- Matteo Renzi va in Sudafrica a parlare di Mandela, Maurizio Martina gli smonta l’ufficio bunker nella sede del partito. È lotta per la leadership: Luca Lotti punta su Stefano Bonaccini contro Nicola Zingaretti. Invocato pure Marco Minniti, che però vuole il Copasir.
- Congresso? Piano con le parole, per ora c’è solo un «percorso». Tra i dem nessuno è sicuro che la sfida per la segreteria non slitterà ancora. Perfino il documento ufficiale dell’assemblea è vago.
Lo speciale contiene due articoli.
La notizia può sembrare poco rilevante per i non addetti ai lavori, ma tra le mura del Nazareno, sede del Partito democratico a Roma, ha avuto l’effetto di un atto rivoluzionario. Lunedì scorso il segretario Maurizio Martina ha fatto «liberare» l’aula bunker del terzo piano dove si era rifugiato Matteo Renzi dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre del 2016.
Dalla primavera del 2017, infatti, nel pieno delle polemiche e delle indagini per l’inchiesta Consip, l’ex segretario del Pd aveva rinunciato allo storico ufficio del secondo piano – quello che, per intenderci, fu occupato negli anni anche da Walter Veltroni e Pier Luigi Bersani – scegliendo la stanza blindata dove tanti anni fa c’era il quartier generale di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita poi condannato a 7 anni di carcere per appropriazione indebita di finanziamento pubblico.
Nei mesi scorsi gli uffici di Renzi e della sua segreteria erano rimasti sempre chiusi e isolati. Vi si accedeva solo da una porta con videocitofono. Non solo, la scala che passava davanti quella porta e collegava il terzo piano con una parte degli uffici era sbarrata. Adesso, invece, la scala è tornata percorribile come un tempo e la porta col videocitofono è stata riaperta, quindi l’accesso alla sua ex stanza e a quella della sua ex segreteria è di nuovo libero. C’è chi dice che sia uno sfratto in piena regola, ma in realtà, da quel che si capisce, appare solo una decisione al passo coi tempi.
Renzi non ha più il potere di una volta. I sondaggi sono in picchiata e l’ipotesi di un nuovo partito è sempre più lontana. Tanti che un tempo lo adulavano iniziano a prendere le distanze e al Nazareno lo si vede di rado. Anzi, in queste settimane è più indaffarato a pensare alle rate del mutuo della sua nuova villa sulle colline di Firenze, come raccontato dalla Verità. Partecipa ben retribuito a conferenze in giro per il mondo. Nei prossimi giorni sarà in Sudafrica per il centenario della nascita di Nelson Mandela, con lui ci sarà anche l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Non solo. Renzi lavora sulla nuova trasmissione tv nello stile di Piero Angela, che potrebbe comparire su Mediaset. Eppure, mentre il tesoriere Francesco Bonifazi è sempre al suo posto, fa rumore in questi giorni il fatto che l’ex Rottamatore non sia più nella sua tana del lupo. Perché rappresenta forse la fine definitiva di una stagione, la dimostrazione di come ormai inizi a montare un certo malessere nei confronti dell’ex presidente del Consiglio.
Nel suo discorso all’assemblea del partito il 7 luglio Renzi ha annunciato battaglia in vista del congresso («Ci rivedremo e riperderete»), ma sono arrivati già diversi stop. Come quello dell’ex ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio, che ha escluso un’ipotesi di ricandidatura dell’ex premier. «No, secondo me deve continuare a fare quello che sta facendo: dare un contributo ma non influenzare, determinare, essere protagonista in prima persona».
C’è molto movimento all’interno del Pd. A breve Martina presenterà la sua squadra per la segreteria, di sicuro ci sarà come coordinatore Matteo Mauri, mentre Teresa Bellanova sarà vice. Spazio poi a Lia Quartapelle, Andrea Martella, Marianna Madia e Marina Sereni. Nel frattempo inizia a formarsi a poco a poco una frangia filo Movimento 5 stelle. La spaccatura nelle mura del Nazareno è già ben visibile sul decreto Dignità presentato dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Il provvedimento, che ha ottenuto gli elogi anche del segretario della Cgil Susanna Camusso, sta trovando apprezzamenti presso l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando o in Francesco Boccia. In sostanza c’è una grossa fetta dem che crede ancora in un dialogo con i 5 stelle, che potrebbe magari essere la base futura per un ricambio a livello di governo, nel caso in cui per esempio la Lega di Matteo Salvini decida di sfilarsi. Fantapolitica? Si discute anche di questo al Nazareno.
Non solo. Continuano i malumori anche nel giglio magico di Renzi. C’è chi sostiene che l’ex ministro per le Riforme Maria Elena Boschi non creda fino in fondo nel prossimo congresso. Nel giro boschiano c’è chi dice che alla fine salterà tutto a dicembre, perché sarà inutile fare un assise a pochi mesi dalle elezioni europee.
C’è anche da dire che i renziani sono molto spaventati. La candidatura di Nicola Zingaretti, il governatore del Lazio, appare solida. E un non renziano a capo del Pd poche settimane prima della tornata elettorale significa avere liste di candidati lontane dal giglio magico. Per questo in questi giorni il sempre attivo Luca Lotti starebbe portando avanti la candidatura del governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Si muove poi Roberto Giachetti, ma soprattutto è molto attivo Matteo Richetti con la fondazione Harambee, con cui trova intese nel mondo confindustriale e con l’ex ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda.
In mezzo a tutto questo resta in disparte l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. C’è chi lo vorrebbe appoggiare alla segreteria in vista del congresso. Lui al momento nicchia in un’intervista al Foglio, ma secondo autorevoli esponenti dem sarebbe l’unico in grado di controbattere a Salvini. Negli ultimi giorni il suo nome è iniziato a circolare dalle parti di palazzo San Macuto, sede del Copasir, il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti. Sarebbe in realtà questa la vera aspirazione dell’ex numero uno del Viminale, anche perché, con un Pd a secco di incarichi istituzionali, la presidenza del Copasir sarebbe la carica più importante. Questo ruolo gli permetterebbe anche di mantenere al sicuro, dal controllo parlamentare, la precedente gestione dell’intelligence, in particolare il dossier sulla Libia e il caso Consip. C’è solo un problema. Non si è mai visto che un’ex autorità delegata diventi presidente dell’organo parlamentare di controllo sull’attività dei servizi segreti. Si rischia un po’ di commistione tra controllore e controllato, dicono i soliti ben informati di Forte Braschi.
Alessandro Da Rold
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