Disordini e cariche della polizia durante la manifestazione Italia in Piazza a Milano il 17 ottobre 2026
Disordini, tafferugli e cariche della polizia durante la manifestazione Italia in Piazza, Milano, 17 ottobre 2026 (Ansa)

Violenza, manganelli, vetrine sfondate. E un grido che sembra bastare a se stesso: rabbia, furia, effetto branco. Ma, finito il rumore, resta la domanda: per che cosa ci si è uniti? Manifestare contro il carovita è legittimo. Spaccare tutto non è una causa, e la rabbia da sola non diventa un ideale. L’essere umano cerca un «noi»: compagni, una direzione, qualcosa per cui valga la pena spendersi.

Nell’Iliade, Ettore combatte sapendo di difendere Troia e i suoi: la città, la famiglia, i concittadini. Il suo coraggio ha un volto e una ragione. Anche l’eroe greco, con tutti i limiti del suo mondo, è chiamato a misurare il proprio valore davanti alla comunità. La domanda, oggi, è se sappiamo ancora offrire ai ragazzi ragioni per cui vivere e agire insieme.

La scuola non può fermarsi alla denuncia

Qui la scuola ha una responsabilità decisiva. Non basta condannare la violenza; occorre educare a riconoscere ciò che merita rispetto, cura, perfino sacrificio. Non basta proporre temi importanti — la mafia, le guerre, la violenza contro le donne, il rispetto della legalità e delle istituzioni — se diventano soltanto una sequenza di imperativi o di orrori da denunciare. Vanno conosciuti e giudicati, certo. L’educazione, però, non può fermarsi alla denuncia: deve anche mostrare ciò che è vero, buono e bello.

Una scuola che racconta la storia d’Europa come un elenco di colpe, o presenta l’arte (la magnifica arte italiana) e la letteratura (la magnifica letteratura italiana) recidendole dalle domande che le animano, rischia di lasciare i ragazzi senza radici e senza orizzonte.

Non si tratta di imporre una risposta religiosa a tutti, ma di riconoscere la matrice cristiana della storia e della cultura europea. Eppure, troppo spesso, proprio in classe si assiste alla sua rimozione: un’epurazione illegittima di una delle radici fondanti dell’Europa. Si tratta invece di non espellere la domanda di senso: quella che attraversa poeti, filosofi, storici e perfino la ricerca scientifica. Il quaerere, il cercare, è già una forma di desiderio: il cuore umano non si accontenta del nulla.

Il cuore, la bellezza e le domande dei ragazzi

Dietrich von Hildebrand, filosofo tedesco nato a Firenze, protagonista di una lunga e rischiosa battaglia contro Hitler e il nazionalsocialismo, ha dedicato al cuore una riflessione centrale: il cuore è il centro spirituale della persona, non un luogo di sentimentalismo, ma la dimensione profonda in cui l’uomo risponde ai valori e si lascia raggiungere dalla bellezza. È una pista preziosa per chi educa.

Un ragazzo che domanda se sarà felice, se l’amore può durare, che cosa significhi la morte, non ha bisogno di essere liquidato con una risposta frettolosa o cinica. Ha bisogno di adulti capaci di stare dentro quelle domande e di indicare una strada.

Dalla compagnia del branco a una direzione comune

La compagnia, allora, non è soltanto stare insieme. È camminare insieme verso qualcosa. Il Servo di Dio don Luigi Giussani parlava di una compagnia guidata al Destino: una formula che dice che l’amicizia – un luogo speciale nel quale l’io, di fronte a un tu, si sente pieno di vita, di gioia e di speranza – può diventare più di un branco quando apre ciascuno alla realtà, alla responsabilità, alla possibilità di guardare a Dio.

Che cosa nobilita, dunque, il cuore dell’uomo? Non la furia che distrugge, ma una passione capace di riconoscere un bene e di servirlo. La scuola non deve soltanto mettere in guardia dal brutto: deve far incontrare il bello. Perché il bello attrae, educa, dà una direzione.

E quando un ragazzo cerca una ragione per vivere, non gli basta sentirsi dire che cosa non deve fare: ha bisogno di incontrare qualcosa per cui valga la pena vivere. Non distruggere, ma sapere per che cosa vale la pena costruire.

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