scuola stranieri
(iStock)

C’era davvero bisogno di mobilitare le più alte sfere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) per farci sapere che un quindicenne nato a Pechino o a Casablanca e sbarcato a Milano senza masticare una parola di italiano, fatichi a prendere 10 in un tema di narrativa o a decifrare un problema di trigonometria?

Il rapporto Ocse fotografa il divario degli studenti stranieri

A leggere l’ultimo rapporto Ocse-Pisa 2025, si ha la netta sensazione che la statistica internazionale abbia scoperto, con la solita solenne flemma, l’acqua calda. I numeri, gelidi e inattaccabili, ci dicono che in Italia lo svantaggio medio degli studenti con background migratorio è pari a 46 punti in scienze, 40 in matematica e 41 in lettura rispetto ai nativi.

Cifre che si tramutano in un abisso se lette con il metro di misura dell’Organizzazione; poiché per l’Ocse 20 punti nei test corrispondono a un intero anno di scuola, il verdetto è spietato: lo studente straniero si trova idealmente indietro di 1,64 anni scolastici in matematica e di 1,22 anni in lettura rispetto al compagno di banco italiano.

Solo per chi vive nel fatato mondo delle astrazioni questi dati suscitano sorpresa: per chi la scuola la vive ogni mattina tra i gessetti e le cattedre, questa è la cronaca di un’ovvietà lampante. L’ostacolo è principalmente linguistico, non certo di capacità: il ritardo calcolato dalle statistiche dipende, ovviamente, dal tempo fisiologico necessario per padroneggiare la lingua di studio.

Dai «Nai» alle seconde generazioni: il gap linguistico si riduce

Un ragazzo che arriva in Italia a 12 o 13 anni – i cosiddetti «Nai», Neo arrivati in Italia – si ritrova scaraventato in un tritacarne didattico dove deve, contemporaneamente, decodificare un nuovo alfabeto e comprendere materie complesse come la fisica o la storia, oltretutto con un metodo di apprendimento diverso da quello del Paese d’origine.

Questo crea uno svantaggio iniziale gigantesco nelle prove scritte. Ma la natura non fa salti e l’intelligenza non ha passaporto: col tempo, il gap tende a ridursi.

Il Rapporto Invalsi 2026 lo certifica con precisione millimetrica: se al termine delle scuole medie lo svantaggio in italiano per le prime generazioni è di 13,8 punti (equivalenti a più di due di ritardo), in quinta superiore lo scarto scende a 8,3 punti per le prime generazioni e a 6,9 per le seconde (non più di 7 mesi di ritardo).

Eppure, per anni, la strategia ministeriale è stata quella del «lasciate fare al tempo». Peccato che nel frattempo le lancette dell’orologio scolastico girino per tutti: se un docente è costretto a rallentare la spiegazione perché un terzo della classe non comprende i verbi servili, l’intero programma si arena.

I docenti, trasformati in acrobati della pazienza, devono fermare la nave in attesa che tutti si allineino, penalizzando inevitabilmente i ragazzini nativi, gli studenti italiani, insomma, che sarebbero pronti a correre e si ritrovano invece a marciare sul posto.

È la democrazia del ribasso, dove per non escludere nessuno si finisce per non istruire nessuno. Un cortocircuito ideologico che ricorda i vecchi sistemi collettivisti: se l’economia statalista, nel mito velleitario dell’uguaglianza forzata, finiva per ridistribuire povertà anziché ricchezza, la scuola della finta inclusione ha finito per ridistribuire ignoranza e analfabetismo funzionale anziché il sapere, sacrificando il merito sull’altare del ribasso educativo.

Tetto del 30% e più fondi: la stretta di Valditara

Di fronte a questo scenario, il ministero dell’Istruzione guidato, da Giuseppe Valditara, ha deciso di smetterla con i piagnistei inclusivi e di correre ai ripari con il contestatissimo decreto che impone il tetto del 30% di studenti stranieri in classe.

Un provvedimento, accolto dai soliti salotti progressisti con i consueti stridori di denti, che non fa che applicare una dose massiccia di realismo. L’obiettivo è chiaro: intervenire d’anticipo, distribuire le forze e, soprattutto, finanziare l’integrazione, non limitarsi a predicarla.

Italiano e integrazione: ecco le risorse per le scuole

L’operazione di logistica pedagogica del governo si articola su canali finanziari precisi e mirati. In primis, viene istituito il Fondo per il potenziamento dell’italiano destinato alle scuole sopra il tetto. Laddove la ridistribuzione risulti impossibile, lo Stato interviene con 3,4 milioni di euro per il 2027, che diventeranno 14,1 milioni di euro annui dal 2028.

Risorse reali per finanziare attività extracurricolari pomeridiane d’insegnamento intensivo della lingua, potenziando l’organico e stringendo patti con i Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e il Terzo settore.

In secondo luogo, si potenziano i Cpia e i fondi per i neo arrivati: il fondo di funzionamento medio per ogni centro è stato letteralmente triplicato, passando da 20.000 a 66.884 euro, a cui si aggiungono 13 milioni di euro per le classi dove i ragazzi Nai superano il 20%. Infine, per i presidi che gestiscono i contesti più complessi, arrivano risorse straordinarie contro la dispersione scolastica: 30 milioni per il 2026 e 40 milioni per il 2027.

Questo intreccio di evidenze empiriche e coperture finanziarie dimostra come il provvedimento non sia soltanto opportuno, ma costituisca una scelta di buonsenso istituzionale. Solo una cecità ostinata può non vedere che per integrare davvero serve equilibrio numerico e sostegno linguistico, non l’ammassamento indistinto in classi ghetto. Il tetto del 30% non è un atto di esclusione, ma il più elementare e sacrosanto principio di pragmatismo per salvare la scuola di tutti.

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