- L’Avvocato senza popolo non si dimette e vuole una costituente. Luigi Di Maio lo sbertuccia evocando una «maledizione Draghi».
- Il consigliere di Fdi, Enrico Marcora: «Pignoriamo lo stipendio della Salis, così recuperiamo i 90.000 euro che deve ad Aler». Il legale dell’eurodeputata: «Manca il titolo esecutivo». L’azienda: «C’è una denuncia».
Lo speciale contiene due articoli.
Un ritorno alla Prima Repubblica, ma senza qualità. Nelle ultime 24 ore Giuseppe Conte prima si è esibito nel rito delle finte dimissioni da reuccio del M5s, ben sapendo che tanto oggi nessuno prenderebbe il suo posto, poi ha lanciato un altro mitologico arnese della politica politicante come «l’assembla costituente». Ovviamente da tenersi non domani, ma con comodo in autunno, di modo che l’ex avvocato del popolo possa fare anche il segretario balneare. Manca solo un altro feticcio come «la verifica», ma giusto perché i grillini stanno all’opposizione e quindi non saprebbero bene con chi e cosa verificare. Insomma, ciò che resta del movimento che doveva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit a febbraio 2013) si dimena oggi in formule antiche, senza leader carismatici e in compenso con ex dal dente avvelenato come Luigi Di Maio che accusa Conte di aver ridotto il Movimento a un soggetto politico «snaturato, verticistico e chiuso».
L’assemblea dei parlamentari di M5s di martedì sera è stata aggiornata alle prossime ore perché, dopo il 9,9% delle Europee, mica ce la si può cavare con un dopo cena. Ma l’ex premier, che passerà alla storia per i Dpcm anti Covid che cominciavano con il mitologico «Consentiamo», nella giornata di martedì ha dato la «disponibilità a mettermi per primo in discussione». Insomma, tradotto dal lessico paleodemocristiano, «dimissioni». Poi, ovviamente, non se n’è fatto nulla perché qualche suo colonnello deve avergli detto: «Ma no, che fai, mica è colpa tua, resta». Del resto, se nessuno ha impedito a Conte di riempire le liste per le Europee di signor nessuno, a cominciare da Beppe Grillo, non è che gli si possa addebitare tutta la sconfitta.
Ma il pezzo forte è arrivato ieri quando Conte, vistosi riconfermato (da se stesso), ha ovviamente rilanciato, almeno nella sua testa: «Credo che sia venuto il momento di costruire una grande assemblea collettiva […] un’assemblea costituente», con la partecipazione di tutti gli iscritti, in presenza e da remoto». Insomma, dopo quattro anni da condottiero solitario, ora socializza la sconfitta. Senza andare a scomodare le liturgie di mezzo secolo fa, va detto che le ultime «costituenti» non hanno avuto esiti brillantissimi, almeno per chi le ha lanciate.
Per esempio, a novembre del 2022, dopo la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd Enrico Letta lanciò un «congresso costituente» e accompagnò l’idea con una lettera agli iscritti in cui scriveva: «Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi». Sì, ma con un altro segretario, Elli Schlein. Negli ultimi due anni, anche Carlo Calenda ha parlato di «assemblea costituente» per il suo fantomatico Terzo polo, con o senza Matteo Renzi. E martedì, quando ha dovuto commentare il disastro delle Europee in cui il suo movimento è rimasto fuori da Strasburgo, che cosa ha annunciato l’ex ministro montiano? Semplice: «Azione continuerà a fare il suo lavoro, apriremo la fase costituente che abbiamo promesso agli elettori». I quali elettori centristi, s’immagina, se non gli fai la fase costituente che hai promesso ti vengono a prendere a casa.
In ogni caso, la sconfitta in politica non sempre è il momento del coraggio. Più spesso è il momento della perfidia. E allora si è rifatto vivo anche l’uomo che due governi fa aveva «sconfitto la povertà» con il reddito di cittadinanza, ovvero Luigi Di Maio. Stava benissimo alla Farnesina, tra feluche, cerimoniale e ricevimenti. Poi qualcuno ha fatto cadere il governo di Mario Draghi e, se non avesse trovato un incarico di terza fila con la Commissione Ue come Rappresentante speciale per il Golfo, avrebbe fatto la fine di Matteo Renzi, che in Arabia ci va a fatturare. Così, intervistato dalla Stampa, Di Maio dice una cosa che nel 2024 è lunare: «Perdono i partiti che hanno fatto cadere Draghi», ovvero M5s e Lega. Poi va di spada: «Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo. Ha snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato».
Di Maio ricorda che «un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse», invece «Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente». Sì, ma non è che l’avvocato foggiano si sia nominato leader da solo, al posto di Di Maio. E in effetti ecco un bel graffio anche al comico genovese: «Grillo, ha 300.000 buoni motivi per restare in silenzio». Un riferimento ai soldi che il comico ligure prende dal Movimento come «consulente della comunicazione». Almeno sul processo per stupro al figlio di Grillo, Luigino ha sorvolato.
E mentre si attende ormai da domenica sera una qualche epifania del suddetto consulente della comunicazione, un fatto sembra certo: il tetto dei due mandati ha i giorni contati perché ormai nel Movimento si sono resi conto che è inutile crescere una qualche classe dirigente e poi rinunciarvi per regole troppo severe. E in un’Italia che si sta abituando al duello tra due donne, Meloni e Schlein, il M5s potrebbe provare a incunearsi con un’altra leadership femminile come Chiara Appendino.
Sul fronte delle alleanze, per ora tocca stare a sinistra, con Avs che si è offerta come perno di una coalizione a guida Pd. Solo che al momento, in Europa, il gruppo dei Verdi non fa entrare i 5 stelle di Conte. La fase Calimero va avanti.
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