Forse possiamo aggrapparci al fatto che gli studenti, loro sì, un poco di speranza la offrono. Stando a una rapida consultazione organizzata dal portale specializzato Skuola.net (su un campione a dire il vero non gigantesco, 630 giovani) il 59% dei partecipanti si è detto favorevole alle norme appena introdotte dal governo: divieto di burqa e niqab, tetto del 30% di stranieri che non parlano italiano in classe. Il restante 41% è contrario, certo, ma almeno tra i più giovani si manifesta una pluralità di opinioni con una lieve prevalenza di buonsenso.
Non si può dire purtroppo altrettanto per quanto riguarda l’altra parte della barricata, ovvero i docenti. Nello specifico, i dirigenti scolastici. Negli ultimi giorni hanno parlato in tanti, contribuendo a fornire un quadro abbastanza sconfortante. C’è la preside di Caivano che si esibisce in scoppiettanti banalità spiegando che ogni straniero in più è un valore aggiunto. Quello di Barriera di Milano secondo cui porre dei limiti è impossibile, poiché comporterebbe lo spostamento verso il «quartiere multietnico» torinese di tanti italiani che ora lo disertano (e si potrebbe obiettare che il decreto serve proprio a questo: a smantellare i ghetti).
Giornali e talk show non se ne perdono uno, intervistano dirigenti da Sud a Nord, e viene da farsi qualche domanda. Ci avevano spiegato – i ferventi critici del provvedimento – che questo avrebbe riguardato pochissime classi in giro per la Penisola. Ma allora: o i presidi parlano di cose che non li riguardano, oppure in effetti le classi coinvolte sono ben di più.
I dirigenti scolastici contro il tetto agli stranieri
Poi ci sono le associazioni di categoria. Spesso sigle che godono di grande credito mediatico ma di poco sostegno fra i lavoratori, in ogni caso contribuiscono alla costruzione di un clima. Antonello Giannelli, presidente di Anp, è forse il più morbido e spiega che «le difficoltà possono essere di tipo logistico: abbiamo in alcune zone d’Italia una concentrazione residenziale di cittadini provenienti da tanti Paesi, se ho tanti ragazzi questi non possono andare a 5-10 chilometri di distanza e se il plesso scolastico è uno solo si crea un problema».
Più severa Paola Bortoletto, presidente dell’Andis: «La formazione delle classi non può essere una semplice operazione aritmetica, i numeri non raccontano la complessità», dichiara al Fatto Quotidiano. «Non si può ragionare per tetti ma sulla cittadinanza, sul bisogno educativo, sulla partecipazione effettiva».
Spietato il presidente di Dirigentiscuola, Attilio Fratta, che definisce il decreto «propagandistico e, in ultima analisi, irrealizzabile… Tralasciando il fatto che misure di questo impatto non si adottano ad anno scolastico già avviato, le variabili sono troppe», dice. «In Italia ci sono territori e distretti in cui le percentuali di stranieri rendono infattibile garantire il diritto allo studio, senza contare che gli stessi stranieri non sono in condizioni scolastiche assimilabili fra di loro. Al di là dei risvolti ideologici, da cui voglio tenermi a distanza, prevedo preoccupanti difficoltà organizzative e notevoli problemi per i dirigenti».
I sindacati contro il decreto scuola
Figurati poi se potevano mancare i sindacati. La Flc Cgil ha tenuto a esprimere «profondo dissenso e forte preoccupazione», a ricordare che «il limite agli alunni stranieri nelle classi risulta una disposizione già in vigore da oltre un decennio» e a «condannare fermamente il tentativo di trasformare la scuola pubblica in un terreno di scontro ideologico e respinge ogni proposta che non si riconosca nei valori fondativi della Costituzione della Repubblica». Per il segretario della Uil scuola, Giuseppe D’Aprile, il decreto è «discriminatorio».
Non che tale levata di scudi non fosse del tutto prevedibile e prevista, intendiamoci. Da quando il governo di centrodestra è in carica le organizzazioni che dovrebbero rappresentare il mondo della scuola non hanno mai perso mezza occasione per polemizzare e gridare al disastro, e viene il sospetto che si muovano secondo precise direttrici ideologiche e politiche.
Il punto è che i dirigenti scolastici sono in teoria coloro a cui spetterà il compito di garantire l’applicazione delle norme e vigilare sulla situazione dei vari istituti scolastici. Comprendiamo, sia chiaro, che possano esserci e di sicuro ci saranno inizialmente delle complessità logistiche. Queste, però, sono almeno in teoria le stesse che già oggi si affrontano quando si tratta di formare le classi e di bilanciare la situazione reale con le richieste e le necessità delle famiglie. In ogni caso, ai dirigenti spetta il compito di operare per il meglio al fine di garantire che le norme siano correttamente applicate.
Il fatto che, pronti via, i presidi insorgano fa pensare che si voglia prima di subito buttare sabbia negli ingranaggi. E viene il sospetto che se finora le varie circolari sul tetto agli stranieri sono rimaste lettera morta è proprio perché chi doveva tradurle in pratica ha evitato di farlo.
Sala e i sindaci contro il provvedimento
Sembra che siamo ancora una volta di fronte al medesimo scoglio. I governi propongono leggi e offrono un indirizzo politico, poi la macchina burocratica si muove per i fatti suoi, perpetrando lo status quo e, alla bisogna, ostacolando il cambiamento. Molti presidi e varie sigle di rappresentanza si sono mosse ancora prima che il decreto fosse licenziato. Altre si sono espresse a caldissimo, quando era fisicamente impossibile avere letto la norma. Significa allora che l’opposizione è basata su pregiudizi, è un riflesso condizionato. Non fa notare una criticità: la crea.
Un po’ come quella che stanno facendo alcuni sindaci, a partire dal milanese Beppe Sala. Il suo discorso, a dirla tutta, non è molto chiaro, che è un eufemismo per dire che non si capisce molto. Se non che il primo cittadino chic riguardo al decreto scuola la vede «male male male» (letterale) ed è certo che creerà problemi ai suoi colleghi di tutta Italia, tanto che ha paventato addirittura la «chiusura di alcuni istituti».
Il sindaco di Trento, Franco Ianeselli, è più comprensibile ma anche più esagitato. Sbraita che il governo sta facendo la guerra ai bambini, sfodera tutto il repertorio in materia di razzismo immaginario discriminazione lisergica.
A Genova, Silvia Salis dà vita a uno spettacolo esilarante: durante alcune proteste organizzate contro il decreto Scuola è stato esibito pure uno striscione realizzato da bambini (i quali di sicuro avranno spontaneamente aderito alla battaglia contro il governo). La polizia lo aveva fatto rimuovere, la prima cittadina si è spesa per rimetterlo dove stava. Bel modo di passare il tempo.
Non si capisce più, ormai, se siano più invasati gli amministratori di sinistra o la stampa progressista (fra cui spicca il sito pro Pal internazionale Middle East Eye secondo cui, addirittura, il governo avrebbe dato il via alla persecuzione sistematica dei musulmani). Dopo il tetto agli stranieri occorrerebbe fissare un tetto pure alle baggianate.
Anche in questa occasione, in sostanza, si conferma l’antica certezza: l’immigrazione è un problema, ma chi nelle istituzioni, nelle amministrazioni, nei corpi intermedi e a ogni altro livello insiste oltre ogni logica a sponsorizzarla è un problema anche più grosso.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >