Tra l’età degli studenti e quella di chi sale in cattedra la distanza non è mai stata così ampia. A fotografare la situazione è il rapporto Education at a Glance 2026 dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ogni anno analizza lo stato dei sistemi educativi nei paesi membri.

Con oltre un terzo del corpo docente sopra i 55 anni e la presenza giovanile confinata a una nicchia del 12%, l’Italia appare al memento incapace di spalancare le porte alle nuove leve. Non si tratta solo di una questione pensionistica, ma anche di un problema di visione: una scuola che non fa spazio ai giovani rischia di smarrire il linguaggio del presente.

Un corpo docente tra i più anziani d’Europa

Nel confronto internazionale, la nostra nazione si colloca tra i casi più critici. Nella media dei paesi Ocse, difatti, il 23% degli insegnanti di scuola primaria e secondaria ha compiuto 55 anni. In Italia quella quota sale al 37%, e arriva persino al 38 (se si considera la sola scuola secondaria).

Fra gli Stati presi in considerazione, solo Portogallo, Estonia e Lettonia si trovano in una situazione analoga, con il 38% di docenti over 55. All’altro estremo, Irlanda e Corea del Sud mostrano i profili più giovani: rispettivamente l’11 e il 10% di insegnanti sopra i 55 anni, con una quota di under 35 che sfiora o supera il 28%.

Sul versante opposto, i giovani faticano a entrare nelle aule. Gli insegnanti under 35 rappresentano appena il 12% del totale, scendendo al 9% nelle scuole secondarie.

Il dato diventa ancora più significativo se confrontato con il resto del mercato del lavoro. Tra i lavoratori italiani in possesso di una laurea magistrale o titolo equivalente, gli over 55 sono il 23%. Fra i docenti della secondaria, inoltre, quella stessa fascia d’età quasi raddoppia.

Perché il ricambio non avviene

Le cause di questo squilibrio generazionale sono molteplici. Da un lato, la professione docente in Italia non attrae i giovani con la stessa forza di altri settori. Stipendi percepiti come poco competitivi, percorsi di accesso lunghi e spesso incerti, scarso riconoscimento sociale: sono tutti fattori che il rapporto Ocse individua come determinanti nell’attrattività della professione a livello globale. E che, nel caso italiano, si combinano in modo particolarmente sfavorevole.

Dall’altro lato, chi entra nella scuola tende a restarci. Tra i docenti della secondaria di primo grado tra i 30 e i 49 anni, solo il 3% dichiara l’intenzione di lasciare l’insegnamento nei prossimi cinque anni. La media Ocse, invece, è del 15%. Un dato che riflette la stabilità del lavoro pubblico italiano: il 49% degli occupati nel Paese conserva lo stesso impiego da almeno dieci anni.

Tale stabilità, a ogni modo, ha un duplice aspetto: da una parte, garantisce continuità didattica e riduce il turnover. Dall’altra, tuttavia, rallenta anche il ricambio generazionale, tenendo occupati posti che altrimenti potrebbero essere aperti a nuove leve.

Meno studenti all’orizzonte

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda alla demografia. Tra il 2015 e il 2024, la fascia di età tra i 5 e i 9 anni si è ridotta dell’11%, quella tra i 10 e i 14 anni del 4%. Le proiezioni Ocse per il decennio successivo, fino al 2033, stimano un ulteriore calo del 18% nella popolazione scolastica tra i 5 e i 14 anni.

Meno studenti non significa necessariamente meno insegnanti: le scuole restano aperte, le classi si riducono ma non spariscono. Significa, però, che il sistema dovrà gestire una ridistribuzione del personale docente su un bacino sempre più ridotto, con tutte le complesse implicazioni organizzative che ne derivano.

Il problema strutturale della scuola italiana

La questione dell’invecchiamento del corpo docente non riguarda solo l’Italia, ma la nostra nazione presenta numeri che collocano la situazione tra le più acute all’interno dell’area Ocse. La sfida, per i prossimi anni, sarà estremamente articolata: rendere la professione più attrattiva per i giovani laureati e al tempo stesso gestire l’uscita progressiva di una generazione di insegnanti senza che si creino vuoti difficili da colmare.

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