Elif Eralp
Elif Eralp (Ansa)

Voti la sinistra attirato dalla promessa di case a buon mercato. La casa magari non arriva; in compenso, ti ritrovi gli estremisti musulmani. È l’effetto collaterale della saldatura tra partiti radicali, collettivi e islamisti, che si è consolidata dopo lo scoppio della guerra a Gaza. Da New York, dove Zohran Mamdani ha portato la preghiera dei maomettani in municipio, ma fatica ad applicare il suo programma socialista; fino all’Italia, dove gli sfascisti sfruttano la manovalanza saccheggiatrice dei maranza. La grottesca alleanza ha provocato anche un surreale incidente di cui, ieri, ha parlato il settimanale tedesco Der Spiegel.

Elif Eralp e il caso dei rapporti tra Linke e ambienti pro Pal

Protagonista dell’imbarazzante episodio è la vincitrice delle ultime elezioni a Berlino, dunque aspirante sindaca della capitale. Si tratta di Elif Eralp, quarantacinquenne figlia di immigrati turchi, avvocato per i diritti dei migranti ed esponente della Linke, la formazione massimalista che, in Europa, fa parte dello stesso gruppo del Movimento 5 stelle e di Avs. Lunedì, Eralp ha rilasciato al giornale un’intervista che, con suo sommo disappunto, si è dilungata sulla vicinanza alla Linke di Ibrahim Ibrahim, ultrasettantenne attivista pro Pal e simpatizzante di Hamas. L’uomo era comparso, la sera del trionfo elettorale, al quartier generale del movimento nel distretto di Neukölln, popoloso quartiere berlinese ad alta concentrazione araba. La candidata alla guida della città si è detta inconsapevole della contiguità del suo schieramento con questi personaggi ambigui. Nella revisione del testo, però, la Eralp ha cercato di cassare integralmente il passaggio, adducendo preoccupazioni per l’incolumità di lei e dei suoi cari.

L’intervista allo Spiegel e il tentativo di cancellare le domande

Lo Spiegel le aveva consegnato i virgolettati per l’approvazione finale. Non è una prassi anomala: succede che i giornalisti diano la possibilità agli intervistati di riesaminare le loro dichiarazioni. Quello che non deve succedere, è che gli interessati intervengano sulle domande. Perciò la giurista si è trovata in difficoltà. Mercoledì, per errore, lo staff della leader progressista ha consegnato al settimanale una versione del documento che includeva le osservazioni della Eralp e del suo portavoce. «C’è un problema», aveva annotato lei, precisando di non voler citare «nomi specifici», come quello di Ibrahim, perché «mio marito ha paura di queste persone e anch’io». L’aspirante sindaca sembrava nel panico: «Non posso cancellare le domande dei giornalisti. Cosa faccio adesso? Non avrei mai dovuto accettare questa intervista». Eralp menzionava pure una raccomandazione della polizia, che le avrebbe suggerito di evitare riferimenti espliciti a soggetti collusi con la criminalità organizzata: «Ora si tratta di persone con contatti con Hamas. Non posso mettere in pericolo me e la mia famiglia per lo Spiegel. Cosa facciamo ora? Annulliamo tutta l’intervista?». Giustamente, il giornale tedesco si è chiesto: in Germania non vigono legge e ordine? È normale che una rappresentante eletta che vuole governare la capitale si autocensuri, per non avere guai?

Ferat Kocak, Ibrahim e le frequentazioni contestate della Linke

Se è per questo, è bizzarro anche che un deputato locale della Linke – parliamo di Ferat Kocak, onorevole di origini curde – si sia lasciato immortalare accanto a Ibrahim. Uno che milita in un’organizzazione estremista e che glorifica Yahya Sinwar, una delle menti del 7 ottobre, come «eroe» e «martire». Per di più, al famigerato party berlinese era comparso pure il capo del clan Remmo, un gruppo malavitoso libanese-palestinese. Frequentazioni discutibili, che ormai presentano il conto: appoggiarsi a personaggi oscuri significa rendersi ricattabili, nonché esposti a minacce e ritorsioni.

Dalla sinistra radicale agli islamisti: la convergenza politica

È il rovescio della medaglia, appunto: la nuova linfa del progressismo sta passando per l’ardito tentativo di costruire un’unica grande Chiesa, che vada dai comunisti smaniosi di espropriare e redistribuire le proprietà immobiliari, Eralp compresa, fino ai fondamentalisti islamici. I quali, a sinistra, hanno trovato terreno fertile per il loro odio nei confronti dell’Occidente e per un inestirpabile antisemitismo, rinfocolato dal conflitto in Medio Oriente. Per chi si presta al gioco, strizzare l’occhio al revival marxista e all’identitarismo aggressivo dei musulmani, specie quelli di seconda generazione, consente di intercettare un consenso composito di nostalgici dell’era sovietica, giovinastri dei collettivi e maranza con la vocazione del teppismo. Il che apre la prospettiva di conseguire successi sorprendenti, soprattutto in aree metropolitane, tipo New York, Berlino, certi sobborghi francesi e, in prospettiva, Milano e altri capoluoghi italiani, in cui si combinano disagio sociale e folta presenza di cittadini «con background migratorio», come li definiscono i sociologi.

Welfare e alleanza con gli islamisti: il conto politico della convergenza

L’inghippo sta in ciò che rimane, una volta che la convergenza ha portato i suoi frutti amari. Quello del welfare spinto è un percorso in salita e lastricato di chiacchiere. Quella della sottomissione agli islamisti rischia, invece, di diventare un’autostrada. Gratti il movimento socialista, trovi il movimento jihadista; gratti il compagno, trovi il miliziano; gratti la spranga, trovi la scimitarra. E troppi magistrati ai quali va bene così.

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