Giuseppe Conte ed Elly Schlein, protagonisti del confronto sulla guida del campo largo
Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader rispettivamente del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico, al centro della partita per la leadership del campo largo (Getty Images)

Il vertice tra leader del campo largo, venerdì scorso, non era completo. Non per l’assenza di Matteo Renzi, ma per quella di Maurizio Landini. Il segretario della Cgil è indiscussamente uno degli attori più attivi dell’opposizione.

Per questo giovedì prossimo, il 5 novembre, il segretario dem, Elly Schlein, il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, e i leader di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, si confronteranno con il capo della Cgil. L’occasione si inserisce all’interno della due giorni della Confederazione su «Il futuro è adesso», in programma al Teatro Brancaccio di Roma.

È solo l’inizio, perché l’asse centrosinistra-Cgil proseguirà nel giorno dello sciopero generale indetto da Landini, il 20 novembre. A dicembre, invece, è il campo largo a convocare una nuova piazza. «La manifestazione sarà condivisa con le forze di opposizione e sarà aperta alle forze sociali del Paese e alla società civile. Dalla settimana prossima inizierà il confronto per definire il programma della coalizione entro novembre».

Conte rilancia il Reddito e mette Renzi nel mirino

Nel programma, chissà se il resto della coalizione ne è al corrente, Conte, come rivelato a Luca Sommi da Accordi e disaccordi, intende reinserire il Reddito di cittadinanza. «Tra i 20 punti del nostro programma c’è la reintroduzione del Reddito». Poi, rivolgendosi alla Schlein, attacca duramente il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Nel caso dovessi vincere tu le primarie, dobbiamo dirlo prima: garanzie politiche, perché se no il Movimento non ci sta. Se vincessi io le primarie, le garanzie politiche le darò io».

E poi: «Il problema è serio. Schlein e una parte del Pd si sono detti “testardamente unitari”, e quel testardamente unitario voleva dire che Renzi deve starci, per ragioni a me non completamente comprensibili. Questo per me, tra l’altro, ha un costo politico perché si rischia il depotenziamento in termini elettorali. Il tema è: io sono d’accordo sul fatto che bisogna mandare a casa Giorgia Meloni ma dobbiamo farlo con un progetto solido e coerente, dunque servono garanzie politiche contro chi potrebbe mandarci allo sbaraglio».

L’ex presidente del Consiglio continua: «Il problema di Renzi è che fa affari in giro per il mondo, se non si metterà al centro del progetto progressista con una legge sul conflitto di interessi seria, noi non ci saremo. E questo non vale solo per Renzi, ma per chiunque».

Entusiasta, invece, il commento di Bonelli: «Abbiamo fatto tutti insieme un passo avanti straordinario. Il centrosinistra c’è, ha un percorso chiaro ed è un brutto segnale per Giorgia Meloni, che puntava sulle nostre divisioni». E aggiunge: «Avs ha svolto un ruolo di collante, ma il risultato è di tutti. Ho trovato Conte e Schlein molto disponibili al confronto. Si è creato un clima nuovo, una consapevolezza condivisa della necessità di costruire un’alternativa di governo. Alla fine ho detto a entrambi: vi voglio bene».

Mastella denuncia l’emarginazione dei moderati

Schlein, intervistata da Bruno Vespa nel suo libro Storia della seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in uscita oggi per Mondadori e Rai Libri, rivendica un percorso che ha portato il Partito democratico a crescere, almeno nei sondaggi. «Nel gennaio 2023, dopo la sconfitta elettorale, il Pd toccava il suo minimo storico nei sondaggi del 14%. Avevano già scritto i primi necrologi. Quando ho vinto le primarie, scommettevano su una scissione e su una mia caduta dopo sei mesi. Un anno e mezzo dopo, alle elezioni europee del 2024, abbiamo toccato il 24%. Nessuna socialdemocrazia europea ha fatto altrettanto. Noi stiamo facendo esattamente quello che la nostra gente si aspetta. Ci siamo ridati, cioè, un chiaro profilo progressista con la cura di salvaguardare ogni giorno il pluralismo».

Oltre a Renzi, a essere escluso (o a sentirsi escluso) è Clemente Mastella, che denuncia uno «spostamento a sinistra della coalizione e uno svilimento delle forze moderate». «Onestamente sono sorpreso dall’atteggiamento di questi strateghi del campo largo», spiega Mastella, «attorno al tavolo nessuno dei leader rappresenta l’area moderata, l’anima centrista del campo progressista che è emarginata e tagliata fuori dalle decisioni. Immaginano di decidere, in quattro, su programma, primarie, dati e modi e poi presentare la scatola chiusa agli altri».

Mastella se la prende soprattutto con gli altri leader di centro: «Nessuna voce si è opposta a questo trattamento ingenerosamente irrispettoso riservato al centro. Si stanno facendo in quattro per trasformare una vittoria possibile in una sconfitta annunciata».

Ucraina, le divisioni tra Pd e Cinque Stelle

Ma mentre si litiga anche sulle alleanze, si dimentica il fatto che restano le divisioni sui contenuti. È il deputato del Pd Lorenzo Guerini, sempre nel libro di Vespa, ad annunciare che «se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente di quanto abbia fatto il governo Meloni, che per un anno, dal novembre 2025, non ha inviato più niente a Volodymyr Zelensky. Vorrei ricordare», aggiunge, «che il secondo governo Conte, di cui ero ministro della Difesa, ha fatto registrare il maggior incremento di spese militari degli ultimi anni. Fu istituito per la prima volta un fondo pluriennale di investimenti per la Difesa. Siamo partiti da una spesa pari all’1% del Prodotto interno lordo e siamo arrivati all’1,6%».

Un annuncio che, però, si traduce in un attacco. Gli alleati 5 stelle che oggi chiedono il taglio delle spese alla Difesa hanno un leader che, da presidente del Consiglio, ha speso in armi più di quanto abbia fatto il governo che ora attaccano.

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