesias diventa vicepremier e con Montero e Belarra si prende due ministeri. Podemos ha la possibilità di incidere rispetto alle proteste di quasi dieci anni prima e invece è l’inizio del declino. Iglesias lascia e il partito cambia pelle.
Da Syriza a Occupy Wall Street: quando la protesta diventa potere
Ancora peggio accade in Grecia, dove gli «indignati» ellenici si riuniscono ad Atene in piazza Syntagma: proteste accese, durissime contro i memorandum della Troika. Quella piazza si «trasforma» in Syriza, partito guidato da Alexis Tsipras, il quale vince le elezioni, fa votare il popolo se accettare o meno la Troika, e poi che ti combina? Una settimana dopo quel referendum (dove avevano nettamente prevalso i No, con il 61%) firma il terzo memorandum, accettando di fatto il Mes, il rigore più assoluto e tutto quel che in piazza avevano aspramente rigettato. Sempre nel 2011, a New York, epicentro della crisi dei mutui subprime, l’accampamento si raccoglie allo Zuccotti Park e diventa famoso come «Occupy Wall Street»: anche qui le rivendicazioni riguardavano le diseguaglianze, i salvataggi delle banche dopo il 2008, il peso della finanza sulla politica, il debito studentesco, gli sfratti. È in quella circostanza che l’antropologo David Graeber porta alla ribalta lo slogan «Siamo il 99%» come estrema sintesi del suo libro Debito, per cui il debito non è mai un fatto economico neutro ma un rapporto di potere che periodicamente le società hanno dovuto cancellare.
Per chiudere la carrellata vale la pena ricordare anche l’esperienza del 2018 dei Gilet gialli francesi contro il caro carburante e le altre misure di Macron, il quale li acquietò con 10 miliardi di concessioni. Sembravano essersi dissolti, invece le anime dei Gilet si sono poi ritrovate o con le proteste degli agricoltori o nelle rivolte di questi giorni.
L’intelligenza artificiale e il bersaglio mancato delle proteste
Come vedete, di inedito in questa stagione 2026 non c’è nulla che possa confermare la frase che invece passa di bocca in bocca per cui non avremmo visto arrivare questi giovani e le loro rivendicazioni. Sono quindici anni che le piazze si animano, che vengono «guidate» dalla sinistra e poi dalla stessa sinistra tradite secondo un copione che si ripete tale e quale oggi. Stessi slogan, stessi cartelloni, stessa ingenuità e persino stessa dabbenaggine nel pensare di poter circoscrivere i violenti. Eppure da allora ad oggi ci sarebbe un grande elemento di novità che potrebbe rendere «inedite» le piazze: la minaccia dell’Intelligenza artificiale rispetto al lavoro. Altro che prendersela contro il governo (ahimè indietro anni luce rispetto alle trasformazioni digitali): il bersaglio dei ragazzi dovrebbe essere Big Tech e una rivoluzione vera, politicamente profonda, dovrebbe sollecitare il governo e rivendicare il valore degli Stati nello scontro con i Padroni delle Silicon Valley, ricordando loro che pari non sono. La cosa, ovviamente, non accade perché le piazze sono appunto manovrate dai partiti di sinistra e dai sindacati, i quali – come abbiamo visto prima – saranno i primi a tradire le rivendicazioni che arrivano dal basso, facendosi interpreti delle istanze di finanza, di banche, di assicurazioni. A cominciare dal tema «casa», come dimostrano il caso spagnolo (con lo sfratto della anziana signora che poi ha scatenato la «protesta delle chiavi» e le successive dimissioni di Sánchez) e il caso milanese (con il sindaco Beppe Sala che di fatto ha consegnato gli immobili ai ricchi e ai fondi).
La sinistra, i maranza e l’avanzata dell’islam politico
C’è un’ultima considerazione da fare. Dopo aver fregato le piazze una prima volta, ora la sinistra tenta il bis abbracciando maranza e islam politico. E così come nel primo caso ha fatto vincere i predatori del neoliberismo, stavolta consegnerà l’Italia e gli italiani agli islamici più radicali e più politicizzati. La sinistra italiana ed europea è convinta di poter gestire e politicizzare le seconde e terze generazioni delle periferie. Non ci riuscirà. Peggio ancora: avrà dato a costoro la consapevolezza della propria forza e con essa una possibilità di azione.
La sinistra sta costruendo una bomba sociale che poi toccherà a tutta l’Europa disinnescare. Politicizzandoli, fornisce loro coscienza di sé, una struttura organizzativa e la percezione di poter pesare. La Spagna è ancora segnata dall’invasione di Ceuta. In Francia si discute apertamente di territori destinati a diventare islamici, di paesi e piccole città che smetterebbero di essere Francia per trasformarsi, di fatto, in un’enclave nordafricana, intrisa di islam politico. In Italia le sfide che ci stanno portando i teorici alla Siher (che non è affatto un caso isolato) sono esattamente di questa portata. Se la Francia è un laboratorio avanzato, l’Italia non è da meno.
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